BILDERBERG CONNECTION

L’ECONOMIST, PUBBLICATO DAL GRUPPO BILDERBERG, CONFERMA: SÌ, L’ÉLITE DELLA POTENTE GLOBOCRAZIA COMANDA IL MONDO E NON È UNA COSPIRAZIONE. Si è spesso parlato della spinta verso un sistema centralizzato di controllo del governo mondiale come di una “cospirazione pubblica”. Gruppi come Bilderberg, la Commissione Trilaterale e il Council on Foreign Relations sono i perni di questa agenda, stabiliscono le misure prese dai politici e dai brokers del potere che questi gruppi hanno di fatto comprato. Un articolo piuttosto eccentrico apparso da poco sull’Economist fa riferimento a questa struttura di potere non come a una teoria della cospirazione, ma semplicemente confermando che “l’élite cosmopolita” si ritrova effettivamente in quei meeting in club esclusivi per forgiare il mondo nel quale la “superclasse” desidera abitare. Ovviamente, l’Economist è il posto ideale dove ostentare una cospirazione, dato che il suo editore è un abituale frequentatore della conferenza annuale del gruppo Bilderberg, un’ammissione che l’articolo rivendica con orgoglio nei primi paragrafi.

In modo ironico, l’articolo descrive Bilderberg come “una cospirazione del male tesa a dominare il mondo” e poi finisce con l’affermare che sì, il gruppo effettivamente domina gli eventi nel mondo. È stato responsabile della moneta unica europea, ospita gli affaristi e l’aristocrazia più influente al mondo, così come un piccolo gruppo di giornalisti, in rappresentanza delle più grandi corporazioni mondiali di media, che hanno aderito alle regole della Chatham House, ovvero che non possono rivelare le “grandi idee” ordite dal gruppo.

“Il mondo è un posto complicato, con oceani di informazioni rovesciate dappertutto”. “Dirigere una multinazionale può aiutare a farsi una discreta idea di come vanno le cose. Aiuta anche a trovarsi a stretto contatto con altri globocrati. Quindi l’élite cosmopolita – finanzieri internazionali, burocrati, studiosi e proprietari di istituti di beneficenza – si incontrano regolarmente e discutono. Fanno gruppo nei meeting elitari…Formano dei club”.

Tommaso Padoa Schioppa, il “padre fondatore” dell’Ue
all’ultima riunione dell’èlite plutocratica mondialista Bilderberg
riunitasi dal 3 al 6 giugno 2010, a Sitges in Catalogna (Spagna) 

I più influenti tra questi club, secondo l’articolo, sono il gruppo Bilderberg, il Council on Foreign Relations, la Commissione Trilaterale, il Carnegie Endowment for International Peace e il Gruppo dei Trenta. Ora stanno abbandonando la loro natura segreta e si rivelano al mondo. “L’accesso al grande party globocratico ora è libero”, sostiene l’articolo. Il pezzo prosegue fornendo alcuni esempi di alcuni grandi eventi internazionali che sono stati preparati per gli incontri delle élite lungo gli anni, inclusi accordi diplomatici e anche decisioni su importanti guerre. “Questi meetings sono ‘una parte importante della storia della superclasse’, sostiene l’Economist citando le parole di David Rothkopf, elitarista internazionale e passato consigliere di Kissinger, autore del libro Superclass. La nuova élite globale e il mondo che sta realizzando. “Quel che offrono in realtà è l’accesso ad ‘alcuni dei leader più sfuggevoli ed isolati’. In questo senso, questi meeting fungono anche da ‘meccanismi informali di potere [globale], aggiunge Rothkopf. Ma non condanniamo l’élite globocratica internazionale, implora l’articolo, sostenendo che la superclasse è stata “sorpresa a sonnecchiare”.

E, se da una parte, il pezzo ammette che alcuni banchieri internazionali sono responsabili del saccheggio del sistema, dall’altro tenta di convincere i lettori che di fatto la presenza di una élite internazionale interconnessa ha salvato il mondo dal crollo finanziario, quindi possiamo dormire sonni tranquilli. Ovviamente, chi segue con attenzione l’attività di questi gruppi di élite può confermare che questi non sono stati presi alla sprovvista ed erano pienamente consapevoli che la crisi era stata meticolosamente veicolata nel 2006. Le relazioni uscite dai meeting di Bilderberg in Canada nel 2006 e in Turchia nel 2007 predicevano il crollo dei mutui globale e il conseguente crollo finanziario di lunga durata.

Fin da allora il gruppo ha discusso esattamente di come deve muoversi nel condizionare la situazione economica per estendere il proprio controllo globale e quello della “superclasse” (in tutta onestà, noi non siamo il male). Un decennio fa chiunque avesse parlato dell’esistenza di Bilderberg, suggerendo la sua immensa responsabilità nella manipolazione degli eventi nel mondo, veniva semplicemente considerato un cospirazionista paranoide. Oggi, con la stessa affermazione, i grandi media stendono i loro articoli.

L’Economist conferma: non è una cospirazione
da COME DON CHISCIOTTE

Traduzione per www.comedonchisciotte.org  a cura di RENATO MONTINI

L’ARTICOLO PUBBLICATO SU “THE ECONOMIST”:

A special report on global leaders

THE WORLD’S WATER COOLERS

“YOU can do nothing against a conspiracy theory,” sighs Etienne Davignon. He sits in a lofty office with a stupendous view over Brussels, puffing his pipe. He is an aristocrat, a former vice-president of the European Commission and a man who has sat on several corporate boards, but that is not why some people consider him too powerful. He presides over the Bilderberg group, an evil conspiracy bent on world domination. At least, that is what numerous websites allege; also that it has ties to al-Qaeda, is hiding the cure for cancer and wishes to merge the United States with Mexico.

In reality, Bilderberg is an annual conference for a few dozen of the world’s most influential people. Last year Bill Gates and Larry Summers hobnobbed with the chairman of Deutsche Bank, the boss of Shell, the head of the World Food Programme and the prime minister of Spain. One or two journalists are invited each year, on condition that they abstain from writing about it. (Full disclosure: the editor of The Economist sometimes attends.)

Because the meetings are off the record, they are catnip to conspiracy theorists. But the attraction for participants is obvious. They can speak candidly, says Mr Davignon, without worrying how their words might play in tomorrow’s headlines. So they find out what other influential people really think. Big ideas are debated frankly. Mr Davignon credits the meetings for helping to lay the groundwork for creating the euro. He recalls strong disagreement over Iraq: some participants favoured the invasion in 2003, some opposed it and some wanted it done differently. Last year the debate was about Europe’s fiscal problems, and whether the euro would survive.

The world is a complicated place, with oceans of new information sloshing around. To run a multinational organisation, it helps if you have a rough idea of what is going on. It also helps to be on first-name terms with other globocrats. So the cosmopolitan elite-international financiers, bureaucrats, charity bosses and thinkers-constantly meet and talk. They flock to elite gatherings such as the World Economic Forum at Davos, the Trilateral Commission and the Boao meeting in China. They form clubs. Ethnic Indian entrepreneurs around the world join TiE (The Indus Enterprise). Movers and shakers in New York and Washington join the Council on Foreign Relations, where they can listen to the president of Turkey one week and the chief executive of Intel the next. The world’s richest man, Carlos Slim, a Mexican telecoms tycoon, hosts an annual gathering of Latin American billionaires who cultivate each other while ostensibly discussing regional poverty.

Davos is perhaps the glitziest of these globocratic gatherings. Hundreds of big wheels descend on the Swiss ski resort each year. The lectures are interesting, but the big draw is the chance to talk to other powerful people in the corridors. Such chats sometimes yield results. In 1988 the prime ministers of Turkey and Greece met at Davos and signed a declaration that may have averted a war. In 1994 Shimon Peres, then Israel’s foreign minister, and Yasser Arafat struck a deal over Gaza and Jericho. In 2003 Jack Straw, Britain’s foreign secretary, had an informal meeting in his hotel suite with the president of Iran, a country with which Britain had no diplomatic ties. But Davos is hardly a secretive institution: it is crawling with journalists. The other globocratic shindigs are opening up, too. Even Bilderberg has recently started publishing lists of participants on its website.

Some American organisations, such as foreign-policy think-tanks, are also well placed to exert global influence. The Carnegie Endowment for International Peace, for example, has established itself as one of the most globally trusted talking-shops, with offices in Beijing, Beirut, Brussels and Moscow, as well as Washington—though it has yet to fulfil the vision of its founder, Andrew Carnegie, who wanted it to abolish war. The key to wielding influence, says Jessica Mathews, Carnegie’s president, is “very simple. You hire the best people.”

In countries where think-tanks are subservient to the state, such as China and Russia, foreign outfits such as Carnegie enjoy a reputation for independence. If they can back this up with useful knowledge, they can sway policy. For example, Carnegie scholars advised the authors of Russia’s post-Soviet constitution. And when relations between American and Russia grew frosty under President George W. Bush, Carnegie’s Moscow office helped keep a line of communication open between the two governments.

Such meetings are “an important part of the story of the superclass”, says Mr Rothkopf, the author of the eponymous book. What they offer is access to “some of the world’s most sequestered and elusive leaders”. As such, they are one of “the informal mechanisms of [global] power”.

Some globocrats think the importance of forums like Davos is overstated. Howard Stringer, the boss of Sony, is the kind of person you would expect to relish such gatherings. Welsh by birth, American by citizenship, he took over Japan’s most admired company in 2005, when it was in serious trouble, and turned it around in the face of immense cultural obstacles. He says he has enjoyed trips to Davos in the past but will not attend this year. He can learn more, he says, by listening to his 167,000 employees.

On the face of it there seems much to be said for the world’s shakers and movers meeting and talking frequently. Yet for all their tireless information-swapping, globocrats were caught napping by the financial crisis. Their networks of contacts did throw up a few warnings, but not enough to prompt timely action.

The limits of jaw-jaw

Jim Chanos, a hedge-fund manager who made his first fortune betting that Enron was overvalued, warned the G8 finance ministers in April 2007 that banks and insurance firms were heading for trouble. He made another fortune when bank shares crashed, but is still furious that his warnings were politely ignored. He thinks it an outrage that several senior regulators from that period are still in positions of power. And he accuses some bankers of “a wholesale looting of the system” by paying themselves bonuses based on what they must have known were phantom profits. He thinks they should be prosecuted.

Globocrats failed to avert the crisis, but they rallied once it struck. Rich-country governments acted in concert to prop up banks with taxpayers’ money. In America the response was led by a well-connected trio: Hank Paulson, George Bush junior’s treasury secretary and a former boss of Goldman Sachs; Tim Geithner, Barack Obama’s treasury secretary and a former boss of the New York Federal Reserve, as well as a veteran of the IMF, the Council on Foreign Relations and Kissinger Associates; and Ben Bernanke, of Harvard, MIT, Stanford, Princeton and the Bush White House, who is now chairman of the Federal Reserve. The bail-outs were unpopular everywhere, but may have prevented the world’s banking system from imploding.

Governments are now trying to craft rules to prevent a recurrence. Lots of people have offered advice. Among the weightier contributions was a report from the Group of Thirty (G30), an informal collection of past and present central-bank governors. The Volcker Report, advocating a central clearing mechanism for derivatives trading and curbs on proprietary trading by banks, helped shape America’s Dodd-Frank financial-reform bill. The G30 is influential because it consists of people with experience of putting policies into practice, says Stuart Mackintosh, its director. So when it makes recommendations, they can be turned into action, he adds.

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5 commenti

  1. […] convegno della Bocconi a cui tutto il gotha della finanza ha partecipato per ricordare il banchiere Padoa-Schioppa? Non è passata inosservata la visita dell’ex premier al padrone di casa Mario Monti, proprio […]

  2. […] che le decisioni su cosa fare o su cosa non fare vengono prese in riunioni come appunto quella del Bilderberg e quella dei cugini della Commissione Trilaterale, nella quale a differenza della prima, oltre ai […]

  3. […] tramite istituzioni parimenti occulte o, se si preferisce, semi-pubbliche (Trilateral Commission, Bilderberg Group, Council on Foreign Relations, Pilgrims Society, sistema bancario internazionale, ecc.), con […]

  4. […] di indagare sulle mosse e sulle decisioni prese segretamente dal “Gruppo Bilderberg” e di altri gruppi simili. Si tratta di gruppi criminali che nulla hanno da invidiare alla criminalità mafiosa, formati […]

  5. […] della Commissione Trilaterale ebbe una funzionalità ben precisa. Gli altri potentati, CFR e Bilderberg, erano stati strumenti di un’egemonia americana che fino agli anni sessanta appariva […]


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