«DEMOCRAZIA SOSTENIBILE», la dottrina Hillary Clinton

Se drammatiche e cruente sono le notizie che giungono sulla situazione dell’Oriente arabo, precise ed insistenti sono invece quelle riguardanti l’intromissione nella vita economica e politica degli Stati Uniti che ne vorrebbero il controllo. Il Pentagono ha fatto capire di essere pronto, nel caso in cui fosse necessario, ad un intervento militare in Libia, precisando tuttavia che in ambito Nato “non c’è consenso per fare ricorso alla forza“. Ecco le manifestazioni della volontà di Washington di preparare questo settore Mediterraneo alle eventualità che i disordini in corso potrebbero determinare. Tutte le popolazioni dell’Oriente arabo – o perchè sottoposte a mandato o in virtù di clausole d’alleanza – respirano un’atmosfera di guerra, sono tenute nel timore di un improvviso attacco, sono piegate ad accettare le limitazioni personali o patrimoniali che lo stato di guerra comporta, la paralisi della vita economica e commerciale che tale situazione suole creare. La parola “occupazione“, quindi, va ovviamente presa in senso più ampio. Le occupazioni non passano più necessariamente per una presenza militare. Quest’ultima è una modalità come tante altre.

L’occupazione può essere economica, culturale o ideologica. Dire che l’Oriente è occupato dall’Occidente è una menzogna per omissione. La verità è che l’Europa è occupata economicamente e militarmente dagli Stati Uniti, culturalmente e ideologicamente dallo Stato sionista d’Israele. Si finga pure di non vedere cose come queste, ci si lasci incensare da chi, per ragioni inconfessabili senza imbarazzo, trova opportuno ergersi a paladino «dell’unica democrazia del Vicino Oriente», ci si compiaccia magari del fatto che qualcuno – l’onorevole Gianfranco Fini – spinga il proprio occhiuto servilismo fino a coniare la formula «l’Europa delle cattedrali e delle sinagoghe», mirabile sintesi in chiave di fantastoria.

La prima di queste occupazioni, più immediatamente percettibile, non deve però far dimenticare la seconda. Così come il potenziale di entrambe non deve servire da alibi all’alienazione atlantista che, allo stato attuale delle cose, finirebbe col rappresentare una totale americanizzazione. Sintantochè l’Europa sarà alleata dell’una o dell’altra, essa resterà in stato di dipendenza e non avrà la capacità di autonomia necessaria per assicurarsi un destino. Se con le due guerre in Iraq, con quella in Afghanistan è caduto il mito di una “civile America” che agisce sempre e comunque nel pieno rispetto del cittadino o nel rispetto dei valori altrui, subdoli portatori di civiltà, libertà e giustizia, il modo violento e l’appropriazione barbara che i “liberatori” esercitano con incivile medievale diritto di preda a danno di “Stati sovrani“, fanno nascere in quei popoli un violento odio per quegli uomini vanificando anni di propagandademocratica“.

La prima conseguenza del conflitto iracheno (Guerra del Golfo, 1990 – 1991) è stato un più veloce ritmo nel processo di «esportazione della democrazia», iniziato dagli Usa con la complicità di altri 35 “alleati”, tra cui l’Italia, che sostanzialmente ruppero gli ambigui rapporti che per ragioni di realpolitik sino ad allora si intrattenevano con l’Iraq di Saddam Hussein (nonostante la sua brutalità e la contiguità politica con l’Unione Sovietica, il regime laico instaurato dal partito Ba’th era considerato un bastione contro l’espansione del regime islamico iraniano, con cui fu in guerra dal 1980 al 1988).

Nell’agosto 1990 l’invasione irachena del Kuwait spinse gli USA e i loro alleati a uno scontro frontale con l’Iraq. Il Consiglio di Sicurezza ONU dispose sanzioni economiche e più tardi autorizzò un intervento militare se gli iracheni non si fossero ritirati dal Kuwait entro il 15 gennaio 1991. L’Iraq ignorò l’ultimatum e al suo scadere un’ampia coalizione guidata dagli USA estromise gli Iracheni dal Kuwait. Il presidente americano George Bush senior si attenne al mandato ONU, evitando di rovesciare il regime di Saddam Hussein. Ciò anche per timore che un vuoto di potere portasse a una situazione ancora peggiore. Optò invece per una politica di contenimento, basata sullo smantellamento delle armi di distruzione di massa (peraltro mai trovate) affidato a squadre di ispettori ONU, sulla pressione militare con la costruzione di basi USA nei Paesi vicini e l’imposizione delle cosiddette no-fly zone, e sul mantenimento delle sanzioni economiche per rendere impopolare il regime e ostacolarne il riarmo.

La successiva amministrazione guidata da Bill Clinton si attenne a questa politica ma fu costretta a leggere modifiche in due occasioni: nel 1996 allorchè le nefaste conseguenze delle sanzioni sui civili iracheni spinsero l’ONU a introdurre il programma Oil for Food, che permetteva all’Iraq di vendere petrolio in cambio di generi di prima necessità, e nel 1998 quando Saddam Hussein bloccò le ispezioni ONU, accusando gli ispettori di spionaggio a favore degli USA. Ricordiamo che sotto la sua amministrazione, nel 1999 la NATO, con l’appoggio degli Stati occidentali tra cui l’Italia (governo D’Alema), attaccò la Serbia: era la Guerra del Kosovo. L’attacco fu scatenato al fine di rovesciare il governo di Slobodan Milošević, accusato di genocidio contro la popolazione del Kosovo. Terminò la presidenza nel 2000. Il vice Al Gore fu eletto candidato presidente per i Democratici. Venne però battuto, seppure di misura, da George W. Bush (figlio di G. Bush senior). Ma l’elezione del 2000 fu piuttosto controversa: in molti la contestarono fortemente, per via di sospetti di brogli (i risultati dell’elezione furono proclamati solo un mese più tardi). In seguito Bill Clinton continuò ad occuparsi, senza entusiasmanti successi, della questione mediorientale.

Verso la fine degli anni ’90, intellettuali e politici americani (soprattutto Neocon) cominciarono a premere per un’invasione dell’Iraq. Molti erano vicini al Partito Repubblicano e la loro influenza crebbe enormemente con l’elezione (novembre 2000) del figlio dell’ex presidente Bush. Nella nuova Amministrazione entrarono diversi fautori dell’invasione, fra cui Dick Cheney, Donald Rumsfeld, Colin Powell, Condoleezza Rice. Gli eventi dell’11 settembre 2001 accelerarono il processo di invasione. Bush proclamò dapprima la cosiddetta guerra al terrorismo e poi enunciò la dottrina della guerra preventiva (dottrina Bush): gli USA non avrebbero atteso gli attacchi nemici, ma avrebbero usato la propria potenza militare per prevenirli.

Iraq prima e Afghanistan divennero ben presto teatro di guerra. Nonostante la campagna afghana non fosse conclusa, l’amministrazione guerrafondaia di Bush spostò rapidamente la propria attenzione ad altri Stati che riteneva pericolosi per la sicurezza statunitense: nel discorso sullo stato dell’Unione del gennaio 2002, Bush parlò del cosiddetto asse del male formato da stati canaglia, cui occorreva contrapporsi. Poi, venne Obama…

Data la censura militare, rade ed addomesticate informazioni giugono circa lo stato d’animo delle popolazioni nord-africane verso questo brusco ritorno a posizioni che il loro fervore riteneva superate. Il regime di mandato segue una evoluzione non corrispondente alle proprie speranze: non l’indipendenza lascia intravedere, ma una soggezione sempre più totale e con carattere permanente. Si tenta di fondere il destino dei territori arabi (Algeria, Tunisia, Egitto, Libia, Bahrein, Oman, ecc) in quello dei due imperi occidentali, Usa e Israele. E’ impossibile pensare che Washington e Tel Aviv non siano coscienti della crisi che rappresenta per il loro programma l’attuale dottrina politica e come sia illusorio pensare di poter domani, cessate le cause che l’hanno determinata, ristabilire l’equilibrio preesistente e andare oltre nel processo di sganciamento. Dovrebbero anzi, le vicende attuali, logicamente esasperare l’insofferenza del popolo arabo e dare a questo la consapevolezza della gravità della sua situazione. Se si riteneva intollerabile la situazione di alcuni mesi or sono, maggiormente dovrebbero loro pensare i vincoli, le condizioni di vita che sono imposti in questo periodo.

Washington e Tel Aviv, infatti, non lesinano promesse, volentieri parlano del domani, in cui andranno incontro con aperto animo agli amici di oggi: un’era di prosperità avrà inizio per le popolazioni fedeli del vicino Oriente e le loro giuste esigenze saranno soddisfatte. Ritorna squillante tutto il frasario di un’altra guerra e molte illusioni tornano a rinverdire. Arabi ed ebrei penseranno di sfruttare l’occasione per risolvere a proprio favore la lotta di preponderanza in Palestina. E’ dubbio che il dualismo arabo-sionista possa risolversi in un elemento favorevole alla politica Usa, sebbene talune apparenze lo facciano supporre. Certamente però tale dualismo avrebbe notevole peso qualora si verificassero complicazioni nel Mediterraneo orientale (si tratta della nave americana d’assalto portaelicotteri USS Kearsarge e l’unità di rifornimento e trasporto USS Ponce dotate di mezzi anfibi da sbarco e di almeno 800 marines a testa; e di due navi da guerra iraniane: la fregata Alvand – vecchia di 40 anni – e la nave di appoggio Kharg, con 250 marinai a bordo).

 

Intanto, riaffiorano i tentativi, d’iniziativa sionista, per un segnale di pericolo immediato secondo i responsabili israeliani alla sicurezza che per voce del vicepremier Silvan Shalom, rientra in un più vasto tentativo iraniano di imporre la sua egemonia nella Regione: «Lo scopo di questa provocazione è segnalare ai dirigenti arabi chi è oggi il nuovo padrone del Medio Oriente. E la prova è che nessuno ha potuto impedire il transito delle due navi dal canale di Suez».  Affermazioni lanciate dagli uffici addetti alla disinformazione cui la struttura propagandistica di controllo delle “coscienze”, ancora una volta, mira a costruisce una ciclica psicosi di massa sventolando a turno nemici immaginari. Un parere in parte condiviso dal pappagallo di Gerusalemme e ministro (inutile) degli esteri Franco Frattini secondo cui da un lato il transito delle navi in acque internazionali «è assolutamente legale», anche se «è molto preoccupante». Chapeau, mirabile sintesi di animo servile.

Significativamente, nelle stesse ore in cui l’Iran segnalava ad Israele di essere determinato a far entrare le proprie navi nel Mediterraneo, il ministero della difesa di Tel Aviv ha annunciato di aver completato con successo un nuovo test del sistema antimissili di tipo Arrow-2. Israele ha così ulteriormente perfezionato le proprie difese da attacchi missilistici, come quelli che un giorno potrebbero essere sferrati dall’Iran. Sul piano operativo, a quanto risulta Israele non ha per ora alzato lo stato di allerta della propria marina militare. Ma l’iniziativa iraniana inquieta Israele nel lungo termine: «Siamo testimoni di una lotta immane fra l’Occidente e l’Iran per il controllo del Medio Oriente, ossia per il controllo delle riserve di petrolio per i prossimi 150 anni» ha osservato Shalom. La sfida di Teheran non riguarda solo Israele ma, a suo parere, l’Occidente intero. Che, ha concluso, dovrebbe rendere ancora più severe le sanzioni verso quel Paese.

Praticamente lo stato ebraico è costretto a vivere ancora nell’orbita degli interessi statunitensi e non ha altra alternativa che di piegare, adattare la sua vita politico-economica alle esigenze di tali interessi. In termini di «alleanza» agli Stati Uniti, la propaganda sionista si rivela sempre più uno strumento di soggezione, finalizzato a consacrazione dello stato di superiorità politica. Gli sviluppi degli avvenimenti suggeriranno l’opportunità o meno di un’azione politica o militare nel settore che in particolare lo riguarda. Per adesso si preoccupa e, al contempo si compiace dell’aumento di prestigio tra le tecnoburocrazie d’Europa e d’America, determinato dal fatto di essere il solo Stato a rappresentare gli interessi strettamente Occidentali.

Gli Stati Uniti comunque si preparano “per ogni evenienza” – come hanno sottolineato sia il portavoce della Casa Bianca, Jay Carney, sia il segretario di Stato, Hillary Clinton – e per questo le due navi da guerra monitoreranno il canale di Suez. Situazione tuttavia delicata, continuamente mutevole, fatta di compromessi, in cui la volontà e le esigenze delle parti in gioco stentano a trasformarsi in elementi d’azione, che potrebbe provocare, per l’atmosfera di tensione che determina, gravi complicazioni nell’equilibrio mediterraneo.

Il rischio reale è che la tempesta perfetta si abbatta sull’economia globale, attualmente ancora su equilibri precari. Lo afferma il teoreta dello spionaggio e del condizionamento di massa, asceta del colpo di Stato, lo “studioso” americano, Edward Luttwak, la voce del padrone che appena la tensione internazionale reclama attenzione si fa sentire (solo) in Italia, preoccupato per l’impennata del petrolio e i problemi sulla produzione che potrebbero inasprirsi con le proteste pro-riforme in Medio Oriente e Africa del Nord, che ora sembrano contagiare anche Bahrain e Oman. L’instabilità dell’Arabia Saudita – conclude Luttwak – avrebbe effetti devastanti. Edward Luttwak, studioso di cosa? Del colpo di Stato segreto.

Nel 1968 ha pubblicato “Strategia del colpo di Stato“, editore Rizzoli, anno 1968, libro quasi introvabile, da cui estraiamo alcuni passi significativi, per farvi capire chi è davvero il prestigioso ospite  (teorico della bomba atomica preventiva contro l’Iran) del salotto profumato di Bruno Vespa. Il modo di scrivere delle tecniche con cui si attua un colpo di Stato, secondo il manuale Luttwak, è l’intenzione di insegnare davvero come si fa un colpo di Stato. Soltanto, invitiamo a confrontare queste righe con ciò che è accaduto dall’elezione di Bush jr (imposta dalla Corte Suprema) fino all’attuale “guerra preventiva in Iraq e Afghanistan“, con tutte le analogie e differenze non tanto dissimili a quanto accaduto dall’11 settembre 2001:

Il colpo di Stato non deve essere necessariamente assistito dall’intervento delle masse né, in grado significativo, dalla forza di tipo militare. Se un colpo di Stato non fa uso delle masse e delle forze armate, quale strumento di potere si userà per prendere il controllo dello Stato? La risposta, in breve, è la seguente: il potere verrà dallo Stato stesso“.

Un golpe consiste nell’infiltrare un segmento anche piccolo, ma cruciale, dell’apparato statale, che poi verrà usato per togliere al governo il controllo di tutto il resto“.

La prima condizione preliminare per un colpo di Stato è la seguente: le condizioni economiche e sociali del paese bersaglio devono essere tali da limitare la partecipazione politica a una piccola frazione della popolazione“.

La seconda condizione preliminare del colpo di Stato è per conseguenza: lo Stato bersaglio dev’essere sostanzialmente indipendente e l’influenza delle potenze straniere nella sua vita politica interna deve essere il più possibilmente limitata“.

Se i burocrati sono collegati alla leadership politica, la presa di potere illegale deve avere la forma di una ‘rivoluzione di palazzo’, ed essenzialmente consiste nella manipolazione della persona del governante. Egli può essere obbligato ad accettare politiche e consiglieri, può essere ucciso o tenuto prigioniero, ma tutto ciò che accade nella rivoluzione di palazzo deve essere condotto solo ‘all’interno’ e da ‘interni”.

Tutto il potere, tutta la partecipazione, è nelle mani di una piccola élite istruita, benestante e sicura, e quindi radicalmente differente dalla vasta maggiornaza dei suoi concittadini praticamente una razza a parte“.

Noi vogliamo prendere il potere all’interno del sistema presente. Noi dunque avremo un compito duplice: imporre il nostro controllo alla macchina dello Stato e allo stesso tempo usarla per imporre il nostro controllo al paese nel suo complesso“.

Siano in un sistema bipartitico come nel mondo anglosassone, dove i partiti sono in realtà coalizioni di gruppi d’interesse, siano partiti basati su valori di classe o religione come nell’Europa continentale, i principali partiti politici negli stati evoluti e democratici non presentano una minaccia diretta a un golpe“.

Il nostro strumento sarà il controllo dei mezzi di comunicazione di massa. Le trasmissioni radio e televisive avranno lo scopo non già di fornire informazioni sulla situazione, bensì di controllarne gli sviluppi grazie al nostro monopolio sui media“.

Dobbiamo fare ogni sforzo per sopprimere quel genere di notizie. Se qualche resistenza compare, dobbiamo sottolineare con forza che essa viene da isolati ostinati individui, mal informati o disonesti, che non sono affiliati a nessun gruppo o partito importante. L’inevitabile sospetto che il colpo di Stato è opera delle macchinazioni della Compagnia, può essere stornato attaccandolo violentemente e l’attacco sarà tanto più violento quanto più questi sospetti sono giustificati. Faremo uso di una selezione adatta e opportuna di frasi sgradevoli, che restano utili come indicatori del nostro impeccabile nazionalismo“.

L’autore di simili vergogne (per i servili media italioti cui rimbalza da programma a programma sarebbe invece un politologo, consulente ed esperto di strategie militari americano) è l’uomo che nei momenti importanti appare in diretta televisiva sulle reti italiane di Stato e private, non per dare informazioni sulla “situazione in corso“, bensì per controllare gli sviluppi dei commenti tra gli ospiti, intervenendo con il suo “supposto prestigio” (accordatogli da operatori mediatici lacchè) a censurare le voci di dissenso, “preoccupanti” sia per il faccendiere americano che per il suo padrone, ovviamente.

La sanguinosa repressione in Libia e gli attacchi contro i civili perpetrati dalle forze armate del dittatore Gheddafi costituiscono crimini contro l’umanità. Unanime la condanna dell’Europa, della Casa Bianca e della Comunità internazionale per la crisi libica al consiglio per i diritti umani dell’Onu di Ginevra. E mentre la tecnoburocrazia opera per trovare una soluzione politica, il messaggio è: sì alle sanzioni e a ogni mezzo a disposizione per far cessare le violenze contro la popolazione, a cui dare tutto l’appoggio possibile.

La segretaria di stato americana, Hillary Clinton, giunta a Ginevra per partecipare alla riunione del Consiglio dell’Onu per i diritti umani e per una serie di incontri bilaterali dedicati alla crisi libica e al dopo-Gheddafi, nel suo discorso ridefinisce la politica statunitense in Medio Oriente:

«Appoggiare le richieste di libertà, di rispetto dei diritti umani e di promozione dello sviluppo che incendiano il mondo arabo e l’Iran ma sono destinate a propagarsi agli altri Paesi illiberali del mondo, per gli Stati Uniti è un dovere, ma anche – e soprattutto – un imperativo strategico. I movimenti di liberazione devono nascere dall’interno di questi Paesi, ma l’America darà il suo aiuto sostenendo le organizzazioni della società civile, incoraggiando le componenti più dinamiche sulla via del rinnovamento, giovani e donne, e cercando di tutelare i diritti delle minoranze».

Oggi Hillary Clinton, in versione “colomba” nella nuova dottrina di democrazia sostenibile, nel tentativo di ridefinire la rotta della diplomazia USraeliana (leggasi new governance globale) favorita da un sistema criminale di lobbies a rimorchio del premio Nobel per la pace orwelliana Barack Obama, sostiene con enfasi il diritto dei popoli a decidere il loro futuro, garantendo il sostegno degli Stati Uniti a tutti i processi di transazione ordinata, pacifica e irreversibile verso una vera democrazia.

Elezioni libere e trasparenti e qualsiasi attacco contro i civili costituirà un crimine contro l’umanità. Circostanze già viste in passato, come Hiroshima e Nagasaki, dove a sessant’anni da quei genocidi di massa, vere e proprie catastrofi naturali volute dai liberatori americani, non è mai stata costituita una Corte di giustizia penale internazionale con carattere permanente. Chi non ne prende atto è perduto…

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7 commenti

  1. […] entrando troppo rapidamente nei libri di storia. Mentre molti hanno notato che la lotta sfortunata dell’amministrazione Obama di recuperare riguardo agli avvenimenti in Medio Oriente, anche quando si aggrappa a una cricca familiare di torvi autocrati e di sceicchi del petrolio, […]

  2. […] e depositi in queste ore alla ricerca di un salvacondotto contro le possibili sanzioni che Lady Clinton intende attuare congelando i beni libici. Beni “liquidi” al quale vanno aggiunti, quantomeno, i […]

  3. […] Battista da Roma, che scrive: Le sanguinose repressioni in Libia, cui il mondo sta assistendo, accrescono le preoccupazioni per la tenuta delle democrazie moderne. Man mano che le manifestazioni popolari vengono represse […]

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  5. […] sintonia con gli inglesi. Questa dinamica rivela sia la forza che resta agli Usa, lanciati in un grande piano di destabilizzazione di un paese che figurava sulla loro lista nera da tempo, sia la loro debolezza, visto che hanno […]

  6. […] potenza dei social network è risultata infatti dirompente in varie occasioni. La stessa Hilary Clinton ha affermato, casualmente in concomitanza con le dichiarazioni di Herschtal,  che “internet è […]

  7. […] per il valore di 2.75 milliardi di dollari. Questo il regalo promesso al segretario di stato USA Hillary Clinton ad Israele, se solo avesse accettato di bloccare la costruzione di colonie sul suolo palestinese […]


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