SWAP E DERIVATI: TECNICHE DI VENDITA E RICATTI

Ingegnere cerchi di capire, i mutui a tasso fisso non esistono più, sono un relitto del passato, un esempio di archeologia finanziaria, oggi per fortuna ci siamo evoluti, ci sono i finanziamenti a tasso variabile che sono migliori. Ma, se proprio insiste, posso offrirle un sistema per coprirsi dal rischio di rialzo dei tassi, attraverso un contratto di interest rate swap“. Ecco il meccanismo elementare, ma efficace, con il quale le banche hanno trovato nuove formidabili fonti di guadagno: obbligare i clienti a indebitarsi in modo che non gradivano (perchè l’imprenditore vuole avere conti chiari e sicuri per fare il suo budget, senza aggiungere aleatorietà alle già tante variabili della sua attività) e per di più ad un costo molto superiore a quello “normale”. Così l’ingegner C.E., costruttore, si ritrova a firmare un mutuo a tasso variabile indicizzato all’Euribor a sei mesi più un contratto di cui non capisce nulla, infarcito di parole incomprensibili in inglese che lo stesso dirigente della Banca Unica non conosce, denominato pomposamente Zeta swap. Esiste una variante alla trappola appena creata.

Dottore, con la crisi di liquidità a livello mondiale i mutui sono praticamente congelati, però…“. La sapiente pausa mette angoscia ma dà anche speranza al dottor M.S., proprietario di un importante salumificio di Felino, provincia di Modena, che sta cercando un finanziamento per raddoppiare il suo stabilimento. “Però se stipula un contratto derivato sul cambio yen/dollaro possiamo trovare fondi sul mercato di Londra; e così, fra l’altro, si protegge dal rischio valutario“. Le deboli proteste del dottor M.S., che non esporta nè in Giappone nè negli Stati Uniti e non sa cosa farsene di una cosa ignota sulle valute, sono spazzate via in pochi minuti: quando capisce che “o è così o è così” firma, purtroppo per lui, un contratto denominato Knock in forward.

Il direttore marketing di Banca Unica ha fatto corsi commerciali ai suoi colleghi delle filiali ed ha chiamato questo modo di comportarsi “tecniche di vendita“. Alcuni di loro, rimasti ancorati al passato, le hanno sottovoce ribattezzate “ricatti“. Ma il budget trimestrale incombe, e allora via con le vendite dei derivati a tutti coloro che hanno bisogno di soldi. VENDERE, VENDERE, VENDERE!

I DERIVATI

Sotto il profilo finanziario, i cosiddetti derivati sono una formula utile per chi svolge un’attività imprenditoriale, perchè possono coprire certi rischi. Un contratto derivato è un accordo con il quale due parti, in genere una è la banca e l’altra un’azienda, convengono di scambiarsi determinati valori a certe scadenze con modalità prefissate. Sono sempre collegati (ma non sempre in maniera corretta; spesso accade che gli importi e i meccanismi di rimborso non siano corrispondenti) ad un’operazione “sottostante” di finanziamento a breve o lungo termine, della quale modificano la struttura. Ecco perchè sono “contratti derivati” e non “principali”.

Appartengono a due grandi categorie:

Contratti IRS (Interest Rate Swap), con il quale l’azienda paga un interesse fisso (o variabile) alla banca, ricevendone un interesse variabile (fisso). In sostanza, serve per trasformare, ad esempio, un mutuo ventennale a tasso variabile in un mutuo a tasso fisso, per predeterminare l’onere ed evitare i rischi di oscillazione del costo del denaro. Il contratto più diffuso è detto plain vanilla ed è l’unico che copre il rischio. Infatti prevede che, al di là di una certa soglia, il cliente inizi ad incassare un premio, che compensa l’aumento della rata periodica del finanziamento, trasformando il tasso variabile in fisso per tutta la durata in cui la soglia è superata. In pratica, il finanziamento rimane a tasso variabile finchè i tassi restano bassi (facendone beneficiare l’azienda) e diventa a tasso fisso oltre la soglia stabilita se salgono (bloccando gli effetti negativi).

Contratti CS (Currency Swap), con il quale l’azienda scambia una posizione in una valuta, ad esempio lo yen, con un’altra, ad esempio l’euro. Il contratto di CS tra valuta estera ed euro è l’unico che copre il rischio di oscillazione cambi per aziende che hanno ad esempio crediti in valuta. Operazioni di CS per aziende che non operano con l’estero sono da considerare speculative, perchè non hanno alcun aggancio con l’operatività aziendale.

Si capisce, anche senza avere un master in finanza dell’Università di Harvard, che i contratti sono utili. L’imprenditore ha fatto un mutuo a tasso variabile ma intuisce che i tassi stanno per risalire perchè c’è una fase economica di successiva crescita? Chiede alla banca un IRS che gli consenta di mantenere il tasso variabile, ma di incassare (a partire da una certa soglia, detta “cap”, cioè livello massimo di costo) una somma dalla controparte a compenso del maggior costo del denaro. Bellissimo, finchè i tassi sono bassi si paga poco, quando salgono si “bloccano”. Un’assicurazione contro l’incertezza. Ottimo strumento. Ma, come in altre occasioni, le banche hanno trasformato uno strumento formalmente buono in una pericolosa mina finanziaria pronta ad esplodere fra le mani dei clienti. Hanno fatto di una pannocchia di mais un OGM pieno di veleni e lo hanno messo dentro un’innocua polenta da girare.

Bene, cosa hanno pensato i manager della “finanza creativa” per moltiplicare per dieci, venti, cento il numero di clienti potenziali e quindi moltiplicare per dieci, venti, cento i loro bonus personali?

Per prima cosa manipolare in mille modi questi due semplici contratti per renderli più complicati e quindi non controllabili nella loro sostanza e, soprattutto, nel loro meccanismo operativo, ovvero il rischio di pagare somme ingenti, aggravando il costo e i rischi anzichè ridurre i costi e limitare i rischi. Per seconda cosa hanno allargato al massimo la platea degli utenti di contratti nati soprattutto per aziende di grandi dimensioni, abituate ad utilizzare strumenti sofisticati, diffondendoli capillarmente tra salumieri, meccanici, cartolai. Gli iniziali sottoscrittori, manager di grande esperienza, tutti laureati in scienze economiche, qualcuno con il master ad Harvard, sono stati sostituiti dai nuovi numerosi sottoscrittori, piccoli imprenditori con le mani sporche di grasso che lavorano quattordici ore al giorno, con la quinta elementare e che quando gli parli di “divise estere” pensano agli zuavi o alle guardie svizzere, non al dollaro australiano.

Infine, hanno messo a punto la “ciliegina”: predisporre contratti standard per tutti, anzichè preparare, come sarebbe corretto, “contratti su misura” sulla base di specifiche esigenze del cliente. Così un cliente si può vedere ofrire un currency swap (contratto di scambio tra una valuta e un’altra, ideale solo per chi esporta, ma rischiosissimo per chi non esporta, perchè gli addossa il rischio di cambio), anzichè, più correttamente, un IRS (contratto di scambio tra un prestito a tasso variabile e uno a tasso fisso) che non corre il rischio di tasso. L’importante è avere un contratto “standard” da VENDERE a tutti in poco tempo. Così a Londra tanti bei giovanotti con gli occhialini colorati e con la laurea in ingegneria (sissignori, la finanza non è più nelle mani degli esperti della finanza, ma nelle mani di ingegneri che elaborano “modelli”) sfornano ogni mese, ogni settimana, ogni giorno, i loro bei contratti e altri giovanotti laureati in comunicazione (sissignori, conta più il marketing, la pubblicità, il depliant che non la sostanza dell’operazione) si danno da fare per trovare nomi accattivanti per le trappole preparate dai loro colleghi. Qualche esempio? Leggete qui che belli questi contratti: JPY call & ITL put, Knock in forward, Dual Forward, Zeta swap, FX depo swap, Collar swap e così via.

DERIVATI PER TUTTI

Dobbiamo ampliare la base dei fruitori dal corporate al retail e anche al pubblic per moltiplicare gli asset e il ROE“.

Siamo intorno alla fine del 2001, la Banca Unica è leader nel settore dei derivati, ma il CEO non è soddisfatto, perchè i risultati non bastano e occorre moltiplicarli per moltiplicare bonus, premi, incentivi. Così dal settore delle aziende si passa a quello dei privati: banali mutui per l’acquisto che diventano mortali “nasse finanziarie” da cui non si esce se non pagando penali spaventose, e a quello degli enti pubblici (comuni, province, regioni). Alla fine del 2007 ben 6.377 famiglie avevano sottoscritto contratti derivati legati a mutui per l’acquisto della casa; in totale già perdevano 164 milioni di euro, (cioè pagavano cifre superiori a quelle previste dal contratto di mutuo originale). Ma da cosa dovevano proteggersi le famiglie se non da un rischio di rialzo dei tassi? E se era così, perchè le banche non hanno consigliato un banale tasso fisso, ma hanno imposto un contratto derivato? VENDERE, VENDERE, VENDERE!

Due parole sui derivati per i poveri enti pubblici, sempre abituati a farsi prestare i soldi con tranquilli mutui della Cassa Depositi e Prestiti, senza trucchi e senza inganni. Nei comuni manca, quasi sempre, la competenza necessaria per valutare l’effettivo contenuto dei contratti per operazioni prospettate come “ottimizzazione della gestione del debito”, ma che in realtà sono ben altro. Dal 2001 i comuni hanno avuto la libertà di operare in derivati e hanno cominciato a camminare su questo campo minato senza sapere nulla della “finanza creativa” e senza sapere che in Inghilterra da venti anni agli enti territoriali è vietato operare in derivati e che in Germania, da sempre, le operazioni speculative sono vietate. In pratica, le operazioni sono strutturate da trentenni rampanti, gestori delle grandi case inglesi, che le affidano in vendita a cinquantenni direttori delle filiali italiane delle banche che le vendono a sessantenni irresponsabili assessori al bilancio dei comuni. VENDERE, VENDERE, VENDERE!

L’obiettivo degli enti locali è coprirsi dai rischi; l’effetto invece è l’assunzione di rischi illimitati a beneficio della banca, e anche quando ricevono un modesto premio iniziale in contanti (lo “specchietto per le allodole”) è sempre un anticipo inferiore al dovuto. In pratica, è un vero e proprio prestito che va in aumento del piano di ammortamento del debito preesistente. Chi lo capisce? Nessuno.

Come lo sa bene la Consob, il cui direttore generale dichiara: “E’ verosimile che gli enti locali non siano in grado di valutare la concorrenza del pricing delle clausole complesse presenti nei derivati“. Anche per questo, oltre che per l’oggettiva complessità – e in certi casi inutilità – dei derivati per i comuni, la Corte dei Conti si è espressa in maniera drastica: basta derivati negli enti locali, i bullet, i sinking fund, gli amortizing swap sono un “pericoloso gioco d’azzardo” che non si concilia con le finalità di un comune o di una regione, che debbono amministrare e non speculare. Stendiamo un velo, per carità di patria, sui sistemi di vendita dei derivati presso gli enti pubblici.

Sono stati utilizzati gli upfront, pagando in contanti cifre da restituire a rate, definiti dalla Corte dei Conti un “illecito finanziario perchè destinano a finalità non giustificabili sotto il profilo contabile“; sono stati pagati incentivi personali agli assessori al bilancio (reato); sono stati impiegati figli o nipoti di personaggi noti per il loro nome, quali testimonial eccellenti.

Ecco come funziona il meccanismo dei derivati

  • Una società specializzata facente parte di un gruppo internazionale, con sede in genere a Londra, inventa un derivato che propone alle banche italiane.
  • La banca italiana compra il contratto per rivenderlo ai clienti in maniera frazionata; riceve immediatamente una commissione.
  • La banca italiana vende ai clienti il derivato senza “girare” le commissioni ricevute, che costituiscono così un utile netto.
  • La banca italiana rinnova periodicamente i contratti in essere per alimentare il meccanismo e introitare sempre nuove commissioni.

DERIVATI RINEGOZIATI

Beh, devo confessarle onestamente che il contratto propostole dal mio collega sei mesi fa era pessimo e non ha coperto i rischi. Per fortuna oggi posso offrirle un nuovo contratto migliore, firmi qui, qui e qui“.

Il povero L.P., titolare di una società cooperativa di pesca del tonno, era preoccupato per i costi crescenti del derivato. Per fortuna è arrivato il nuovo funzionario che ne capisce, l’altro invece…

Peccato che la storia si ripete regolarmente ogni sei mesi, ogni anno, con nuove facce che si presentano, nuovi contratti “migliori” da firmare, nuove promesse di guadagni o di risparmi; regolarmente andate in fumo, come le altre. Perchè una delle forme di moltiplicazione degli utili (ricordiamoci il budget trimestrale!) è la moltiplicazione dei contratti. Se il primo resta in vita per dieci anni, è finita, non si incassano più le laute commissioni sulla stipula, non si possono creare nuovi contratti, si ferma il meccanismo che, come il Moloch, deve essere continuamente alimentato dal sangue delle vittime predestinate.

E’ vero, il primo contratto ha portato delle perdite e addirittura oggi, per essere chiuso, comporterebbe un costo pari magari al 10% dell’importo originario, ma questo non lo dice il simpatico nuovo direttore, tanto il cliente non lo capisce. “Ristruttura” il derivato e nel debito “nuovo” ci ficca anche la perdita, che così non si vede e viene “pagata a rate” aumentando il costo mensile. Bastano tre/quattro ristrutturazioni per non capirci più niente e per non riuscire più a fare i conti. Perchè il perverso meccanismo che sta alla base dei derivati è semplice: il prestito “sottostante” è a lungo o lunghissimo termine (10/15 anni e anche di più), ma il derivato è a breve termine (uno/due anni, massimo tre). Quindi già all’origine non può “stare appiccicato” al finanziamento per tutta la sua vita. Deve “cambiar pelle” ogni volta, perchè ad ogni rinnovo le condizioni generali del mercato sono cambiate e la banca non può dire la verità, cioè che ha “coperto” un finanziamento a lungo termine con strumenti a breve termine. Il “vecchio” contratto DEVE essere sostituito prima della scadenza per non scoprire le carte e non far capire il giochino. Così gira il mondo della finanza, stravolgendo le vecchie regole che hanno sempre garantiro il buon funzionamento del sistema.

Una di queste, la principale, è che se una banca eroga prestiti a lungo termine deve avere una raccolta di fondi uguale, cioè a lungo termine, per non avere sfasature di cassa e quindi evitare i rischi. Invece, gli “apprendisti stregoni” hanno avuto la pensata: “Non raccogliamo a lungo termine perchè costa di più, ma raccogliamo soldi a breve termine, e ci intaschiamo la differenza“. Peccato che, così facendo, affontavano il rischio di raccogliere soldi a tassi di volta in volta diversi, magari, in una fase di inflazione crescente, sempre più alti. Ecco perchè hanno spinto sui tassi variabili applicati a finanziamenti, in modo da non avere troppi problemi nella trasformazione del denaro da “breve” a “lungo”. Ecco perchè sono obbligate, se il cliente pretende il finanziamento a tasso fisso, a “creare” un’operazione con un derivato, partendo dal tasso variabile, oggi l’unico esistente, e sfruttando un tasso fisso.

Il miracolo finale? Si fa sparire il mais naturale (il tasso fisso) e lo si sostituisce con un OGM (il tasso variabile), poi si ripropone il mais originale modificando l’OGM e mettendolo nella polenta. Buon appetito!

LE REGOLE PER EVITARE RISCHI CON I DERIVATI

1] Valutare l’effettivo interesse dell’azienda a stipulare un contratto derivato. Se i tassi crescessero ci sarebbe un impatto negativo sui conti? Sarebbe modesto, quindi sopportabile, oppure consistente?

2] Valutare il costo dell’assicurazione. Quanto si è disposti a pagare per avere la sicurezza di non correre rischi sui tassi?

3] Consultare più banche chiedendo diverse soluzioni per le proprie esigenze e pretendendo simulazioni ad esempi chiari e concreti con cifre precise per ogni variazione di 25 centesimi, positiva o negativa, del tasso-base del prestito originario.

4] Leggere e studiare tutte le clausole del contratto prima di firmare, sottoporlo ad un consulente finanziario e ad un avvocato per essere sicuri che non ci siano clausole “nascoste”.

5] Esigere contratti di vera copertura del rischio, plain vanilla per quelli legati ai tassi, currency swap semplice per quelli legati alle valute, evitando ogni forma di contratto a doppia opzione.

6] Farsi indicare in forma scritta, con una tabella allegata al contratto e firmata, tutti i costi.

7] Pretendere un contratto che segua attentamente l’andameno del prestito “sottostante” e che si riduca nel tempo parallelamente ai rimborsi delle rate.

8] Chiedere, almeno ogni trimestre, la valutazione del contratto, il cosiddetto mark to market, per determinare l’andamento del rischio sul derivato.

Se potete: fatene a meno, vivrete più tranquilli.

da Gianluigi De Marchi
Sopra la banca il bancario campa, sotto la banca il cliente crepa
collana Eretica – Stampa Alternativa

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10 commenti

  1. […] fonte:  Swap e derivati: tecniche di vendita e ricatti Aggregato il   16 febbraio, 2011 nella categoria Banche, Comparazione, Finanziamenti, Guida […]

  2. […] secoli, si era lanciata nella “finanza creativa“, costruendo centinaia di migliaia di contratti derivati, entrando così nel mondo dell’impacchettamento dei mutui subprime concessi a chi non ha un […]

  3. […] scoppio ufficiale dell’ultima crisi economica, dalle solite banche mediante il piazzamento dei bond farlocchi, subito dopo volatilizzati, di Cirio, Parmalat, Banca 121, Argentina, ecc. fatti sottoscrivere ai […]

  4. […] democratici potessero essere sottratte da paesi antidemocratici che furono sviluppati fin dal 1800 fondi di risparmio collettivi e una informazione finanziaria indipendente, in grado di finanziare l’economia, suscettibili di […]

  5. […] democratici potessero essere sottratte da paesi antidemocratici che furono sviluppati fin dal 1800 fondi di risparmio collettivi e una informazione finanziaria indipendente, in grado di finanziare l’economia, suscettibili di […]

  6. […] che differenza c’è tra i capitali che sono frutto di una speculazione finanziaria, quindi di una rapina ai danni dei cittadini o di un intero popolo, e i capitali provenienti dal traffico internazionale di stupefacenti o dal […]

  7. […] Collecchio, il progetto di sistemare le cose, ridare fiato al gruppo Parmalat, utilizzare la “finanza creativa“. La Bonlat, società venezuelana, crea un falso conto negli USA per circa 4 miliardi di euro […]

  8. […] affermato un Sistema che distorce a suo piacimento la verità e la realtà, che ha trasformato la speculazione in forma d’ingegno e l’economia del libero mercato nell’antidoto alle disgrazie […]

  9. […] rischi insiti nell’aver aperto le porte della Nazione alla  grande speculazione fondata sulla “finanza derivata”, sul “libero mercato” e sulla globalizzazione. E’ da vent’anni che denuncia il […]

  10. Io non so chi lei sia e francamente poco importa.
    La voglio però ringraziare, per la prima volta ho capito cos’è un derivato e lo swap.

    Grazie per aver dimostrato che si può parlare di finanza anche in una lingua – l’italiano – a tutti comprensibile e nota.

    Lorella


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