AFGHANISTAN, IL FUMO UCCIDE

L’oppio è una sostanza naturale ricavata da una varietà di papavero. L’Afghanistan – che per la maggior parte viene esportato, ma ne resta abbastanza per creare un circolo vizioso di dipendenza in tutto il paese – fornisce quasi tutto l’oppio del mondo, oppio grezzo, sostanza base di tutti gli stupefacenti dal cui ingrediente miscelato chimicamente ad altre sostanze si estrae l’eroina, derivato che ha un forte effetto antidolorifico simile, ma molto più potente, alla morfina. Durante la guerra di secessione americana, si ebbe un boom dell’uso di morfina, che veniva usata per lenire il dolore dei feriti e come analgesico per gli interventi, anche se poi quasi tutti morivano di setticemia! Dopo la guerra, che aveva prodotto più tossicodipendenti che morti, ci si rese conto che la morfina creava anche “qualche problema”, ma rimaneva l’unico analgesico efficace. Alla fine del secolo la multinazionale farmaceutica Bayer sintetizzò l’eroina lanciandola sul mercato, come sostituto della morfina, presentandola come analgesico capace di lenire le crisi di astinenza della morfina, oltrechè essere efficace contro il dolore e molte affezioni. Anche l’eroina però provocava una crisi di astinenza grave quanto la morfina. Sono oltre 350.000 i tossicodipendenti da eroina e oppio in Afghanistan dove la dipendenza dalla droga colpisce intere famiglie, anche i bambini. Negli Stati Uniti, un rapporto del 2003 fornito dal Department of Health & Human Services (HHS) e dal National Institute on Drug Abuse (NIDA) ha stimato in 3,7 milioni le persone che hanno fatto uso di trattamenti per dipendenze da eroina. L’eroina è illegale. Un chilo di oppio afghano viene venduto ai trafficanti per poco più di 500 dollari. Il “fatturato” industriale dell’eroina supera i 140 mila miliardi delle vecchie lire, cui concorrono con oltre 25/28 mila miliardi gli Stati Uniti, con 35/40 mila miliardi circa l’Europa, con circa 65 mila miliardi i paesi asiatici; il rimanente dal resto del mondo. L’oppio grezzo consumato nei soli paesi asiatici ha prodotto un fatturato di circa 2000 miliardi di vecchie lire, cifra irrsoria se paragonata a quella dell’eroina. Un enorme business.

Non è certo una novità che i maggiori paesi coltivatori di “papaver somniferum” siano Iran, Afghanistan, Pakistan, Turchia, Siria, Libano, India e ancora, Thailandia, Birmania e Laos nell’Estremo Oriente, cui si aggiungono Cina e Messico. Fonti consultate precisano che il conseguente traffico ha origine dall’imponente, massiccia produzione di oppio nei paesi asiatici del Medio ed Estremo Oriente, presentandosi diffuso e articolato. Anche se in qualche misura risente della diffusione delle droghe sintetiche, l’eroina rimane sempre uno stupefacente con un solido mercato. Le vicende belliche connesse dapprima con i Balcani e recentemente con l’Afghanistan hanno indubbiamente inciso nel traffico di oppio e di morfina, cui secondo dati disponibili, la produzione di oppio sarebbe concentrata per circa il 90% tra Birmania, India e l’Afghanistan cui si tratterà di vedere quale continuerà ad essere la linea del governo fantoccio e corrotto di Hamid Karzai e quali accordi verranno raggiunti tra le varie tribù che dall’oppio hanno sempre tratto le risorse per acquistare armi, munizioni ed equipaggiamenti militari. E questo per disporre di argomenti idonei a garantirsi “credibilità” nei rapporti con i vari partner internazionali.

«In qualsiasi circostanza l’Afghanistan vuole essere indipendente in tutte le questioni che lo riguardano e in tutte le aree della sicurezza», ha dichiarato Karzai durante una conferenza stampa. «A casa quando scoppia un tubo, chiamate un idraulico per ripararlo. Una volta finito il lavoro, non credo che l’idraulico resti per sempre?». Di conseguenza, secondo Karzai, una volta aver aiutato gli afghani a “riparare il tubo”, i Gruppi di ricostruzione provinciale della Nato “se ne devono andare”. «Spetta a noi – ha aggiunto – scegliere la maniera in cui utilizzare il tubo, non all’idraulico».

Alfred Bernhard Nobel, noto per essere stato l’ideatore del “Premio Nobel”, inventò la dinamite, ma non pensava certo ad attentati terroristici! Come è ormai più che chiaro a tutti – salvo che al ministro della Difesa, Ignazio La Russa, che osa ripetere fino all’estenuazione la “necessità di consolidare la democrazia in Afghanistan” in cui i conclamati propositi di aiuto alla società afghana non servono più da tempo a nascondere la realtà – l’Afghanistan è una guerra d’aggressione perduta, ma non si può dire, pena farsi nuovi nemici oltre Atlantico. Poichè in Afghanistan i nostri soldati ci sono andati, rimanendoci da 7 anni, per regalare dolci, giocattoli e palloncini colorati ai bambini, una cosa però dovrebbe essere chiara a tutti: in Afghanistan il fumo uccide.

«Il fumo ti uccide: difenditi!». Oltre 80mila morti l’anno in Italia a causa del fumo da sigaretta e 5,4 milioni di vittime nel mondo. Appresa la beffarda notizia che un soldato americano in Afghanistan era stato colpito da un forte attacco di “emicrania da fumo“, e che un suo compagno gli aveva portato una Cibalgina, il presidente degli Stati Uniti e premio Nobel per la pace orwelliana, Barack Obama, ha smesso di fumare. A rivelare il sensazionale scoop del Terzo Millennio è stata la first Lady, Michelle, la quale parlando con alcuni giornalisti ha detto che il marito non tocca una sigaretta da circa un anno.

E’ un dato di fatto incontrovertibile, una consuetudine mai violata che è stata supinamente accettata e mai diventata oggetto di polemica nell’opinione pubblica perché i potenti media italioti possono contare su una mediocre qualità dell’informazione partorita dalle menti delle nuove leve di megadirigenti inviati servilmente a occupare tutto ciò che è pubblico servizio in Italia, dove non c’è eguali nel panorama della stupidità. Non è la stessa cosa negli altri angoli del pianeta, naturalmente, ma nessuno ne fa un problema. Tant’è!

Essendo la certezza una forma maniacale di convinzione, il dubbio rimane una passerella che trema fra l’errore e la verità. Parafrasando il filosofo gallese Bertrand Russel (Bertrand Russell dice la sua, Longanesi, Milano, 1982) potremmo affermare che “non si dovrebbe mai esser certi di niente perché nulla merita certezza, e così si dovrebbe sempre mantenere nelle proprie convinzioni un elemento di dubbio e si dovrebbe essere in grado di agire con vigore malgrado il dubbio”. Alla luce dei soldati morti in Afghanistan qual è il ruolo dell’Italia nella guerra e come si può modificare? In termini più crudi, la prima domanda: che ci stiamo a fare? Oppure, come qualcuno si chiede da tempo: quanti morti vale l’Afghanistan?

Il ruolo italiano secondo i politici:Missione di pace” (Ignazio La Russa), “Contributo alla democrazia” (Franco Frattini), “Contributo alla quotidiana lotta al terrorismo internazionale, noi fondamentali per la pace” (Silvio Berlusconi), “Missione internazionale per la pace e la stabilità in Afghanistan” (Renato Schifani), “L’intervento italiano in Afghanistan si realizza nel pieno rispetto dei principi e delle circostanze stabiliti dall’articolo 11 della nostra Costituzione” (Giorgio Napolitano), “Il processo di pace nel Medio Oriente vada avanti” (Pierluigi Bersani), “In Afghanistan aiuti militari, ma non solo” (Piero Fassino), “Andare via dall’Afghanistan non sarebbe un atto politico, ma la rinuncia ad esercitare il nostro ruolo politico nella comunità internazionale e ci isolerebbe in europa e nel mondo” (Massimo D’Alema), “La partecipazione dell’Italia alla missione in Afghanistan è un impegno internazionale a cui il nostro paese non può e non deve sottrarsi. Qui siamo impegnati, assieme ad altre nazioni, a garantire all’Afghanistan una possibilità concreta di libertà” (Gianfranco Fini). Insomma, oppio per tutti.

Con l’inserimento poi della Nato e con l’allargamento della sua giurisdizione a tutto l’Afghanistan, il ruolo è diventato più definito in termini tattici e più confuso in termini strategici e politici. Anzi quelli politici sono proprio scomparsi. A ogni disgrazia si sente parlare ingenuamente di exit strategy, senza tenere conto che dopo l’uscita dal punto di vista politico internazionale ci sono ancora molte questione irrisolte da affrontare. Oggi in Afghanistan non esiste alcuna grande strategia, tantomeno di “uscita”. Prima di parlare di uscita bisognerebbe ridefinire la “strategia” che ci vede ancora lì. In Afghanistan si combatte una guerra d’occupazione. Questo è chiaro. Guerra è la parola che i nostri (si fa per dire) dirigenti politici e militari hanno sempre eluso. Mancando così al dovere di verità che la democrazia pretende da chi ne esercita le magistrature. Soltanto in Italia si continua con la finzione politica secondo la quale noi siamo lì a svolgere una “missione di pace”.

Lo scrittore britannico, William Somerset Maugham, famoso per il pessimismo acre e freddo, l’ironia crudele e cinica, con cui flagellava inesorabilmente i vizi e la follia degli uomini, in una visione del mondo piuttosto cupa, ma dotata anche di senso d’umanità, affermava che “Il gran vantaggio di un governo democratico è che il merito, sostenuto dalle amicizie influenti, ha quasi la certezza di trovare la sua giusta ricompensa”.

Ora, se la “passione” per le sigarette, la dipendenza al fumo negli Stati Uniti, non fa solo danni alla salute, apprendiamo un’altra perla che merita una nota a parte: può comportare la mancata assunzione. Tralasciando le cause di morte in questa sporca guerra e limitandoci a glissare sulla liturgia della “missione di pace”, ammettiamo che il fumo, anche in Afghanistan, uccide. Al giorno d’oggi tuttavia il mercato del fumo è diventato un mercato in mano a multinazionali, che utilizzano sostanze altrettanto dannose per la salute. Ormai anche i bambini afghani sanno che fumare fa male, ma quindi perché la gente si ostina a voler fumare? Bisogna anzitutto capire come mai le persone in Afghanistan iniziano a fumare. Di solito perché vedono qualche amico fumare, che li invita a provare, e si lasciano convincere. Tale comportamento è, seppur in minima parte, paragonato a quello della persona che per dimenticare qualcosa si ubriaca o peggio utilizza sostanze stupefacenti. Ovviamente il fumo da tabacco non è paragonabile alla droga, ma i motivi che spingono a fumare sono spesso gli stessi dei motivi che spingono alcune persone a drogarsi. E’ veramente incredibile che certa gente in Afghanistan continui a fumare, nonostante tutte le campagne mondiali che ci sono in atto per invitare a smettere di fumare.

L’Afghanistan come la Svizzera. A Kabul le donne sono tornate visibili – aveva detto il ministro (inutile) Franco Frattini. Escono di casa, lavorano, addirittura votano. Possono togliersi il burqa, se lo desiderano. Grazie alla guerra degli americani voluta da George W. Bush, sono le contraddizioni della vita e i paradossi che seminano dubbi nelle posizioni ideologiche. Soprattuttamente, infattamente e spessatamente, nella misura in cui potremmo affermare che in Afghanistan, il ritrovo nei pub di Kabul liberati dai talebani, sempre accompagnato da qualche pinta di Guiness, è diventato un comportamento del tutto comune e abituale, del resto, come in altri “conflitti legali” e non ha alcun effetto negativo se il “fumo da oppio” viene assunto in quantità non eccessive.

«Al Qaida sarà sconfitta e i Talebani non riprenderanno mai il potere in Afghanistan». Lo ha detto lunedì scorso il presidente americano Barack Obama. «Posso affermare con fiducia che le nostre truppe hanno realizzato un lavoro straordinario e che oggi sono all’offensiva», ha spiegato il presidente americano in una intervista alla FOX. «I Talebani non riprenderanno l’Afghanistan», ha detto ancora Obama, anche se continueranno “a giocare un ruolo” nel Paese. Di contrabbandieri appunto!

Dall’inizio della missione di pace in Afghanistan (7 ottobre 2001), i morti da fumo tra le forze di occupazione statunitensi sono stati 1476, trenta dei quali le perdite nel 2011. In quasi 10 anni di “missione umanitaria” il bilancio totale delle vittime è salito a 2324. La prova di quanto sopra è giunta già da dicembre nelle mani del governo collaborazionista di Karzai e passata ai servizi di informazione Usa. Ma non tutti appartengono a questa categoria. La maggior parte, gli alcolisti, infatti iniziano a bere per puro divertimento, con qualche bicchiere di troppo nelle serate tra amici, arrivando ad essere alcolizzati senza neanche accorgersene. Saranno queste le ragioni “ancora ignote” della morte dei 36 militari italiani in Afghanistan?

L’Afghanistan Rights Monitor (ARM) ha reso noto a Kabul il suo rapporto annuale sulle vittime civili in guerra, cui il 30% circa aveva meno di 18 anni: 2.451 civili afghani avrebbero perso la vita nel 2010 a seguito di scontri a fuoco tra talebani e forze governative. Le principali cause di morte sono state: espolosioni, attacchi suicidi, bombardamenti aerei e proiettili vaganti.

ARM Annual Report
Civilian Casualties of War
January-December 2010

LE FOTO IN QUESTO ARTICOLO
DA FONTE INTERNET
CONTENGONO IMMAGINI FORTI ED ESPLICITAMENTE VIOLENTE
CHE POTREBBERO TURBARE PERSONE
PARTICOLARMENTE SENSIBILI.
 LA VISIONE E’ LIMITATA RIGOROSAMENTE AGLI ADULTI.

I militari italiani, i vertici militari e politici, in violazione dell’art. 11 della Costituzione, partecipano a una guerra, non difensiva ma offensiva, in cui i conclamati propositi di aiuto alla società afghana non servono più da tempo a nascondere la realtà.

Annunci

Lascia un commento

Non c'è ancora nessun commento.

Comments RSS TrackBack Identifier URI

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...

  • RSS QUOTIDIANO RINASCITA

    • Si è verificato un errore; probabilmente il feed non è attivo. Riprovare più tardi.