A PROPOSITO DI ANTISEMITISMO

E’ difficile che passi giorno senza che si sia invitati a ricordare che, oltre all’America di Bush, di Cheney, di Rumsfeld, di Abu Ghraib e di Guantanamo, delle multinazionali vampiresche, delle mille nefandezze perpetrate in ogni angolo della terra, c’è un’altra America che non si rassegna, che protesta, che si oppone. E’ vero. E’ altrettante vero che lo stesso non si può dire di Israele, se non con molte riserve. Si obietterà: ma come, con c’è anche la gente che non si rassegna, che protesta, che si oppone? Forse che per popolare il paese sono stati clonati in milioni di esemplari quei figuri con il loro grifo immondo, perfetta incarnazione della politica che perseguono? No, non sono certo cloni quelli che adesso abitano la Palestina. E quei dissenzienti, quelle coscienze che si rivoltano, anche se in numero limitatissimo, salvano l’onore del loro popolo. Sappiamo perfettamente che tra il refusenik e Ariel Sharon passa un’incommensurabile differenza. Il punto, tuttavia, non è questo. Il punto è che, almeno sotto un profilo, il refusenik e Sharon sono sul medesimo piano: l’uno e l’altro stanno là dove non dovrebbero stare. Tutto considerato, questo non si può dire della popolazione statunitense. L’estirpazione dei pellirosse fu qualcosa di abietto, nessun dubbio su ciò, ma è un fatto che questo qualcosa fu l’irreparabile rovina di un’etnia cui possiamo, si, guardare con ammirazione e con rimpianto, ma che, per i suoi modi di vita sociale, rimaneva pur sempre attardata in una lontana preistoria. Il genocidio dei pellirosse non perciò riesce meno ripugnante, ma fu parte di un processo assai più vasto del quale in via obiettiva non si può negare il carattere di progressività storica. Se il refusenik israeliano e Sharon stanno là dove non dovrebbero stare, ciò accade invece come risultato di una politica che era – nonostante il suo inorpellamento in senso socialista, ma sarebbe meglio dire nazionalsocialista – storicamente reazionaria nella premessa da cui partiva: l’incosistente interpretazione dell’ebraismo come nazionalità.

L’attuazione di tale politica – perseguita per decenni, molto prima di Sharon, con l’inganno, il ricatto, la prepotenza, la violenza, l’oppressione, e sempre in un’atmosfera di intollerabile ipocrisia – ha implicato come conseguenza necessaria e puntualmente prevista una guerra di stampo razziale e la catastrofe di quella che era, e in qualche misura rimane ancora oggi, la frazione del popolo arabo più laica, dunque più refrattaria alle suggestioni del fondamentalismo religioso. Il perseguimento di una linea di questo tipo è stato reso possibile, specialmente dopo la guerra del 1967, solo dalla capacità dell’ebraismo americano, il più numeroso del mondo, di condizionare dall’interno, grazie al proprio ingentissimo peso economico e sociale, la politica di Washington. Altrettanto efficaci sono state la multiforme rete protettiva stesa attorno allo Stato sionista dalle comunità ebraiche del mondo intero e – elemento essenziale, ieri e oggi, di manipolazione dell’opinione publica l’aureola di intoccabilità creata intorno all’ebraismo dall’imposizione come indiscutibile verità storica (con la complicità, per quanto riguarda il proletariato, delle socialdemocrazie e dello stalinismo) di una versione radicalmente falsata dei fini, delle modalità e dei costumi umani dell’infame persecuzione di cui si macchiò l’antisemitismo hitleriano. Oggi, in Europa e fuori d’Europa, un’opinione pubblica esente nella sua grande maggioranza da ogni preconcetta ostilità al sionismo è, giorno dopo giorno, indotta a chiedersi in che cosa la condizione del popolo palestinese sia diversa da quella dei polacchi sotto il tallone di ferro del nazismo.

E, allora, per difendere l’indifendibile, per far sì che l’evidenza non sia tale, ecco i continui rilanci del cosiddetto olocausto, ecco la caccia agli ultimi cascami umani processabili, pretesi «responsabili nazisti», dei quali i più giovani stanno tra gli ottantacinque e i novant’anni: il che basta a lasciar pensare che, durante la seconda guerra mondiale, di ben poco potessero essere «responsabili», se si prescinde dal dovere dei militari di non obbedire a ordini palesemente ingiusti.

Questo principio è applicato retroattivamente ai tedeschi vinti, ma non si dovrebbe, chissà perchè, applicare ad americani e israeliani, destinatari per definizione di quegli ordini palesemente giusti in conseguenza dei quali i secondi per non parlare di ciò che fanno gli americani in Iraquccidono terroristi di 4, di 5, di 6 anni, lasciano morire ai posti di blocco malati bisognosi di urgenti cure ospedaliere, massacrano gente che difende la poca terra che le rimane, demoliscono migliaia di case palestinesi, tolgono ogni libertà di movimento al presidente, internazionalmente riconosciuto, dell’Autorità Nazionale Palestinese. Ecco, soprattutto, levarsi alte strida per l’antisemitismo che starebbe dilagando.

A meno di considerare antisemitismo la valutazione oggetiva espressa dalla maggioranza degli europei secondo la quale lo Stato di Israele costituirebbe il maggior pericolo per la pace mondiale, l’antisemitismo non dilaga affatto, oggi, e di questo siamo i primi a rallegrarci. Ma, se qualcosa gli può aprire la strada, è precisamente l’atteggiamento dei dirigenti delle comunità ebraiche (e, per la verità, non solo loro) di identificazione con lo Stato sionista: identificazione magari anche critica – cosa ben possibile, quando c’è di mezzo uno Sharon -, ma non perciò meno totale. A seguito del venir meno del movimento rivoluzionario proletario per tutta una fase storica della quale sappiamo con certezza che finirà, senza però poter ancora prevedere quando, le condizioni odierne nelle metropoli non meno che nelle aree marginali sono tali da non permettere, considerando questioni come quella del Vicino e Medio Oriente, di adottare un’ottica socialista e di indicare, conformemente a quest’ultima, strade che sarebbero proponibili solo in una situazione contraddistinta dalla presenza effettiva, qui e ora, di quel movimento rivoluzionario. Siamo perciò obbligati a non andare al di là di un’ottica di democrazia conseguente: non è l’ottica socialista, ma non comporta nulla che non sia completato in quest’ultima.

In questa sede ci limitiamo a sottolineare che per la soluzione democratica della questione palestinese, ammesso che tale situazione sia possibile prima della ripresa di un movimento rivoluzionario di classe, l’esistenza del sionismo costituisce un ostacolo non aggirabile e che esso sarebbe un impedimento anche all’accoglimento della minoranza nazionale israeliana (dato che una nazionalità israeliana, oggi, volere o volare, esiste) all’interno di un autentico Stato di Palestina. Nell’ottica di democrazia conseguente di cui abbiamo parlato, ai vertici ebraici fuori di Israele e alle loro comunità devono essere ricordate cose molto semplici.

Per esempio, che il Portico di Ottavia non fa ancora parte dei Territori occupati e che dunque non può venire estromesso a calci e spintoni un cittadino che si è reso sgradito per ciò che pensa e dice della politica israeliana (ci riferiamo alla disavventura occorsa tempo addietro a Vittorio Agnoletto, anche se il personaggio non suscita certo le nostre simpatie politiche). Va ricordato che l’occupazione di un’aula di tribunale a seguito di una sentenza – quella del primo processo Priebke – che non è quella desiderata è un atto sedizioso, anche se un ministro della giustizia inammissibilmente servizievole arriva trafelato ad accomodare tutto. Che quando si appoggia una politica come quella sionista non ci si può permettere di porre sotto accusa il mondo intero per aver consentito che negli anni Trenta la Germania al proprio interno desse corso a un’odiosa discriminazione razziale (e, del resto, che cosa avrebbe dovuto fare il mondo? dichiarare guerra alla Germania nel 1935?).

Infine, che il problema della «doppia fedeltà», a Israele e al paese di residenza, sarà vecchio quanto si vuole, ma non ha ancora ricevuto da parte ebraica neppure un principio di risposta. Si finga pure di non vedere cose come queste, ci si lasci incensare da chi, per ragioni non confessabili senza imbarazzo, trova opportuno ergersi a paladino «dell’unica democrazia del Vicino Oriente», ci si compiaccia magari del fatto che qualcuno – l’onorevole Gianfranco Fini – spinga il proprio occhiuto servilismo fino a coniare la formula «dell’Europa delle cattedrali e delle sinagoghe», mirabile sintesi in chiave di fantastoria; si continui così, e prima o poi, per nostra comune disgrazia, l’antisemitismo dilagherà per davvero.

da SUL TERRORISMO ISRAELIANO
editore Graphos
Autore Serge Thion
Autori N. Chomsky, N. Giladi, I. Yinon, A. Weinstein

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3 commenti

  1. […] E’ politica di Stato in Israele dal 1948 (e prima col Sionismo) ammazzare i civili. Non sono “tragici errori”, non “danni collaterali”, non c’è alcun “rammarico per l’accaduto”. Ammazzare civili è ciò su cui Israele è nata con la pulizia etnica della Palestina, ed è ciò su cui sopravvive. A questo si aggiunge l’impunità totale di cui Israele gode grazie al fatto di essere la base militare americana più grande del pianeta, e solo marginalmente al fatto di essere Stato ebraico discendente dall’Olocausto. […]

  2. […] tanti sionisti di complemento sparsi per il mondo di zittire i critici agitando sulle loro teste lo spauracchio dell’antisemitismo e agli alti rappresentanti di Israele di non dover mai render conto delle proprie “imprese”. […]

  3. […] è il motivo principale, giustapposto all’altro motivo di “indirizzo” del piagnisteo ultra sessantennale: si è pianificato di trattare l’argomento “olocau$to”o $hoah” tenendo un […]


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