Draghi, gnomi e ballerine, il gran ballo sul Britannia

Non c’è niente da fare ma il governatore della Banca d’Italia gode di una vasta e forte considerazione negli ambienti finanziari britannici. Nella City di Londra le quotazioni di Mario Draghi sono alle stelle. Così dopo il Financial Times anche il settimanale confratello (nel senso che l’editore è lo stesso) Economist, ha lanciato la candidatura del numero uno di Via Nazionale per la presidenza della Banca centrale europea. Il grottesco sta nel fatto che la Gran Bretagna non è membro dell’euro. Di conseguenza è decisamente singolare che siano proprio due giornali, considerati espressione degli interessi finanziari di oltre Manica, a decidere di entrare a gambe tese ed unite, quindi per fare male, in una questione sulla quale Londra non ha e non potrebbe avere alcun potere decisionale. Tranne ovviamente quella di esercitare una campagna di influenza e di pressione che in altre epoche ha già dato i suoi frutti. Avere un presidente della Bce che sia ritenuto “amico” della Gran Bretagna sarebbe infatti un successo non da poco e Draghi, il cui nome viene da mesi portato avanti a tamburo battente, potrebbe teoricamente anche risultare vincente in una fase di stanca nella quale la rinuncia del tedesco Axel Weber, attualmente alla guida della Bundesbank, ha creato un vuoto che l’asse franco-tedesco vuole coprire velocemente con un proprio candidato. Un nuovo presidente che, secondo la logica e il peso dei singoli Paesi, e secondo la legge dell’alternanza, dovrebbe essere un tedesco per sostituire il francese Jean Claude Trichet.

In verità Weber aveva creato non pochi malumori tra i Paesi dell’euro, assumendo posizioni più rigide della stessa Cancelliere Angela Merkel, sia per il no all’aumento della dotazione dell’Efsf (il fondo salva Stati) sia nel chiedere impegni più gravosi nel controllo dei conti pubblici agli Stati membri in cambio degli stessi aiuti e dell’acquisto dei titoli di Stato da parte della Bce. Se non fosse possibile avere un presidente della Bce tedesco, Parigi e Berlino, Merkel e Sarkozy, vorrebbero almeno poter contare su un banchiere che sia portatore di una visione più “europea”, ossia continentale invece che di un uno abituato a guardare con interesse e simpatia a Londra e perché no anche a Washington.

Non si tratta di una questione da poco perché su questo punto si gioca tutto l’avvenire dell’Europa, soprattutto in un futuro sul quale si addensano fosche nubi per il più che probabile crollo del sistema finanziario internazionale e per le conseguenze mai viste prima sull’economia globale. Per non parlare poi della fine dell’euro e della stessa Unione europea. Con una Gran Bretagna che continua a stare attaccata ferocemente alla sua sterlina e al cui governo non passa manco per l’anticamera del cervello l’idea di entrare nel sistema dell’euro, riacquistano valore, ma in realtà non lo hanno mai perso, le posizioni di Charles De Gaulle che non aveva mai acconsentito all’ingresso di Londra nella Comunità europea, perché la considerava una avversaria dell’Europa e soprattutto una quinta colonna degli Stati Uniti. L’Europa delle Patrie era il sogno del Generale, una Confederazione insomma nella quale ogni Stato conservava la propria sovranità e la propria identità nazionale. Non certo quindi la Federazione voluta e imposta dal connazionale Jean Monnet, il tecnocrate “amerikano” che gestì e distribuì gli aiuti del Piano Marshall e che riuscì a far passare le sue idee con l’appoggio dei soldi dell’Alta finanza che aveva tutto guadagnare da un nuovo grande e aperto Mercato.

Un curioso infortunio

Sono in ogni caso le motivazioni addotte dall’Economist, e in precedenza dal Financial Times, per sostenere la candidatura di Draghi, ad evidenziare quale è la vera posta in gioco: quel poco che resta della sovranità e dell’indipendenza dei Paesi europei che hanno accettato la creazione della Commissione europea e della stessa Bce alle quali, legandosi mani e piedi, hanno ceduto qualsiasi potere decisionale.

Scrive infatti l’Economist che se se si cerca qualcuno che abbia una grande esperienza e il carattere giusto per la presidenza della Bce c’è un candidato che spicca: Mario Draghi. I suoi requisiti, cita il settimanale sono soprattutto “l’esperienza tecnica e i risultati nella lotta all’inflazione”, tanto che su tale fronte il suo curriculum parla da solo e nessun altro candidato è all’altezza del suo. E’ un economista con una grande esperienza in una Banca centrale e nella gestione della finanza, insiste il settimanale. E’ poi è presidente del Financial Stability Board, l’organismo, questo lo ricordiamo noi, incaricato di monitorare gli squilibri dei mercati finanziari e di segnalarli ai governi e alle banche centrali. Una funzione sul quale in verità il FSB fu in verità un poco carente, se solo si pensa che rimase inerte nel segnalare tempestivamente la bufera in arrivo tra il 2007 e il 2008 per il mostruoso indebitamento di banche come Lehman Brothers, poi lasciata fallire da Barack Obama, e Goldman Sachs.

E proprio qui casca l’asino perché l’Economist è incorso in un serio infortunio, in base al famoso principio latino “excusatio non petita, accusatio manifesta”. Il settimanale ha infatti messo le mani avanti e ha sostenuto che parlare del passato di Draghi alla banca anglo-americana Goldman Sachs, di cui è stato vicepresidente per l’Europa, rappresenta una obiezione “falsa” perché non ci sono prove che abbia fatto niente di “indecoroso”. Allo stesso modo è falsa l’obiezione al suo essere “italiano” considerato che “gli stereotipi nazionali sono da biasimare”.

Il capitalismo, diciamo noi, per sua stessa natura deve infatti essere transnazionale e muoversi e agire liberamente in tutto il globo. E allora, è la conclusione dell’Economist, la Germania dovrebbe dare il suo sostegno a Draghi e la Merkel dovrebbe spiegare ai tedeschi perché si tratta del candidato “giusto” per questo lavoro. Se i politici facessero così, nel senso di così come vuole l’Alta Finanza, “potrebbero – gongola l’Economist – migliorare una situazione difficile”.

I retaggi del Britannia

Al di là del valore di Draghi e di chiunque altro, che è sempre una questione di opinioni, ci ricordiamo del governatore della Banca d’Italia quando era il direttore generale del Tesoro. In particolare il 2 giugno del 1992 quando il panfilo reale Britannia approdò a Civitavecchia e ne ripartì per una breve crociera fino all’Isola del Giglio e ritorno, nel corso della quale gli gnomi della City finanziaria londinese intrattennero i dirigenti delle Partecipazioni statali italiane sulla necessità di varare un programma massiccio di privatizzazioni. Narrano le cronache “ufficiose” che Draghi salì a bordo, fece un discorso introduttivo, e poi scese prima che il panfilo salpasse. La nave era stata affittata per l’occasione da “British Invisible”, una società inglese addetta alla promozione nel mondo dei prodotti inglesi. I boiardi italiani accettarono di salire a bordo in quanto era appena partita la stagione di Mani Pulite ed era chiaramente percepibile che il sistema di potere DC-PSI stava per essere spazzato via, per essere sostituito da un PCI-PDS ormai socialdemocratico. Ed era necessario quindi cercare di individuare i nuovi referenti politici ed economici. Poi in autunno ci fu la speculazione intimidatoria contro la lira e contro il nostro Paese, venuta da Londra e New York (con George Soros in prima fila), la svalutazione della lira del 30% che rese meno care appunto di tale percentuale le imprese pubbliche per la finanza estera. Al processo di privatizzazione che ne seguì, svolto in diverse tranches, in particolare per quello che riguarda Telecom ed ENI, la Goldman Sachs svolse un ruolo non indifferente collocando sui mercati esteri una bella fetta di azioni. Per questo si deve parlare di infortunio con il riferimento alla Goldman Sachs, banca per cui hanno svolto consulenze anche i vari Mario Monti e Romano Prodi e il defunto Tommaso Padoa Schioppa. Gli ultimi due con esperienze di governo, il primo in predicato di andarci come capo di un governo “tecnico” che gestisca il dopo Berlusconi. Siamo insomma di fronte ad un passato che ritorna e ad un incubo senza fine per noi e per gli italiani.

Appare quindi molto simbolico e significativo che in un momento di grave crisi come questo, in Europa e in Italia, ma più in generale nel mondo, dagli stessi ambienti che diressero la Crociera del Britannia arrivi oggi un sostegno del genere per Mario Draghi. Oggi l’economia mondiale appare come una grande nave in continua navigazione che non sa dove andare ma ci va. E il cui equipaggio e i cui passeggeri, squali della finanza (i cosiddetti “gnomi”, non solo quelli di Zurigo) con tutto il loro contorno di ballerine e donnine allegre, si illudono che la festa duri in eterno e si avviano allo scontro con l’iceberg che li colerà a picco. La questione principale, purtroppo, visto che ci riguarda di riflesso tutti, è quella di ritardare il più possibile tale disastro, dopo essersi premuniti per tempo e salvare quel poco di beni reali di nostra proprietà che sono ancora salvabili.

da Filippo Ghira, RINASCITA

L’ARTICOLO PUBBLICATO SU “THE ECONOMIST“:

The restless Italian
Mario Draghi has helped turn a talking shop into a pillar of the world economy

IS ITALY too small for Mario Draghi? The head of the country’s central bank spent the weekend of November 7th and 8th not in Rome but at the G20 meetings in Scotland, in his role as chair of the Financial Stability Board (FSB). It is a body with growing international clout. When he took the job in 2006, the FSB was the FSF, a mere forum. It is now an executive arm of the G20, charged with co-ordinating financial regulation and preventing future crises.

Mr Draghi is used to being called on in a pinch. He became governor of the Bank of Italy after Antonio Fazio resigned over a bank-takeover scandal. Mr Draghi’s standing as a trusted technocrat helped restore the bank’s reputation. A prior stint as a senior executive at Goldman Sachs was a useful primer for both jobs.

Some in Italy murmur that Mr Draghi’s FSB job is a distraction. Others point to the progress he has already made at the Bank of Italy. Outmoded hiring procedures are being swept away. The governor’s speeches and reports on the economy are clearer than before. In such a notoriously inert organisation, this counts as revolution. Only a few years ago bank staff were including Hotmail addresses in their contact details.

Mr Draghi has shuttled to and from Italy throughout his career. He was the first Italian to receive a PhD in economics from the Massachusetts Institute of Technology (MIT). Franco Modigliani, Italy’s Nobel prize-winning economist, signed his thesis; Stanley Fischer, now the governor of Israel’s central bank, was his main adviser. He already had a tenure-track job in Italy while at MIT. Afterwards he tried to spend one term a year in America to stay in touch with the academic mainstream.

His first hands-on job in global finance came in 1984 as an executive director at the World Bank in Washington, DC. He returned home after six years and was put in charge of the treasury. Italy needed to control its public finances to squeeze into the euro. Mr Draghi led Italy’s privatisation programme and fostered a market for longer-dated government bonds, which helped reduce borrowing costs. He left in 2001 and went first to Harvard University, and then to Goldman Sachs in London and New York, before Italy called again.

Admirers say Mr Draghi has the character and intellect to make the FSB a success. Those who have worked with him say he is calm, analytical and open-minded. He likes detail. At Goldman Sachs he showed a nerdish curiosity about pricing and hedging. Critics fret that the FSB’s mission is too broad, its membership of regulators and central bankers too clubby and its staff too small for it to have much impact, whatever the chairman’s merits. Its defenders point out that global rules will not be adopted unless they are first agreed upon by national watchdogs. The regulators that write the rules are best placed to enforce them by peer review. A small secretariat cuts the chances of turf wars with the IMF and other members, on whose resources the FSB can draw.

As governor of the Bank of Italy, Mr Draghi is also a member of the European Central Bank’s 22-strong rate-setting council. He does not publicise his views on interest rates. The FSB may have taught him that broking consensus is harder with lots of loud voices, but his reticence makes it hard to judge him as a policymaker. He is one of two presumptive candidates (with Axel Weber of Germany’s Bundesbank) to succeed Jean-Claude Trichet as ECB president in two years’ time. Europe is often accused of looking inward. That, at least, is not a charge that sticks to Mr Draghi.

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4 commenti

  1. […] Draghi, gnomi e ballerine, il gran ballo sul Britannia « […]

  2. […] è esattamente per non far passare materiale come questo che i media oggi vengono pagati. Lo stesso Mario Draghi, ad es., appena nominato governatore della Banca d’Italia affermò che le riforme finanziarie […]

  3. […] a Milano e nel Nord: aspetti sociali ed economici”, organizzato dalla associazione “Libera”, Mario Draghi ha sostenuto che la criminalità organizzata può mettere a repentaglio la democrazia e la coesione […]

  4. […] è esattamente per non far passare materiale come questo che i media oggi vengono pagati. Lo stesso Mario Draghi, ad es., appena nominato governatore della Banca d’Italia affermò che le riforme finanziarie […]


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