IL TERRORISMO SACRO DI ISRAELE

La storia, soprattutto quella recente, viene in genere presentata al pubblico nella cornice di un sistema dottrinale basato su alcuni dogmi fondamentali. Nel caso delle società totalitarie, la questione è tanto ovvia da non richiedere commenti. La situazione è più interessante in società che non hanno forme rozze di repressione e di controllo ideologico. Gli Stati Uniti, per esempio, sono sicuramente una delle società meno repressive della storia passata o presente quanto a libertà d’informazione e di espressione. Tuttavia, raramente un’analisi di eventi storici cruciali raggiungerà un grande pubblico se non è conforme a certe tesi. «Gli Stati Uniti partono sempre con buone intenzioni». Con questa formula da incantesimo rituale, un critico dell’interventismo americano entra nell’arena del dibattito consentito, dei pensieri ammissibili (in questo caso, si tratta di William Pfaff, Penalty of interventionism, “International Herald Tribune”, febbraio 1979).

Per accettare il dogma, una persona che non riesca a tollerare più di un certo grado di contraddizione interna, deve evitare attentamente la documentazione ufficiale, che in una società libera è vasta, così come la registrazione dei progetti  ad alto livello che si trova nei documenti del Pentagono, in particolare quelli relativi ai primi anni del coinvolgimento mondiale degli Stati Uniti, gli anni Quaranta e i primi anni Cinquanta, quando furono sviluppate e formulate le linee strategiche essenziali. Nelle professioni accademiche e nei media l’intellighenzia tende generalmente a restare in linea; essa rifiuterà di mettere in dubbio gli articoli di fede, di separare i documenti storici dalla loro interpretazione canonica e di procedere a presentare una versione della storia veramente autonoma dall’analisi ufficiale. Gli occasionali scostamenti dall’ortodossia sono di scarsa importanza, fintanto che restano confinati a circoli ristretti che possono essere ignorati, definiti come “irresponsabili“, “ingenui“, “incapaci di comprendere la complessità della storia” o altrimenti bollati come inaccettabili con familiari parole in codice.

Nonostante il fatto che i rapporti fra Israele e gli Stati Uniti non siano mai stati immuni da frizioni, non si può comunque dubitare che vi sia stato, come spesso si dice, un “rapporto privilegiato“. Questo è evidente a livello materiale, come si può valutare dal flusso di capitali e di armamenti, dall’appoggio diplomatico o da operazioni congiunte, come quando Israele agì per difendere gli interessi cruciali americani in Medio Oriente, all’epoca della crisi del 1970 con la Giordania, la Siria e i palestinesi. Il rapporto privilegiato si manifesta altresì a livello ideologico. Escludendo anche in questo caso poche eccezioni, si devono accettare certi articoli di fede per entrare nell’area del dibettito, perlomeno di fronte a un segmento di pubblico di una qualche consistenza.

RUFFIANI E LACCHE’ DI CASA NOSTRA
La vergognosa prima pagina de Il Giornale del 1 giugno 2010. 

L’articolo di fede più importante è che Israele sia stato vittima sfortunata del terrorismo, di attacchi militari, di odio implacabile e irrazionale. Non è raro che gli analisti politici americani ben informati scrivano che è stato attaccato quattro volte dai suoi vicini, includendo perfino il 1956. A volte Israele riceve un biasimo per la sua reazione, giudicata sbagliata, anche se comprensibile.

Di norma, la convinzione che Israele possa aver svolto un ruolo sostanziale nel dare avvio alla violenza e ai conflitti e nel perpetuarli si trova espressa solo lontano dalla corrente principale. Esaminando l’antefatto della guerra del 1956, Nadav Safran dell’Università di Harvard, in un libro peraltro più onesto di tanti altri, spiega che Nasser «sembrava determinato a mobilitare le risorse militari dell’Egitto e a mettersi alla guida dei paesi arabi in un attacco contro Israele». L’incursione israeliana a Gaza nel febbraio 1955 fu una “rappresaglia” per l’impiccagione di sabotatori israeliani in Egitto. Ma solo sei anni dopo – sostiene Safran – divenne noto che essi erano veramenti agenti israeliani.

Il retroterra immediato del conflitto viene descritto in termini di atti terroristici compiuti dai fedayin e di rappresaglie israeliane. Il terrorismo organizzato dai servizi segreti egiziani «contribuì in misura significativa alla decisione di Israele di entrare in guerra nel 1956 e fu la ragione principale del suo rifiuto a evacuare la Striscia di Gaza». (Israel – The Embattled Ally, Cambridge, Harvard University Press, 1978).

Per sostenere tesi come queste o fare un’analisi dei fatti a esse conforme, è necessario evitare scrupolosamente la documentazione cruciale.  Safran, nel suo studio di 600 pagine, non fa uso di fonti importanti come il Diario che Livia Rokach passa in rassegna, parti salienti del quale già rese pubbliche nel 1974, dei documenti egiziani pubblicati in Israele nel 1975 o di altre fonti che invalidano queste tesi e analisi. Praticamente lo stesso vale per la letteratura accademica dominante e per il giornalismo in genere. Il Diario di Moshe Sharett, cui è dedicata la monografia di Livia Rokach, è senza dubbio un’importante fonte documentaria. Esso rimane fuori dalla “storia ufficiale”, cioè da quella versione della storia che raggiunge un pubblico un pò più vasto di quello, minuscolo, che è insoddisfatto dall’interpretazione convenzionale. E’ però ragionevole prevedere che ciò durerà negli Stati Uniti fintanto che persisterà il “rapporto privilegiato“. Se, invece, Israele fosse stato, poniamo, alleato dell’Unione Sovietica, le rivelazioni di Sharett sarebbero diventate rapidamente di pubblico dominio e nessuno parlerebbe di un attacco egiziano a Israele nel 1956.

…terrorist!

Studiando il processo di formazione della politica in un qualsiasi Stato, è facile trovare una divisione approssimativa fra posizioni relativamente dure, che invocano l’uso di forza e violenza per raggiungere gli obiettivi dello Stato, e approcci più “morbidi”, a favore di metodi diplomatici o commerciali per raggiungere gli stessi obiettivi, una distinzione fra i “prussiani” e i “mercanti”, per usare i termin i suggeriti da Michael Klare nel suo lavoro sulla politica estera degli Stati Uniti. Gli obiettivi sono fondamentalmente gli stessi, a differire sono le misure perorate, per lo meno fino a un certo punto, fatto che, alla fine, può pesare sulla natura degli scopi perseguiti. Sharett era un sostenitore dell’approccio “morbido”. La sua sconfitta nella politica interna israeliana è stata il riflesso del predominio delle posizioni di Ben Gurion, Dayan e altri, che non erano riluttanti a impiegare la forza per raggiungere i loro scopi.

Le annotazioni di Sharett danno un quadro molto eloquente del conflitto che si sviluppava, così come egli lo percepiva, e offrono una visione illuminante della storia iniziale dello Stato di Israele, con implicazioni fino al presente e oltre. Livia Rokach ha reso un servizio prezioso rendendo questo materiale facilmente disponibile per la prima volta per coloro che siano interessati a scoprire il mondo reale che sta dietro la “storia ufficiale”.

da Noam Chomsky
prefazione a “IL TERRORISMO SACRO DI ISRAELE” di Livia Rokach

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1 commento

  1. […] sparuti casi individuali) consenso che gli ebrei di tutto il mondo sono soliti accordare alla sconsiderata e criminale linea politica seguita da Tel Aviv e la parallela irritazione, spesso condita dalle consuete accuse di antisemitismo, con cui […]


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