Democrazia export: suicidi Usa nelle “guerre umanitarie”

Leggiamo in questi giorni dagli amici di Radioitalia Irib una notizia che ha del paradossale: in Iraq e Afghanistan per il secondo anno consecutivo “il numero dei soldati statunitensi suicidati é superiore a quelli morti in combattimento”, in un numero che si aggirerebbe (i dati ufficiali sono difficili da stabilire per una certa naturale riluttanza della governance militare) intorno alle 430 unità. Circa una cinquantina in più rispetto al 2009, ai quali si potrebbero aggiungere una trentina di reduci che, se pur tornati (relativamente) sani e salvi dal teatro di guerra, hanno deciso di farla finita una volta tornati negli States. Se non fosse tragico verrebbe quasi da ridere: gli americani fanno la guerra, e invece di sacrificare – come in ogni guerra che si rispetti – gli uomini necessari per la loro causa, i soldati stessi tolgono il disturbo preventivamente (coerenti così, ma al contrario, con la guerra preventiva tanto amata dai loro capoccia a Washington) e per giunta sono in numero maggiore dei caduti. Le cause, secondo l’articolo, sono generalmente da ricercarsi nella lunghezza e stasi della missione, per cui “l’alto numero di suicidi un’altra indicazione dello stress a cui è sottoposto il personale militare dopo quasi dieci anni di guerra”.

E in effetti sembra ieri da quando nelle televisioni di tutto il mondo vedevamo l’America, per così dire, under attack e i venti di un’ennesima guerra atlantica iniziavano a soffiare angoscianti. Ma se pensiamo che le due guerre mondiali sono durate – perlomeno nella manifestazione più cruenta – intorno ai 5, 6 anni ciascuna, il tempo passato è davvero tantissimo. E la situazione ancora ferma, impantanata, stagnante. I soldati, dopo il fervore degli attacchi iniziali, sono in sostanza rimasti a presidiare le zone nevralgiche per gli interessi economico-strategici dei signori del petrodollaro. Non che non sia una guerra, anzi, ma certo non sono là a combattere in maniera classica: cioè ad avanzare, a conquistare, a perseguire obiettivi strategici di una certa consistenza, di un certo valore bellico. Ma aldilà di analisi, cause e concause, c’é da dire che la notizia non sorprende per niente. Vorrei quindi prenderla come spunto di riflessione più generale.

Non è questo fenomeno dei suicidi, a ben vedere, un sintomo reale, un riflesso inevitabile, del paradosso insito in questa “guerra umanitaria”, in questa guerra che non ha nemmeno il coraggio di chiamarsi tale, e che nella sostanza non nemmeno degna di tale nome? Non è forse la conseguenza, questa, di una guerra che porta con sé una “cattiva coscienza” e che proprio per questo ha bisogno di travestirsi per sembrare quanto meno possibile per ciò che è? O che siano anche questi suicidi umanitari? Scilicet: o la guerra la si fa sul serio oppure come “in tempo di pace il guerriero si scaglia contro se stesso” molti soldati in queste “missioni di pace” non possono che vivere (pàrdon: morire) sulla propria pelle le conseguenze di una guerra-non guerra, di una guerra che non mossa dal benché minimo ideale: la difesa di una nazione, di un popolo o di un suolo; oppure da un genuino, legittimo, anelito di conquista imperiale. Ma quale impero poi? Ma quale imperialismo americano!

Gli unici moventi sono danaro e petrolio e altri viscidumi coperti dalla follia escatologica della propaganda a stelle e strisce che inevitabili finiscono, anche inconsapevolmente, per defluire nell’anima di molti soldati. Magari, nonostante un corpo da soldati fragili psicologicamente, o presi una volta tornati dagli incubi e dai rimorsi; o sopraffatti da una realtà che si rivelata non all’altezza del loro piccolo onesto sogno americano o della loro voglia di avventura. Forse qualcuno di loro, in un inaspettato risveglio dell’intelligenza sopita, ha finito per chiedersi se davvero in missione di pace; se è davvero lì per esportare il buono e il bello della democrazia; se effettivamente è lì for the glory of the nation. Per dirla breve insomma: anche la guerra vuole in fondo una “buona coscienza” (non in senso cristiano, s’intende).

da Emanuele Liut, RINASCITA

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