DELITTI DI STATO

Lo Stato italiano, lo sappiamo, non si è mai sottratto al “dovere” di ammazzare cittadini italiani in nome della difesa del regime, dell’anticomunismo, degli interessi dell’Alleanza atlantica, di quella che, con senso dell’umorismo, chiamiamo “civiltà cristiana”. Ma, oggi, non parleremo dei crimini commessi dallo Stato sul versante politico, ma di altri, anche questi giustificati da una pretesa civiltà giuridica, costituzionalmente riconosciuta, che pretende che le pene inflitte dai Tribunali in Italia abbiano finalità rieducative. E’ dall’ormai lontano 1975, quando fu varata la riforma carceraria, che il regime vanta i meriti del suo sistema penitenziario che sarebbe in grado di “rieducare” i rei e di “recuperarli” alla società civile, grazie all’opera svolta dagli operatori penitenziari. Per rendere credibile questa favola, il Dipartimento dell’amministrazione penitenziaria si preoccupa di nascondere agli italiani le cifre relative ai cittadini ammazzati dai detenuti in permesso premio, in semi-libertà, affidamento in prova al servizio sociale, ecc., per tacere di quelli feriti, derubati, rapinati, e così via. Sono cifre elevatissime, che gli italiani dovrebbero conoscere per valutare se la “rieducazione” ed il “recupero sociale” dei condannati è un dato oggettivo, documentabile, o è solo un espediente propagandistico del regime che, come al solito, spaccia per meriti quelli che sono i suoi demeriti, anzi i suoi delitti.

Il caso di Angelo Izzo che dopo quasi trent’anni di carcere ha ucciso una donna e la figlia quattordicenne, non è un caso eccezionale dovuto ad una patologia di carattere psichiatrico del soggetto, perchè sono diverse migliaia gli italiani uccisi da detenuti “rieducati” e “recuperati socialmente” dal sistema penitenziario. Sulla carta, la “rieducazione” esiste e prevede il trattamento individualizzato del detenuto, che presuppone lo studio del soggetto, l’esame della sua personalità, le misure da adottare per recuperarlo socialmente. Nella pratica, viceversa, tutto questo non esiste. Gli operatori penitenziari italiani, come i loro colleghi della Tanzania, del Pakistan, dell’America, di ogni paese del mondo, si limitano a custodire i detenuti perchè non evadono e si comportino in modo disciplinato. Come tutti gli altri, i carcerieri si ritengono in diritto e in dovere di usare le maniere forti.

Il caso di Stefano Cucchi è, sotto questo aspetto, esemplare e ne rispecchia migliaia di altri, fortunatamente non conclusi con la morte del recluso. I cosiddetti “operatori civili”, sono pochi, professionalmente impreparati, che attendono come avvoltoi sul trespolo che il tempo pieghi la resistenza delle teste più dure. Quando il detenuto, condannato a pene elevate, comprende che, in fondo, quello che il sistema penitenziario gli chiede è solo la “buona condotta” e la simulazione del proprio ravvedimento, si adegua e si comporta di conseguenza. Tranne casi rari, la “buona condotta” è possibile, sempre che la custodia non infastidisca e non provochi il recluso, ma faccia il suo lavoro in maniera corretta.

Non a caso, gli indisciplinati nel carcere italiano si contano fra le categorie dei tossicodipendenti, degli stranieri, dei rei occasionali, di quelli che non sono “nessuno”, mentre mafiosi, camorristi ed affini brillano per disciplina e scarpe lucide. Il carcere è anche questo: ossequi e deferenza nei confronti dei detenuti ritenuti “potenti” e “pericolosi”, arroganza e prepotenza in quelli dei tanti che non contano. In un mondo in cui tutti, tranne pochissime eccezioni, dall’una e dall’altra parte non sanno cosa voglia dire la dignità, simulare il ravvedimento, condannare il proprio passato deviante, attribuire le proprie colpe alla mancanza di lavoro, è cosa che non costa. Le parole, non seguite da dimostrazioni concrete, si dicono senza peso, senza sforzo e senza scrupoli.

A provare che in carcere si vive una commedia, più o meno ben recitata da parte di tutti gli attori, ci ha pensato Renato Vallanzasca, ormai persuaso, non a torto di essere un “padreterno” di questa Italia verminosa. Cosa ha dichiarato il “rieducato” Vallanzasca?: «Io non ho mai accettato compromessi! Io ho mantenuto la mia coerenza, e per la mia coerenza ho pagato! Alcuni mi dicono che io sono un mito». Purtroppo per l’amministrazione penitenziaria, non sono le parole di un Che Guevara ma quelle di un ladrone di strada, pluriomicida, che rivendica la sua “coerenza” e lo sdegnato rifiuto di venire a compromessi. E meno male che lo hanno “rieducato“, perchè in caso contrario avrebbe rapinato l’incauto intervistatore.

Ai delitti commessi con l’autorizzazione dell’amministrazione penitenziaria, si aggiungono la beffa e il danno attuati nei confronti di un’opinione pubblica che si vuole ad ogni costo convincere che qui, a differenza di altri Paesi, esiste una civiltà penitenziaria capace di rieducare e recuperare socialmente gli uomini e le donne che “sbagliano”. E’ il caso di chiamare il regime a rispondere dei suoi crimini, anche in questo campo, iniziando, ad esempio, a risarcire le vittime dei delitti commessi dai detenuti “rieducati”, perchè lo Stato deve rispondere, almeno civilmente, di quanto fanno i suoi presunti “educatori”.

Un accurato e doveroso esame di quanto accaduto in oltre trent’anni nell’ambito penitenziario porta alla inevitabile conclusione che, anche in questo delicatissimo settore, lo Stato si è rivelato criminale nei confronti del popolo che dovrebbe proteggere. Abbiamo sempre parlato dello Stato terrorista, ma è giunto il momento di chiedere conto del suo operato anche allo Stato delinquente che deve essere neutralizzato e posto in condizioni di non nuocere, denunciando all’opinione pubblica i suoi crimini.

da Vincenzo Vinciguerra, AVANGUARDIA

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