27 GENNAIO: IL GIORNO DELL’OLOCA$H

Correva l’anno. Qual è la data storica che più vi ricordate, nella “storia” studiata a scuola? Senza scomodare Etruschi, Fenici, Cartaginesi, la Magna Grecia e le tre Guerre puniche, le date che alla luce dei propri studi limitati da scolaretti affumicati, la maggior parte delle persone ricordano sono la fondazione della città di Roma il 21 aprile 753 a.C. da Romolo sul colle palatino e la caduta dell’Impero romano d’Occidente che si fa terminare per convenzione nel 476, anno in cui Odoacre depone l’ultimo imperatore legittimo, Romolo Augusto e, sempre per convenzione, anno in cui si colloca l’inizio dell’epoca medievale. Di Eruli, Goti, Bizantini e Longobardi (476-568), ne rimangono residue tracce di memoria come nella pancia di un coniglio a guardia di in un campo di carote. A seguire, nella nostra ricerca nel cassetto dei ricordi, la notte di Natale dell’800 quando papa Leone III incoronò Carlo, detto Magno imperatore, fondando l’Impero carolingio. L’Inquisizione, che si può considerare stabilita nel Concilio presieduto a Verona nel 1184 da papa Lucio III e dall’imperatore Federico Barbarossa, con la costituzione Ad abolendam diversarum haeresum pravitatem. Più tardi il 1453, anno che segna la fine della guerra dei cent’anni tra Inghilterra e Francia (durata 116 anni); il 1492, coincidente con la scoperta delle Americhe da parte del genovese Cristoforo Colombo; il 1789, la Rivoluzione Francese; Le tre Guerre d’indipendenza italiane (1848, 1859, 1866), la spedizione dei Mille, un episodio del periodo risorgimentale italiano avvenuto nel 1860 e il Regno d’Italia, nome assunto dallo stato sardo nel 1861. La Prima guerra mondiale (1914-1918) e, infine, la Seconda guerra mondiale (1939-1945). Per tutto il resto c’è Acutil Fosforo sciroppo e non supposte, un medicinale che serve ad aiutare la memoria. Ricordate, invece, questa data: 20 luglio 2000. Vi dice niente? Le indicazioni terapeutiche del prodotto medicinale sono indicate verso stati di affaticamento, facile esauribilità e scarso rendimento mentale. Difficoltà di concentrazione o di attenzione. Lo si assume una volta al dì senza particolari accorgimenti. Unica controindicazione è l’ipersensibilità individuale accertata verso il prodotto. Ma se uno non lo vuole prendere allora occorre farglielo prendere anche contro la sua volontà. Ed è chiaro che poi uno ci resta male ma alla fine sarà più rilassato e contento anche lui. Un pò quello che è successo al deputato on. Furio Colombo (PD) sia per un’intervista rilasciata al giornale online Tiscali (20 gennaio 2010) che su il Fatto Quotidiano del 23 gennaio 2011. Entrambe date storiche, di quelle da incorniciare che vi riproponiamo. Il titolo del secondo è semplice e diretto: La legge che serve alla memoria.

L’onorevole Furio Colombo per il quale il “Giorno della Memoria” ha rappresentato il  principale impegno quando è stato eletto deputato dell’Ulivo nella XIII legislatura (Elezioni politiche del 25 aprile 1996, proclamato il 25 aprile 1996 ed elezione convalidata il 22 gennaio 1997 con la maggioranza di centrosinistra DS-L’Ulivo e governi Prodi, D’Alema e Amato), con la Legge n°211 del 20 luglio 2000 (iniz. parl. pres. 20/01/00: Atto parlamentare: C. 6698), ha istituito ed ufficializzato questo anniversario (unica legge italiana approvata all’unanimità dalla Camera e dal Senato) che ha come punto di riferimento la Shoah. La legge si compone di soli due articoli, dei quali all’articolo 1 c’è scritto testualmente:

«La Repubblica italiana riconosce il giorno 27 gennaio, data dell’abbattimento dei cancelli di Auschwitz, “Giorno della Memoria”, al fine di ricordare la Shoah (sterminio del popolo ebraico), le leggi razziali, la persecuzione italiana dei cittadini ebrei, gli italiani che hanno subìto la deportazione, la prigionia, la morte, nonchè coloro che, anche in campi e schieramenti diversi, si sono opposti al progetto di sterminio, ed a rischio della propria vita hanno salvato altre vite e protetto i perseguitati».

Ora, parafrasando la legislazione razziale del fascismo, così come non esistono esseri umani perfetti parimenti non esistono nazioni perfette. Sarebbe del resto assai strano che la somma di una lunga serie di imperfezioni desse come risultato la perfezione. Gli uomini sbagliano, le nazioni sbagliano e le leggi razziali del Fascismo sono, con ogni probabilità, ascrivibili a questa categoria. La storia, del resto, ci insegna che un errore è spesso peggior cosa che non un delitto. Il suo atteggiamento, se pur comprensibile nell’immediatezza dei fatti, ha assunto, con il passare degli anni e con l’evolversi delle questioni in Medio Oriente interessanti lo Stato ebraico a trazione sionista, in particolare, connotazioni così preoccupanti da far sorgere il dubbio sulla necesità, oggi, di leggi che, un tempo necessarie non erano: il reato di negazionismo.

Con l’ennesimo altro gran colpo tonante di culo, a grande effetto scenico, affinchè la sceneggiata sia completa il promotore della “giornata della memoria” Furio Colombo, viene intervistato da Claudia Mura per il giornale online Tiscali (confezionato con tanto di video Ansa che precede l’articolo) 26 gennaio 2010: «Furio Colombo: “La Giornata della Memoria contro il negazionismo ancora diffuso”».

Riportiamo l’intervista di Claudia Mura:

Il 27 gennaio del 1945 venne liberato il campo di sterminio nazista di Auschwitz. Cinquantacinque anni dopo in Italia si celebrò la prima Giornata della Memoria, per rendere omaggio alle vittime dell’Olocausto e come monito alle future generazioni. La legge 211, che ha istituito e ufficializzato questo anniversario fu tenacemente voluta dall’allora deputato Furio Colombo per ricordare le vittime della carneficina e gli uomini giusti che vi si opposero.

Al protagonista di quella battaglia civile chiediamo oggi, a 10 anni di distanza, quale peso abbiano queste celebrazioni e quanto siano utili. “C’è da essere soddisfatti per il solo fatto che, a 10 anni dalla legge, la Giornata della Memoria esista ancora. Un’occasione così fragile, affidata alle mani dei cittadini e delle istituzioni che la possono usare per fare sì che davvero quel ricordo non muoia. C’è da essere contenti che sia ancora così viva una giornata che, per il solo fatto che c’è ancora, è utile”.

Dimenticare è un pericolo. Quali altri rischi intravede da parte di chi non ritiene degne di memoria le vittime dell’Olocausto? “Il negazionismo è ancora molto diffuso, ma c’è anche la Chiesa cattolica, il cui Papa ha riammesso nel rito ufficiale quella preghiera del venerdì che invoca la ‘conversione’ degli ebrei, ha revocato la scomunica dei lefebvriani e alimentato la polemica sul vescovo negazionista. Posizioni negazioniste sono pubblicamente espresse e tollerate. All’Università di Roma La Sapienza c’è un docente di queste idee che ancora insegna. La tentazione di dire che non è successo niente c’è ancora”.

Cosa ha prodotto l’istituzione di questa giornata? “Fra le altre cose ha prodotto una pubblicistica più obiettiva. Prima moltissima gente che sapeva della Shoah e che la giudicava criminale, credeva che si trattasse di un male cha ha colpito fuori dall’Italia. L’Italia non è mai stata comunista ma è stata fascista. Mussolini non era solo un alleato dei nazisti e il fascismo è stato l’altro grande promotore delle leggi razziali. La Giornata della Memoria è servita a ricordaci che, in Europa, solo due paesi votarono le leggi razziali: l’Italia e la Germania”.

Ci racconti come è nata la Legge 221. “Il 20 gennaio del 2000 alla Camera feci un discorso nel quale chiesi che la legge istitutiva della Giornata della Memoria fosse approvata all’unanimità perché, dissi, ‘noi sediamo nei banchi di chi quelle leggi ha approvato all’unanimità’. Fu un delitto italiano e per questo serviva una legge italiana”.

C’è una generazione che ancora deve fare i conti con le sue colpe quindi? “In questi giorni esce un libro, L’alba ci colse come un tradimento, in cui l’autrice, Liliana Picciotto, dimostra che la grande maggioranza degli ebrei deportati e mai più tornati sono stati arrestati e identificati da italiani”.

Ogni celebrazione ufficiale rischia di diventare retorica, come arginare questo rischio? “Una legge come questa non è per gli ebrei ma per i non ebrei. Loro ricordano, siamo noi che abbiamo bisogno di una norma per farlo. Come si ricordano le proprie glorie, si devono ricordare i propri misfatti. Non si tratta di alzare una bandiera. Non c’è qualcuno che è stato molto buono, ma qualcuno che è stato molto cattivo. E qui c’è un rischio minore di essere retorici”.

Da cosa dobbiamo ancora guardarci? “Dal silenzio. Il complice fondamentale dello sterminio nazi-fascista è stato il silenzio, anche quello di Pio XII. Il silenzio aiuta questi crimini e non bisogna mai tacere di fronte alle violazione dei diritti. La ‘caccia al negro’ di Rosarno è avvenuta ai giorni nostri e un giorno potrebbe toccare a noi ciò che oggi sembra non riguardarci”.

[da giornale online Tiscali del 26 gennaio 2010]

Di fronte poi alle scuse che, oggi più di ieri, a dispetto del tempo trascorso, in una sorta, la comunità ebraica esige dai più svariati settori della società e che le vengono porte con estrema riverenza da chiunque rivesta un incarico appena superiore a quello di vigile urbano non possiamo non essere perplessi…

 

 

 

 

Gli eventuali errori commessi in altre epoche non possono e non debbono trasformarsi in un’arma di ricatto, tantomeno di un ricatto permanente. La nostra, poi, è una ben strana nazione che ha volutamente focalizzato la sua memoria storica esclusivamente su questo episodio e che per tutto il resto, sia per quanto riguarda la gratitudine (negata) a chi per lei ha combattuto o il desiderio di fare giustizia nei confronti di chi l’ha tradita o ha mutato i suoi confini, abitanti compresi, pare invece aver sposato la tesi partenopea del chi ha avuto, ha avuto…

L’articolo su il Fatto Quotidiano è il seguente:

Se il “giorno della memoria” dedicato alla Shoah (27 gennaio) è inutile, che dite, lo lasciamo perdere? Dopotutto viviamo in un paesaggio di detriti, pirateria, malefatte e vergogne, che non sono solo italiane – come a volte esasperati crediamo – ma rovesciano conseguenze dolorose, o la morte, su esseri umani indifesi, nel mondo povero, ma anche nel cuore del mondo ricco. Nessuno ti dice di voler dimenticare. Piuttosto ti dicono: in un mondo così, a cosa servono le cerimonie. O meglio: altre cerimonie, oltre quelle che celebriamo da sempre, con poca persuasione e molta distrazione in ciò che resta della comune vita pubblica?

Forse qualcuno ricorderà che l’istituzione della legge che celebra il “giorno della memoria” è la sola iniziativa che sono riuscito a portare a conclusione in anni di vita parlamentare. Ho scritto e firmato e proposto il brevissimo testo subito dopo essere entrato in Parlamento, nel 1996; ho speso tutti gli anni di una legislatura a cercare l’unanimità per una legge senza carichi finanziari, esclusivamente simbolica; ho dovuto farmi strada fra chi voleva parlare, invece, di gulag, foibe, e coloro che giudicavano la legge inutile. Finalmente, nel 1999, giunto il momento del dibattito e dei discorsi finali, ho potuto dire alla Camera che in ogni seggio di quell’Aula ogni deputato presente (355), nel 1938 aveva votato “sì” senza eccezioni e astensioni quando erano state presentate da Mussolini le leggi razziali.

Ho detto ai miei colleghi che il nostro voto oggi non poteva cambiare nulla. Ma se avessimo tutti votato “sì”, avremmo almeno lasciato un segno di repulsione per il rito macabro che si era compiuto tra applausi e grida di “viva il Duce” in quella stessa Aula e che aveva fatto dell’Italia uno dei carnefici di migliaia di cittadini ebrei, insieme a milioni di ebrei d’Europa, le vittime, sfregiando per sempre il volto di questo Paese. E così la legge sul “giorno della memoria” è stata votata all’unanimità dalla Camera dei Deputati nel 1999 (solo voto unanime della XIII legislatura) ed è diventato legge della Repubblica  il primo luglio 2000, dopo l’approvazione (non unanime) del senato. Poiché il primo “giorno della memoria della Repubblica italiana è stato il 27 gennaio del 2001, in questi giorni si compiono i 10 anni di questa iniziativa. Tenterò, da persona che se ne è assunta la responsabilità, di affrontare le tante perplessità ed obiezioni.

Prima vorrei dire le ragioni che hanno reso obbligatorio, per me, scrivere e battermi per quella legge. Il percorso comincia in una classe del liceo D’Azeglio di Torino. I nostri insegnanti erano stati tutti protagonisti della Resistenza,  laici, cattolici, comunisti. Edoardo Sanguineti e io, in quella classe, abbiamo organizzato una piccola rivolta quando ci siamo accorti che non veniva mai proposto l’argomento delle leggi razziali fasciste. E abbiamo cominciato a formare un punto di incontro tra ragazzi che volevano sapere e parlare e ragazzi sfuggiti alla deportazione, a volte unici superstiti di una famiglia inghiottita dai campi. Tanti anni  dopo mi sono ricordato di quel gruppo, quando la collega della Columbia University, Susan Zuccotti, che stava per pubblicare il suo libro sullo sterminio degli ebrei in Italia (“The Italians and the Holocaust”, Nebraska University Press, 1988), mi ha chiesto di scrivere la prefazione.

In quella prefazione (ripresa nella traduzione italiana) ho potuto dire che molti italiani antifascisti, che hanno lasciato il loro nome nella storia della liberazione dal fascismo e dal nazismo hanno avuto e diffuso la persuasione che la Resistenza avesse cancellato le malefiche pagine delle leggi razziali e della loro spesso feroce esecuzione, creando l’immagine di un’Italia vittima, tutta, di dittatura, occupazione e aguzzini tedeschi, che si riscatta con la liberazione. Nasce così la cancellazione della responsabilità italiana nella campagna di distruzione del popolo ebraico che ha portato discriminazione, persecuzione  e morte in tutta Europa sotto due bandiere, quella tedesca e quella italiana. Resta anzi la legittima domanda, tenuto conto dell’immagine di grande potenza dell’Italia in quegli anni: avrebbe potuto, la Germania, da sola, imporre in tutta Europa la sua politica razziale e omicida? La risposta non è nei tanti italiani, compresi generali e funzionari, che si sono opposti.

È nei tanti che, negli uffici, nelle scuole, nelle case, nella vita cittadina, hanno dato una mano per identificare e arrestare e hanno collaborato con la finzione di non vedere e di non sapere. Questa persuasione tragica e vera, la Shoah è un delitto italiano, è all’origine della legge così come è stata scritta. Infatti, nella sua prima versione, il mio testo indicava come “giorno della memoria” quel 16 ottobre del ’43 a Roma: 1017 cittadini romani, dai neonati agli infermi, prelevati nella notte dal Ghetto, cuore della città a meno di mille metri dal Vaticano, quasi tutti sterminati ad Auschwitz. È un delitto atroce, ma anche un delitto perfetto. Gli esecutori sono soldati tedeschi. Strade, indirizzi, nomi, sono a cura della polizia fascista. La città dorme, il Vaticano tace.

Il “giorno della memoria” della legge di cui sto parlando è adesso il 27 gennaio, giorno in cui i soldati russi hanno abbattuto i cancelli di Auschwitz e scoperto per la prima volta l’orrore di un campo di sterminio. Infatti il 27 gennaio è il “giorno della memoria” in molti paesi europei. La data infatti permette di includere, come in un abbraccio della memoria, i perseguitati politici, i militari italiani che non hanno voluto combattere a fianco dei nazisti, gli omosessuali, i rom, anch’essi vittime di persecuzione e sterminio. La domanda più frequente, che viene spesso da persone che non rifiutano la memoria, ma rifiutano il rischio di imposizione, è: “perché una legge?”. E ti raccontano del modo annoiato e automatico con cui certe scuole improvvisano il loro “giorno della memoria”; ti ricordano che tutte le feste statali diventano cerimonie ritualizzate, con molta retorica e nessuna vera partecipazione. Non era meglio lasciare tutto all’iniziativa spontanea? Risponderò che nel Paese meno incline alle celebrazioni per legge, gli Stati Uniti, dove non si sono mai visti carri armati nelle strade per celebrare la loro festa della Repubblica (il famoso 4 luglio) le poche celebrazioni nazionali sono tutte stabilite per legge, (Memorial Day, Labor Day, Indipendence Day e, dal 1968, il Martin Luther King Day).

Risponderò che, se in Francia ci fosse un giorno della memoria, sarebbe più difficile in quel Paese dedicare, come è stato fatto, il 2011 allo scrittore antisemita Celine. Risponderò che l’antisemitismo è sempre molto vitale e molto attivo. Lo dimostrano eventi quotidiani, come gli attacchi volgari e stupidi al Diario di Anna Frank, come la recente pubblicazione, in un sito americano, di una lista di ebrei da “tenere d’occhio” negli Usa, nel mondo e anche in Italia; lo dimostra la confusione continua tra la politica di un governo israeliano ed gli ebrei del mondo, lo dimostra il fatto che persino la piccola gerarchia più o meno ex fascista che occupa posti nel Comune di Roma dice e diffonde espressioni di odio antiebraico  da Repubblica di Salò. Una legge non è una diga, è solo una piccola bandiera piantata sulla terra di un passato spaventoso. Non consola. Ma incoraggia (come per fortuna accade) studenti e insegnanti di molte scuole italiane ad essere i nuovi testimoni.

[da il Fatto Quotidiano del 23 gennaio 2011]

  • Quando l’onorevole Furio Colombo si degnerà di scrivere un rigo, uno soltanto, per denunciare l’olocausto del popolo palestinese (vedi OPERAZIONE PIOMBO FUSO) perpetuato dall’esercito sionista con la stella insanguinata di David?
  • Quando l’onorevole Furio Colombo, stipendiato dai contribuenti italiani, si degnerà di scrivere un rigo, uno soltanto, per denunciare la tanto vergognosa quanto inutile opera di finanziamento per la traduzione in italiano del testo razzista ebraico Talmud (5 MILIONI DI EURO!!!), poichè in tempo di mai così drammatica crisi economica, disoccupazione e tagli ai servizi essenziali (scuola, lavoro, sanità, ricerca) e alla faccia delle famiglie italiane in difficoltà, queste ultime non arrivano all’ultima settimana del mese?

 

Leggiamo, infine, un altro articolo, di un evento organizzato nel 2009 che ha radunato “la politica che conta” a sostegno di Israele, cui ha partecipato pure l’onorevole deputato Furio Colombo:

L’APPOGGIO BIPARTISAN
Ma la politica sostiene Israele

di Fabio Perugia

L’applauso, quello di sostegno, di comprensione, di affetto, l’applauso vero, arriva quando è l’ambasciatore di Israele a salire sul palco. Sotto, in platea, più di 2200 persone si fermano. C’è la politica che conta.

C’è la Comunità ebraica romana. C’è chiunque abbia la voglia, e la forza, di sostenere le ragioni di Israele. E allora ecco che le adesioni alla manifestazione, l’unica pro-Israele in questo sabato travolto dalle bandiere bruciate e le scritte antisemite, non conosce colore.

C’è il ministro Andrea Ronchi. Arriva, sorride, saluta. Condanna: «Noi siamo per la libertà e la democrazia di Israele aggredita da Hamas». È indignato per la Stella di David bruciata, il ministro per le Politiche europee. E quando salirà sul palco per dire la sua lo sarà ancora di più.

Giancarlo Elia Valori intanto se ne sta seduto in prima fila già da un pò, in attesa che inizino i discorsi. Parlotta a più non posso. A destra con Daniele Capezzone, a sinistra con Fabrizio Cicchitto.

Il pesidente dei deputati del Pdl ricorda il lavoro fatto dal ministro Frattini: «La tregua va bene, ma solo se Hamas la smette di offendere». Poi si scatena sulle manifestazioni di Milano: «Sono inquietanti quelle fatte dagli immigrati in Italia. Hanno il diritto di protestare, ma se arrivano a bruciare le bandiere e poi si mettono a piazza Duomo a manifestare in maniera religiosa. A piazza Duomo! È inquietante», ripete.

Arriva anche Umberto Ranieri. La cosa si fa bipartisan per davvero. Il democratico dice a Furio Colombo, lì accanto, di «capire le ragioni dell’attacco. Però se Israele dà una mano…».

Comunque condanna netta su Hamas. La sala è quasi colma. Il presidente della Comunità ebraica di Roma Riccardo Pacifici se ne sta seduto accanto a sua moglie Alessandra, sempre in prima fila quando il marito è chiamato a presenziare occasioni importanti. Pacifici scrive e riscrive su un pezzo di carta i suoi appunti per il discorso. Si alza solo per salutare gli onorevoli che arrivano.

Da Fiamma Nirenstein ad Alessandro Ruben, da Gustavo Selva a Ferdinando Adornato per l’Udc, da Gianni Vernetti a Olga D’Antona e Maurizio Gasparri.

Arriva anche Ottaviano Del Turco e l’ex presidente della Comunità ebraica romana, Leone Paserman, quasi supplica un fotografo di essere immortalato assieme al parlamentare. L’ambasciatore di Israele in Italia, Gideon Meir, sbuca all’improvviso. Nel caos dei flash sembra quasi un’apparizione.

Finalmente arriva Piero Fassino. Il democratico è stato chiamato a rapporto da Walter Veltroni tre giorni fa e incaricato portavoce del partito per l’evento. Tanto per far capire che all’interno del Pd non è solo Massimo D’Alema a fare politica estera. E ora è il momento di dimostrarlo. Le mani di Pacifici, Renzo Gattegna, Meir, Ronchi e lo stesso Fassino si chiudono una sopra le altre in segno di unità.

L’immagine è pronta, tocca alle parole. «Hamas può essere un interlocutore solo se riconosce lo stato di Israele», spiega Fassino che ci tiene a condannare i lanci di razzi delle milizie. Ma l’obiettivo finale, dice, «deve essere la creazione di due stati per due popoli e che siano entrambi democratici». Il dovere «è quello di non considerare inevitabile il conflitto» e che «si torni il più rapidamente possibile alla politica, alla parola, al negoziato».

Applausi. Come per Adornato che dice di «essere qui per difendere me stesso, l’Occidente. Israele siamo noi. Se dobbiamo condannare qualcuno per questa guerra è Hamas, che mette i civili sugli obiettivi militari». Adornato invita governo e Europa a non lasciare solo lo stato «ebraico», e auspica l’ingresso di Israele nella Nato. Ma per parlare di pace, spiega Pacifici, «bisogna che finisca il lancio di missili da Gaza».

Dalla sala ancora applausi, per tutti. Ormai i posti a sedere sono esauriti. In piedi, giù in fondo, ci sono anche i diplomatici dell’ambasciata di Israele, tanta è la gente. Sembrano più presi a controllare che tutto sia a posto. Poi di scatto si girano verso il palco. «Cari amici, il 15% degli israeliani è costretto a stare nei rifugi». È l’ambasciatore Meir che parla. «Noi non siamo contro il popolo palestinese, siamo contro Hamas. Sostenere Israele è sostenere la pace». Fassino e Ronchi battono le mani.

[da Il Tempo del 19 gennaio 2009]

Comunque, in questo scenario desolante da Medioevo bisogna continuare a lottare per conservare un granello di umanità e nell’attesa che l’onorevole Furio Colombo e tutti gli onorevoli nominati nel BelPaese che hanno scambiato il Parlamento italiano per il Knesset sionista, prendano atto che da un sondaggio eseguito dall’istituto tedesco Isou e pubblicato dal sito web IRIB, interessante un campione di 2000 italiani, adulti, effettuato telefonicamente a novembre 2010 i cui risultati sono stati pubblicati un mese dopo, nello scorso dicembre (mai ripresi dai servili media italioti), risulterebbe che Israele è malvisto dalla maggioranza degli italiani. Il 44% degli intervistati. Questi risultati inoltre dimostrano che la tragedia ebrea nella seconda guerra mondiale non può più suscitare la solidarietà tra gli italiani. Oggi l’atteggiamento persecutorio del regime razzista israeliano, l’occupazione delle terre arabe, il massacro del popolo ha un punto di vista diverso nei confronti della questione israelo-palestinese.

A proposito di scuse che la comunità ebraica esige dai più svariati settori della società e che le vengono porte con estrema riverenza, non siamo del resto a conoscenza di altrettante periodiche scuse presentate a cadenze regolari dai democratici governanti statunitensi ai nativi nordamericani e non crediamo che l’ipotetico bisnipote del generale Custer – ad esempio, il premio Nobel per la pace orwelliana Barack Obama – per concorrere alle presidenziali dovrebbe invocare il perdono della progenie di Toro Seduto o di Cavallo Pazzo. Non ci risulta che Elisabetta II abbia impiegato molto o poco del suo regale tempo in periodiche e soteriche genuflessioni nei confronti delle vittime del colonialismo inglese – altro che disciminazione – o che il Re di Norvegia si sia ciclicamente o anche una tantum scusato per le razzie dei vichinghi. Pur essendo disposti a mettere in dubbio quanto meno l’opportunità delle leggi razziali del 1938 resta comunque il fatto che ogni nazione è, o dovrebbe essere, libera di decidere se ammettere al pieno godimento dei diritti civili e politici popolazioni allogene, sia pure integrate e residenti da molto, anche moltissimo tempo, senza per questo dover implorare il perdono di chicchessia.

Ultima osservazione: L’art.1 della suddetta Legge n°211, pubblicata nella Gazzetta Ufficiale n. 177 del 31 luglio 2000, dice al primo rigo, testualmente:

1. La Repubblica italiana riconosce il giorno 27 gennaio, data dell’abbattimento dei cancelli di Auschwitz (…)

Quali cancelli furono “abbattuti” ad Auschwitz, il 27 gennaio 1945, on. Colombo?

Ad oggi i cancelli sono presenti, usurati dal tempo, ma non sono mai stati abbattuti (es: foto visita Benedetto XVI, Auschwitz 28 maggio 2006). In cosa consiste legiferare la necessità di “abbattimento dei cancelli di Auschwitz” se i detenuti rimasti prigionieri erano già liberi dal 19 Gennaio 1945, giorno in cui le SS avevano già evacuato il campo, quindi dove nessun soldato tedesco poteva essere presente il 27 Gennaio a tenere prigionieri gli internati?

A tal proposito alcuni passaggi da un libro di Primo Levi deportato nel campo di Auschwitz “Se questo è un uomo. La Tregua”, ristampa identica alla precedente (Editore Einaudi, 01/09/84) che racconta le sue esperienze, è considerato un classico della letteratura mondiale. Egli conferma l’abbandono del campo il 19 Gennaio, in cui riporta che i soldati tedeschi non c’erano più, le torrette erano vuote (pag.198). All’alba dello stesso giorno Levi e due suoi compagni, avvolti in coperte, escono per cercare viveri, trovano patate e una stufa; al rientro incontrano un soldato tedesco in motocicletta che li ignora (pag.198-201). Il 20 gennaio “il campo era silenzioso”.

Tant’è!

Abbattuto” come diceva da queste parti un vecchio falegname comunista zoppo di tagliola che qualsiasi forma di autorità lo faceva incazzare. Il rubagalline è però trapassato da tempo. Poco distante dalla sua abitazione c’è ancora una lapide di legno annerito, inverdita dal muschio, con quattro chiodi. Dicono ci sia scritto: Bentivoglio, caduto. Poi si vede che non hanno pagato lo scalpellino o c’è stato un litigio ideografologico ma è finita lì: caduto. Non è specificato se in guerra, nel fiore degli anni, niente: caduto e basta. “Abbattuto”, si dice, sull’uscio di casa dal cugino fascista…

Shoah: Penalisti, reato negazionismo è contro Costituzione

Roma, 31 gen. – (Adnkronos) – La proposta del ministro della Giustizia, Angelino Alfano, annunciata in occasione del Giorno della Memoria, di introdurre nell’ordinamento il reato di negazionismo trova la “ferma contrarietà” dell’Unione delle camere penali: “L’idea di arginare un’opinione, anche la più inaccettabile e infondata, con lo strumento del diritto penale – segnala in un documento la giunta dell’Ucpi – è in aperto contrasto con il chiaro dettato della Carta costituzionale, che all’articolo 21 non pone limiti di sorta alla libertà di manifestazione del pensiero”.

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15 commenti

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  7. […] anche l’offerta culturale viaggia sullo stesso binario della banalizzazione e della spettacolarizzazione che raggiungono il […]

  8. […] mancava solo lui: Pier Luigi Bersani. Al pari del rinnegato Fini, e di tutti gli altri israeliani del BelPaese, anche il segretario del PD, ha pensato bene di andare in pellegrinaggio in Israele e accreditarsi […]

  9. […] i confini della nostra civilità, i confini della nostra storia» [Renato Schifani – Trieste, nel Giorno dell'Oloca$h, 27 gennaio […]

  10. […] mitologici sulla «sofferenza» supposta degli ebrei nella storia dell’Europa tanto da compiacersi lacrimevolmente del fatto che qualcuno – il fascista riabilitato Fini – spinga il suo occhiuto […]

  11. […] Nonostante la remota ipotesi per un «processo di pace», chiamato con espressione inappropriata Road Map, i Palestinesi non sono mai stati tanto minacciati dalla politica di Tel Aviv. Con una combinazione di intimidazioni, dell’uso efficace della lobby israeliana negli Stati Uniti e della totale subordinazione dei vertici politici italiani. […]

  12. […] sionisti, assecondando questo “tutt’uno” sia nelle decisioni di politica estera, sia nelle scelte interne. Il governo Berlusconi, non a caso in pellegrinaggio in Israele, si è, ancora una volta, […]

  13. […] dei sionisti, assecondando questo “tutt’uno” sia nelle decisioni di politica estera, sia nellescelte interne. Il governo Berlusconi, non a caso in pellegrinaggio in Israele, si è, ancora una volta, […]

  14. […] ci si deve comportare. Quelli che danno il “la” a tutte le conformi prassi degli “impiegati della memoria” in SpE: strategie, leggi, memoriali, viaggi, convegni, ricatti morali, […]

  15. […] lobby ebraica infiltrata in Europa, dopo aver deciso ed imposto a tutti di celebrare il 27 gennaio come “giornata della memoria” della shoah, quanto prima predisporrà con lacrimevole vittimismo […]


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