IL NUOVO DISORDINE MONDIALE

Alcuni esperti ritengono che la Terza guerra mondiale inizierà 100 anni dopo la  prima e ucciderà centinaia di milioni di persone. Albert Einstein affermò: «Non so con quali armi verrà combattuta la Terza guerra mondiale ma la Quarta verrà combattuta con clave e pietre». Oggi, alcuni analisti concordano che la madre di tutte le guerre sia già in corso, ed è in fase il completamento della sua prima parte iniziale. Per cominciare, ci sono una serie di espressioni che, a livello mondiale, hanno seguito un processo di trasformazione simultaneo al punto da diventare familiari all’attenzione dell’opinione pubblica globale: è il caso dell’ordine mondiale. Trattato come oggetto ridotto a discussione e quantificato, a volte, come fenomeno trasparente, l’ordine mondiale è prima di tutto un processo che affonda le radici più profonde negli accordi trasversali per il ridisegno del mondo nel dopo spartizione al banchetto di Yalta. Ma, naturalmente, il pericolo nel quale oggi ci troviamo sospesi non ha solo radici simili, e se l’evitare una catastrofe è oggi un’impresa non poco difficile, lo è perchè l’impulso al potere e all’espansione del capitalismo – senza cui le prime due guerre non sarebbero scoppiate – ha temporaneamente rallentato la sua corsa a seguito della crisi globale che ha travolta l’economia mondiale.

Il delirio di onnipotenza degli Stati coinvolti nel risiko nucleare globale trovano il limite del loro potere nella realtà di altri sistemi più cervellotici: la “necessità di consolidare la democrazia”, eportandola con la complicità beota di degni servitori, al fine per questi ultimi di raccogliere le briciole del nuovo banchetto. Tutto ciò è evidente: in Iraq e Afghanistan ci sono solamente matricole da sacrificare. Perciò profondamente convinti che la guerra si potesse vincere sul fronte della “lotta al terrorismo” studiando strategie per la sicurezza che nelle intenzioni dovevano portare ad una rapida fine della guerra stessa. Gli Stati Uniti, infatti, stanno adattando la loro politica antiterrorismo alle nuove tattiche della famigerata organizzazione di Al-Qaeda, che si affida sempre più ad individui isolati. Lo ha detto a Washington il consigliere antiterrorismo del premio Nobel per la pace orwelliana Barack Obama, John Brenner, in un intervento: «Gli abbiamo reso più difficile il reclutamento e l’addestramento, così devono affidarsi sempre più a reclute che non sono state istruite a dovere. Al-Qaeda è costretta a compiere attentati meno tecnici e più improntati sulle capacità specializzate del singolo». Si legge in un documento della Casa Bianca che “Gli sforzi per contrastare l’estremismo violento (prima l’obiettivo era l’estremismo islamico) sono sono alcuni degli elementi della nostra strategia, e non possono definire l’approccio americano con il resto del mondo. Non è una guerra contro una tattica – il terrorismo – né contro una religione – l’Islam. Noi siamo in guerra con un gruppo specifico, Al-Qaeda, ed i suoi affiliati che sostengono gli sforzi per attaccare gli Stati Uniti, i nostri alleati e partner”.

Ora bisogna chiedersi se questo nuovo sistema è degno di essere ciecamente intrapreso anche da alleati e partner dei guerrafonfai americani. Ma a questa radice del pericolo se ne aggiunge anche un’altra: l’importanza del ruolo che l’industria degli armamenti gioca all’interno del mondo capitalistico. Solo le guerre, infatti, offrono l’occasione per un effettivo e massiccio consumo di armi. Perciò, per l’industria della guerra è naturale promuovere una guerra o il pericolo di una guerra. Gli Usa non sono solo finanziariamente nelle mani della Cina che si sta accaparrando tutta la tecnologia di avanguardia, ma l’industria pesante americana è in stallo da almeno due decenni. E poichè l’industria vuole continuare a produrre, le armi esistenti non bastano per realizzare l’effetto ottimale: il totale sterminio del genere umano.

Noi che siamo gli avanzi delle generazioni mandate a morte, noi che siamo i morti previsti della prossima guerra, oggi superstiti dei milioni che ieri sono stati annientati, morti assassinati di domani, siamo da sempre sul bordo di questo sistema già da tempo in rovina utili per una nuova guerra di schiavizzazione e di annientamento fatta “scoppiare” da coloro che l’avevano freddamente pianificata. Una minaccia contro il sistema si trasformerebbe in una trappola, anzi in un “tritacarne”, dentro il quale sacrificare interi eserciti sotto il peso del piombo e senza che il genere umano possa fare altro che l’esca della trappola.

Non facciamoci illusioni. La facciata della realtà non è mutata, anche se maliziosamente trasformata giorno dopo giorno per soffocare in germe ogni sospetto e impedire di vedere ciò che accade oggi come una ripetizione di ciò che è accaduto ieri. La maggior parte di coloro che guidano le nostre sorti lo fanno in modo assolutamente cieco.  Usano la minaccia della catastrofe finale – terrorismo – per introdurre tale minaccia nei loro calcoli tattici. Non è impossibile accettare l’alternativa che oggi ci viene imposta: l’export della guerra. I mutamenti politici e, conseguentemente, storici, hanno accelerato la storia politica degli ultimi decenni al punto che difficilmente possiamo riconoscere la situazione mondiale. La guerra chiamata normalmente “guerra” è solo uno stadio estremo in cui la guerra che già esiste da tempo, mascherata da “garanzia di pace” tramite la “prevenzione”, un giorno non lontano si ribalterà, ovvero scivolerà per l’inaudito dilettantismo degli odierni uomini politici.

Non tanto, come afferma la menzogna quotidiana, alla distruzione di forme di governo e di economie “non libere”, quanto quella “necessità di ripristinare la democrazia” altrove, in luoghi remoti del mondo dove madama democrazia non è mai arrivata. Profondamente spaventoso è tuttavia il pensiero delle conseguenze che potrebbe scatenare un primo segnale di guerra totale: la distruzione. Continuare a dividere il mondo in “libero” e “non libero” significa semplicemente ripetere parole demagogiche, parole da schiavi. Senza ombra di dubbio stiamo assistendo al crollo e alla dissoluzione degli attuali ordini mondiali, e quello che viene chiamato capitalismo liberista si è trasformato in un incubo per l’umanità. Oggi il mondo ha bisogno di nuovi equilibri internazionali per le relazioni tra gli Stati, perchè il pensiero “materialista” e “laico” di alcuni governi, che ha portato “disgrazie per il genere umano” non è riuscito a risolvere le crisi economiche e sociali di questo tempo. Ecco allora, che la situazione in cui ci troviamo è di un deficit profondo di regole e di uno ancora più grave di fiducia.

  • Quali sono le “grandi civiltà” che stanno entrando in conflitto nello scenario globale?
  • Ma chi sono gli altri protagonisti?
  • Qual è il peso della potenza militare e quale la potenza economica in questa partita per la supremazia mondiale?
  • Che ruolo può avere l’Europa?
  • Quale sarà il peso dell’Asia e delle economie emergenti?

Se da un lato c’è il modello “war export” occidentale-americano, dall’altro gli avvenimenti in Algeria, Tunisia, Libano, Yemen, Giordania, Egitto, disegnano uno scenario con radici pronte a ramificarsi rapidamente.

Scrive il teorico della comunicazione statunitense Noam Chomsky  – The New York Times Syndacate:

(…)

Il mondo arabo è in fiamme, gli alleati occidentali “stanno velocemente perdendo influenza”. Lo tsunami ha visto la sua genesi nella drammatica rivolta in Tunisia che ha portato alla fuga di un dittatore sostenuto dai governi occidentali. Conseguenze si sono avute soprattutto in Egitto dove i dimostranti sono riusciti a sommergere la brutale polizia del dittatore. Alcuni osservatori hanno paragonato questi eventi al crollo dei territori del blocco sovietico nel 1989. Ma ci sono alcune significative differenze.

In particolare tra le grandi potenze che sostengono i dittatori arabi non c’è alcun Mikhail Gorbachev. Direi piuttosto che Washington e i suoi alleati hanno cercato di mantenere saldo il vecchio concetto secondo cui una democrazia è accettabile fintanto che si adatta ad obiettivi economici e strategici: dunque è accettabile in un territorio nemico ma non è accettabile nel nostro cortile di casa a meno che non sia adeguatamente controllata.

E’ comunque riscontrabile un elemento in comune con il 1989: in Romania Washington ha mantenuto il proprio sostegno per Nicolae Ceausescu, il più sanguinario dei dittatori dell’Europa orientale, fino a quando questa alleanza è divenuta insostenibile. Solo a quel punto ha salutato la sua destituzione come ben accetta ed ha cancellato il proprio passato. Questo è un percorso standard: Ferdinand Marcos, Jean-Claude Duvalier, Chun Doo Hwan, Suharto e molti altri “utili criminali”. E potrebbe essere anche il caso di Honsi Mubarak (unitamente ai soliti sforzi per assicurarsi che il prossimo regime non diverga troppo dal sentiero già percorso ed approvato). La speranza dunque in questo caso è riposta nel generale Omar Suleiman, appena eletto vicepresidente e da lungo tempo capo del servizio di intelligence, odiato dai manifestanti quasi quanto lo stesso dittatore Mubarak.

Una frequente giustificazione tra osservatori è che il timore per l’ascesa democratica di un Islam radicale necessita di opposizioni alla democrazia stessa. Per una questione di real politik. Il problema presenta qualche spunto interessante ma è la formulazione dello stesso ad essere fuorviante. La minaccia generale è sempre stata l’indipendenza.

Nel mondo arabo gli Stati Uniti, e i loro alleati, hanno sempre sostenuto gruppi di estremisti islamici, in alcuni casi anche per prevenire la minaccia di un nazionalismo dai tratti laici. Un esempio è quello dell’Arabia Saudita, il centro ideologico dell’Islam radicale. Altro esempio in questa lunga lista è Zia ul-Haq, il più brutale dei dittatori pakistani che ha portato avanti un programma di islamizzazione radicale con fondi dell’Arabia Saudita.

Afferma Marwan Muasher ex-funzionario giordano e direttore del centro ricerca del Medio Oriente per il Carnegie Endowment: «Il solito mantra ripetuto all’infinito dentro e fuori il mondo mussulmano è che non c’è nulla di sbagliato è tutto sotto controllo. A pensarla in questo modo diventa facile per le forze al potere dichiarare che gli oppositori esagerino quando parlano delle condizioni reali di vita». In questo modo è facile sottostimare il significato dei manifestanti e delle manifestazioni. Questo è un approccio ormai saldo e ben collaudato, tanto in territorio americano quanto all’estero. In caso di particolari violenze è possibile lasciare un margine di movimento ma bisogna sempre mantenere il controllo.

Il movimento democratico in Tunisia è stato diretto contro “uno stato di polizia, uno stato completamente privo di libertà di espressione o associazione e che presenta gravi problemi di diritti umani guidato da un dittatore la cui famiglia è odiata per la propria avarizia e cupidigia”. Questa è l’affermazione di Robert Godec, ambasciatore americano, nel luglio del 2009 in un cable rivelato da Wikileaks.

Di conseguenza ad alcuni osservatori i documenti Wikileaks dovrebbero dare una sensazione rassicurante tra l’opinione pubblica americana: i funzionari prestano attenzione ad ogni cosa. Anzi, i cables in questione sono così d’aiuto rispetto alla politica americana che è quasi come se Obama si stesse derubando di questi documenti.

L’America dovrebbe consegnare ad Assange una medaglia” scrive il Financial Times. L’analista capo di politica estera Gideon Rachman afferma che “la politica estera statunitense risulta morale, intelligente e pragmatica. La posizione pubblica assunta dagli USA su qualunque questione di norma equivale anche alla posizione reale che tende ad assumere”. Da questo punto di vista Wikileaks destabilizza i teorici della cospirazione che dubitano delle nobili motivazioni che Washington puntualmente dichiara come proprie. Il cable di Godec conferma tale ipotesi. A meno che non si vada più a fondo. Se decidiamo di farlo, come fa Stepehn Zunes su Foreign Policy in Focus, scopriamo che pur avendo a disposizione il dispaccio di Godec, WASHINGTON HA COMUNQUE DECISO DI CONCEDERE ALLA TUNISIA 12 MILIONI DI DOLLARI IN AIUTI UMANITARI. Questo ha reso la Tunisia uno dei cinque destinatari stranieri di prestiti USA: Israele, le due dittature del Medio Oriente Egitto e Giordania; E la Colombia, la quale detiene il più lungo e peggior record in relazione alle violazioni di diritti umani nel globo.

Heilbrunn discute anche del sostegno dei governi arabi alla politica americana contro l’Iran, come recentemente appreso da alcuni dispacci di Wikileaks. In modo analogo si comporta Rachman sezionando questo ulteriore esempio. Quello che però non viene detto è ciò che pensa la popolazione. Secondo i sondaggi pubblicati dalla Brookings Institution ad agosto, alcuni arabi concordano con Washington e con i commentatori occidentali e ritengono l’Iran una minaccia. Il 10%. Ma considerano gli USA ed Israle la minaccia più grave (77% e 88%). L’opinione pubblica araba è così ostile alla politica americana che il 57% degli intervistati pensa che la sicurezza nella regione uscirebbe rafforzata se solo l’Iran detenesse armi nucleari.

Nonostante questo “non c’è nulla di sbagliato è tutto sotto controllo” (come dichiarava Marwan Muasher parlando di questa fantasia prevalente). I dittatori ci sostengono. Le vittime possono essere ignorate a meno che non spezzino le catene. In quel caso sarà necessario aggiustare un pò la mira. Altri cables sembrano accrescere il sostegno sui giudizi entusiastici della nobiltà di Washington. A luglio del 2009 l’ambasciatore in Honduras Hugo Llorens ha informato Washington della situazione in quel paese. E’ stata attivata un’indagine dell’ambasciata  in relazione al “problema legale e costituzionale riguardante la rimozione forzata del 28 giugno del presidente Manuel `Mel’ Zelaya”. L’ambasciata conclude dicendo che “non ci sono dubbi che, il 28 giugno, l’esercito, la Corte Suprema ed il Congresso Nazionale hanno tramato e messo in atto un colpo di stato illegale ed incostituzionale ai danni del potere esecutivo”. Davvero ammirabile tranne che il presidente Obama sia stato l’unico a sostenere tale colpo di stato ignorando le atrocità e rompendo un fronte unito in America Latina e in Europa che invece condannava quanto accaduto.

Forse i più interessanti dispacci di Wikileaks riguardano il Pakistan e sono stati commentati dall’analista politico Fred Branfman su Truthdig. I cables dimostrano che l’ambasciata americana è ben consapevole che la guerra USA in Afghanistan e Pakistan non solo intensifica il crescente sentimento anti-americano ma anche che “rischia di destabilizzare lo stato Pakistano” aumentando le possibilità che si verifichi il peggiore degli incubi: le armi atomiche potrebbero finire nelle mani di terroristi islamici.

(…)

La società umana, nella sua struttura più intima, è talmente complessa che gli stessi Uomini non sono in grado di comprenderla, vista la ristrettezza congenita della sua visione. Alla fine, dopo qualche miliardo di morti, i giovani sopravvissuti in futuro dirotteranno l’attenzione su qualche altro scenario di crisi. Ma questa è un’altra storia…

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3 commenti

  1. In Egitto ci sono disordini, la guerra civile nelle capitali e nei paesi occidentali a trovare una posizione comune. Alcuni, come il segretario generale dell’ONU Ban Ki Moon chiede libere elezioni subito, mentre il primo ministro italiano Silvio Berlusconi Mubarak rinforza la schiena. Forse è una buona cosa, perché alla fine deve decidere il popolo egiziano, come procedere lì. Ai miei occhi questo Mohamed ElBaradei solo uno che ora vuole saltare sul treno in movimento alla polvere, a volte velocemente presidente. Lui è nei miei occhi non è la legittimità democratica.

  2. L’articolo andrebbe aggionato inserndo anche la crisi Libica. Gheddafi da chi era sostenuto ?, Oppure si sosteneva da se stesso,? Le mire petrolifere del NWO in gioco nell’ Area mediorientale e nell’Africa . Gli ineressi della Russia e della Cina in Medioriente. TONY CARTALUCCI blacklistednews.com ci dice che a guerra lampo globalista segnala la più grande riorganizzazione geopolitica dopo la seconda guerra mondiale.

    Iniziando in Nord Africa, si stanno ora svolgendo in Medioriente e in Iran, e si propagheranno presto in Europa orientale e in Asia. Le rivoluzioni colorate, fomentate dai globalisti stanno cercando di trasformare profondamente intere regioni del pianeta con un solo colpo di spugna. È una mossa ambiziosa, forse nata persino dalla disperazione, con la depravazione e il tradimento dei globalisti esposti alla vista del mondo senza alcuna opportunità di tornare indietro adesso.

    Per comprendere la logica dei globalisti dietro una tale mossa azzardata, può essere utile capire il loro scopo finale e gli ostacoli che devono superare per raggiungerlo.

    Lo scopo finale

    Lo scopo finale (1) naturalmente è un sistema di governance globale (2) che abbracci tutto il mondo. Si tratta di un sistema controllato dai finanzieri anglo-americani e dalle loro reti di istituzioni globali che assicurano che le nazioni consolidate del mondo si attengano a un sistema singolare che essi possono perpetuamente derubare. Come oligarchi megalomaniacali, la loro singolare ossessione sono il consolidamento e la conservazione del loro potere. Questo sarà raggiunto attraverso un sistema di controllo della popolazione, di controllo industriale e monetario, che insieme formano il fondamento delle loro politiche Malthusiane.

    Tali politiche sono palesi nell’ “Agenda 21”(3) delle Nazioni Unite, e [sono sostenute] dai guru della politica come l’attuale Consigliere per la Scienza della Casa Bianca, John Holdren nel suo libro intitolato “Ecoscience”.(4)

  3. […] questo pensiero ci deve dare gioire e speranza. Persino ora, se non comprendiamo la sostanza della situazione attuale, solo osservare il numero sbalorditivo di persone, molte delle quali giovani e insoddisfatte, che […]


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