Combattenti della libertà per un impero che scompare

Le parole contano, come ha detto il candidato Barack Obama nella sua campagna elettorale del 2008. Che fare, allora, del discorsetto di incitamento dello scorso mese del Presidente Obama alle truppe USA in Afghanistan con il quale le ha lodate come “le migliori forze combattenti che il mondo abbia mai conosciuto”?  Certamente sapeva che  quelle parole sarebbe echeggiate tra le truppe e tra la gente in patria. Infatti questo tipo di descrizione dell’esercito USA è diventato una specie di ritornello imperativo per i presidenti americani. Il predecessore di Obama, ad esempio, George W. Bush, si vantava dell’esercito come, alternativamente, della “più grande forza per la libertà della storia del mondo” e della “più grande forza per la liberazione umana che il mondo abbia mai conosciuto”. Dichiarazioni iperboliche e di autopromozione, certamente, ma indubbiamente sincere, riflettendo, come fanno, un senso americano di eccezionalità che casca male nel mondo sempre più interconnesso del ventunesimo secolo.

Sono un ufficiale dell’aviazione USA in pensione e uno storico che insegna storia militare. L’ufficiale in pensione in me si commuove al pensiero dei nostri soldati sia come combattenti impareggiabili sia come liberatori altruisti; ma lo storico in me mi consente di dissentire.

Cominciamo con la parte ‘combattente’ dell’equazione. Siamo davvero la più grande forza combattente del mondo, non solo in questo momento, ma in confronto con tutti gli eserciti della storia? Se così fosse, su quali basi viene fatta questa affermazione? E cosa suggerisce questa retorica trionfalistica riguardo non solo al nostro narcisismo nazionale ma sulle priorità di Washington? Si noti che nessun politico USA di rilievo pensa di vantarsi che noi abbiamo il sistema educativo migliore o il miglior sistema sanitario o le migliori politiche ambientali “che il mondo abbia mai conosciuto”.

Misurata sulla base della pura potenza di distruzione e della nostra capacità di scatenare quella potenza in tutto il globo l’esercito USA è davvero la “migliore” forza combattente del mondo. Il nostro arsenale nucleare rimane non  secondo a nessuno. Le nostre forze aeree (comprese le squadriglie sulle portaerei della Marina, l’armata di elicotteri da combattimento dell’Esercito e la flotta di droni aerei senza equipaggio della CIA che perseguono una guerra “segreta” in Pachistan) dominano i cieli. La nostra Marina (“una forza globale per il bene”, secondo il suo nuovo motto) domina i mari, ancor più di quanto facesse un secolo fa la vecchia Inghilterra. E possiamo ben dominare i cieli e i mari, visto il quasi trilione di dollari all’anno che spendiamo per conseguire la nostra visione di un “dominio a pieno spettro”.

Ma la tremenda capacità di esercitare una “portata globale, potenza globale” difficilmente ci rende la miglior forza militare di sempre. Dopo tutto, “migliore” non dovrebbe essere una misura di sola pura forza e portata. Prima e soprattutto, naturalmente, dovrebbero essere valutati i risultati positivi in relazione alla qualità degli oppositori superati. Per utilizzare un’analogia sportiva non definiremmo i Pittsburgh Steelers “la miglior squadra della National Football League” semplicemente per aver annientato i Penn State.  Analogamente non possiamo misurare il successo dell’esercito USA odierno soltanto in termini di “vittorie” sorprendentemente rapide (anche se sempre più costose e alla fine funeste) sui talebani nel 2001e le forze di Saddam Hussein nel 2003.

Per proseguire ancora solo un pò con l’analogia sportiva, ci si potrebbe chiedere se la nostra “migliore forza combattente” abbia conquistato il Super Bowl. Certamente nel 1918 e  1945 (prima e seconda guerra mondiale) ci sono state vittorie di questo tipo, anche se in quanto partecipi di coalizioni più vaste; nel 1953 (Corea) c’è stato uno stallo frustrante; nel 1973 (Vietnam)  c’è stata una sconfitta demoralizzante; nel 1991 (Desert Storm in Iraq) c’è stata una vittoria chiaramente discutibile; e sforzi come quelli a Grenada o Panama o Serbia sono stati più che altro simili a scaramucce. Molto probabilmente la nostra vittoria maggiore, la Guerra Fredda, è stata ottenuta meno con mezzi militari che con la potenza economica e con il sapere tecnologico. Per dirlo francamente: i soldati americani sono professionisti dalla mentalità coriacea, ma sono la forza combattente migliore di sempre? Nossignore, no.

Siamo il numero uno!

Gli americani sembrano vivere in un eterno presente che rende più facile vantarci del nostro esercito come del migliore di sempre.  La maggior parte degli storici, tuttavia, non è così legata alla retorica nazionalista o a un presente infinito. Se mi venisse chiesto di identificare la forza combattente migliore della storia, la mia reazione – e probabilmente non sarei il solo a pensarla così – sarebbe a favore di popoli ed imperi che sono esistiti soltanto per la guerra.

Esempi che balzano subito in mente: gli Assiri, gli Spartani, i Romani, i Vichinghi, i Mongoli, e i Nazisti. Questi popoli hanno elevati i propri eserciti e il proprio valore militare al disopra di ogni cosa. Non sorprendentemente, sono stati brutali e assetati di sangue. Un’ambizione enorme per gli obiettivi imperiali li ha spesso condotti a imprese militari notevoli a prezzi esorbitanti e spesso difficili da sostenere. Sì, gli Spartani sconfissero gli Ateniesi, ma il contrasto fratricida aprì la via alla caduta delle città-stato greche indipendenti nelle mani di Filippo il Macedone e di suo figlio Alessandro (che presto sarebbe diventato noto che ‘il Grande’).

Sì, i Romani conquistarono un impero, ma uno dei loro stessi storici, Tacito, mise in bocca ai capitani Celti questa descrizione dell’essere beneficiari della ‘liberazione’ Romana:

Alla tirannia romana non si può sfuggire mediante atti di ragionevole sottomissione. Questi briganti del mondo hanno esaurito la terra con la loro rapacità, e così adesso saccheggiano il mare. Quando il loro nemico è ricco, bramano la ricchezza; quando il loro nemico è povero bramano il potere. Né l’Oriente né l’Occidente hanno soddisfatto quella fame. Sono unici nell’umanità sino ad ora, nella misura con la quale bramano i ricchi e i poveri.  Chiamano ‘Impero’ il furto, i massacri e le rapine. Creano un deserto e lo chiamano ‘Pace’.

Parole a proposito di  un amore duro.

I Romani dovrebbero  certo essere candidati come l’”esercito migliore” di tutti i tempi. Conquistarono molti popoli, la loro espansione fu enorme ed ebbero guarnigioni in vaste aree del Mediterraneo, del Nord Africa e di quella che sarebbe diventata l’Europa, mentre le loro legioni continuarono a marciare, spesso alla vittoria (per non parlare dei saccheggi) per centinaia di anni. Tuttavia la medaglia d’oro per il vasto impero terrestre della storia – e per la miglior forza combattente di ogni tempo – deve sicuramente andare ai Mongoli del tredicesimo secolo.

Guidati da Gengis Khan e dai suoi successori, i cavalieri mongoli conquistarono la Cina e il mondo islamico – le due civiltà più potenti e sofisticate del loro tempo – esercitando anche il controllo sulla Russia per due secoli e mezzo. E grazie a una combinazione di eccellenza militare, stratagemmi intelligenti, velocità di gamba (e, molto più importante, di zoccoli), flessibilità e, quando necessario, estrema ferocia, fecero tutto ciò generalmente contro forze nemiche superiori di numero. Anche la potenza militare dei migliori eserciti, tuttavia, si è indebolita ed è svanita, in parte il base alla qualità di coloro che li conducevano. I Macedoni fiorirono sotto Filippo e Alessandro. Non fu Roma, semplicemente, che conquistò la Gallia, bensì Giulio Cesare. I Mongoli si sbranavano a vicenda fino a quando Gengis Khan non li unificò in una macchina militare inarrestabile che spazzò un continente. Il popolo rivoluzionario francese nella sua famosa levèe en masse ebbe fervore marziale ma solo Napoleone gli diede direzione. Le forze combattenti migliori della storia sono strettamente associate ai più grandi comandanti della storia.

Si valuti su questa base l’esercito americano di oggi. Il generale David Petraeus è certamente un ufficiale di successo che ha mostrato una invidiabile padronanza dei dettagli e una forte senso politico su come gestire Washington, ma un Gengis Khan? Un Alessandro? Un Cesare? Persino “Re Davide”, come viene chiamato sia dai suoi ammiratori sia, più spesso, dai suoi pochi detrattori, arrossirebbe a un simile paragone.  Dopotutto, a capo della forza più potentemente distruttiva del Medio Oriente, e poi dell’Asia Centrale, non ha conseguito alcuna vittoria assoluta e non ha conquistato nulla. Il suo trionfo in Iraq nel 2006-2007 può ancora dimostrarsi più “confezionato” che convincente.

Quanto alle nostre forze armate, anche se la maggior parte degli americani non lo sa, all’interno dei circoli militari USA esiste una forte critica di un corpo ufficiali di “ottone ossidato” carente di professionalità; di generali che sono più interessati a coprirsi il culo che a comandare sul fronte; di una formazione presso le accademie militari che è priva di rapporto con la realtà della guerra; di un’avversione “all’innovazione o alla creatività … [che porta a] un’atmosfera di anti-intellettualità” che compromette le strategie e fa un pasticcio degli sforzo contro insurrezionali. In verità l’autocritica mordente del nostro esercito è uno dei pochi segnali positivi in una forza combattente che, diversamente, è superimpegnata, profondamente frustrata e ridicolmente iperlodata da politici genuflettenti.

E dunque sono spiacente, Presidente Obama. Se lei vuole arringare la forza combattente migliore che il mondo abbia mai conosciuto, lei avrà bisogno di una macchina del tempo, non dell’Air Force One.  Dovrà togliersi la giacca da pilota dell’Aviazione e indossare un’armatura mongola. E, nel farlo, dovrà abbracciare una disposizione mentale e uno stile di vita totalmente antitetici alla democrazia e ai diritti dell’umanità così come li concepiamo oggi. Perché è quello il prezzo della costruzione di una forza combattente seconda a nessuna, ed è uno dei motivi per cui i nostri politici dovrebbero smetterla di insistere di averne una.

“La più grande forza di liberazione dell’umanità”

Due secoli fa, Napoleone guidò le sue armate fuori dalla Francia a portare “libertà, eguaglianza e fraternità” al molto del resto dell’ancien régime d’Europa, ma alle sue condizioni e sulla punta di un moschetto. La sua invasione della Spagna, ad esempio, fu considerata tutt’altro che una “liberazione” dagli spagnoli, che scatenarono una intensa campagna di guerriglia contro gli occupanti francesi che indebolì la forza dell’impero napoleonico e quella che era considerata la migliore forza combattente del momento. L’aiuto inglese agli insorti contribuire a far sì che tale campagna diventasse l’”ulcera spagnola” di Napoleone.

Il “Piccolo Caporale” alla fine decise di contrattaccare indirettamente gli inglesi invadendo la Russia, che si rifiutava di applicare il cosiddetto blocco continentale francese. Quando l’armata di Napoleone si dissanguò o si congelò nelle nevi dell’inverno russo, i Prussiani e gli Austriaci trovarono nuovi motivi per rifiutare la “fraternità” francese. Nel giro di pochi anni l’impero di Napoleone fu disarcionato e distrutto, un destino condiviso dal suo capo mandato nell’ignominioso esilio dell’isola di Sant’Elena.

Come le infiammate truppe di Napoleone, anche l’esercito americano si considera in missione per diffondere la democrazia e la libertà. Gli afgani e gli iracheni hanno tuttavia dimostrato un’ansia non maggiore di quella degli spagnoli di due secoli fa di essere “liberati” sulla punta di un fucile (o di un missile “Hellfire”), anche quando i liberatori si presentano con doni, che nei termini odierni significano la promessa di strade, di occupazione e “ricostruzione” o anche  di denaro, a bancali.

Poiché noi americani crediamo ai comunicati stampa, ci è difficile immaginare che altri (a eccezione, ovviamente, di quelli tanto fanatici da essere ciechi di fronte alla realtà) ci vedano tutt’altro che come liberatori bene intenzionati. Secondo la descrizione di Nir Rosen: “C’è … la sensazione profonda nel popolo nei confronti del mondo politico [americano] e dell’esercito che noi siamo i buoni. E’ semplicemente dato per scontato che quel che stiamo facendo debba essere giusto per il semplice fatto che lo facciamo. Siamo il paese eccezionale, la nazione essenziale, e il nostro ruolo, il nostro intervento, la nostra presenza sono cose benigne e benefiche.”

Nel raccontare le nostre guerre in Iraq e Afghanistan, Rosen e altri ha offerto ampie prove, a coloro che si prendono la briga di valutarle, che i nostri interventi all’estero sono stati tutt’altro che benigni e benefici, per non dire liberatori. La nostra invasione dell’Iraq ha aperto la strada alla guerra civile e al caos. Per molti iracheni comuni, quando l’intervento americano non ha portato alla morte, alla distruzione, allo sradicamento e all’esilio, ha alimentato “profonda umiliazione e sconvolgimento” nonché costante paura, uno stato di cose che, come nota Rosen, è “doloroso, umiliante e spaventoso”.

In Afghanistan, evidenzia Rosen, la maggior parte degli abitanti dei villaggi considera le nostre truppe come facenti causa comune con un governo predatorio e disprezzato. Enormi infusioni di dollari americani, nel frattempo, sono raramente confluiti a livello di villaggio avendo, invece, promosso gli interessi dei signori della guerra afgani e delle imprese straniere. C’è poco da meravigliarsi se, più di nove anni dopo, la maggioranza degli afgani dichiara di voler essere liberata da noi.

Se l’esercito USA non è “la più grande forza combattente per la liberazione dell’umanità” in tutta la storia, che cos’è?  E’ significativamente molto più facile identificare la migliore forza combattente della storia. Messo di fronte al quesito, tuttavia, io evidenzierei le idee e gli ideali di dignità umana, di uguaglianza di fronte alla legge, del valore fondamentale di ogni e ciascun individuo, come la forza più grande per la liberazione umana. Tali ideali sono condivisi da molti popoli. A volte possono essere difesi con la spada, ma sono stati scritti dalle penne di grandi moralisti e pensatori del passato collettivo dell’umanità. In questo senso, quando si tratta di promuovere la libertà, la penna è stata davvero più forte della spada.

Combattenti della libertà per un impero che scompare

Lo storico John Lukacs notò una volta: “Ci sono molte cose sbagliate nell’idea internazionalista di ‘Rendere il Mondo Migliore per la Democrazia’, una delle quali è che non è un’idea molto diversa dall’idea nazionalista ‘Quel che è Bene per l’America è Bene per il Mondo’”.

Nel nostro mondo post 11 settembre, quale che sia la nostra retorica sulla democratizzazione del pianeta, le nostre ambizioni sono guidate dall’apparente obiettivo testardo di mettere l’America al sicuro dal terrorismo. Una guerra globale al terrorismo, tuttavia, si è dimostrata tutt’altro che coerente con l’espansione della libertà in patria e all’estero.  In verità la versione seducente e auto elogiativa che  vuole i nostri soldati,  liberatori altruisti e i migliori combattenti  per la libertà in circolazione contribuisce in realtà ai renderci ciechi riguardo ai nostri metodi violenti in terre lontane, anche distraendoci dai costi umani delle nostre politiche imperiali. Anche se ufficialmente cercano di sgominare i terroristi, le nostre azioni all’estero servono da ovvi acceleratori del terrore. Per comprendere perché è così, chiedetevi quanto sareste a vostro agio se “liberatori” militari stranieri abbattessero a calci la vostra porta di casa, urlassero ordini in una lingua che non capite, confiscassero le vostre armi, trascinassero via vostro padre e i vostri fratelli e i vostri figli incappucciati e in manette verso luoghi ignoti, tutto nel nome di operazioni “antiterrorismo”. Quanto vi sentireste bene se droni comandati a distanza volteggiassero costantemente sulle vostre teste, pronti a lanciare missili Hellfire a terroristi che si “presentano come bersagli” nel vostro quartiere?

Meglio non prendere in considerazioni simili realtà atroci. Meglio elogiare i nostri soldati come tanti Mahatma Gandhi, tanti combattenti per la libertà. Meglio lodarli come tanti Gengis Khan, tanti combattenti finali.

In un’epoca di temuto declino nazionale, i nostri leader indubbiamente prescrivono l’azione militare in parte per rassicurarci (e rassicurare se stessi) e per ripristinare il nostro senso di orgoglio e potenza. Nel farlo, violano la famosa espressione a lungo associata al Giuramento d’Ippocrate: “Innanzitutto non procurare del male”.

da William Astore, ZNETITALY

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3 commenti

  1. […] dire) dirigenti politici e militari hanno sempre eluso. Mancando così al dovere di verità che la democrazia pretende da chi ne esercita le magistrature. Soltanto in Italia si continua con la finzione […]

  2. […] blowback e destabilizzando ancora altri paesi, fino ad auto divorarsi. Questa è la definizione di declino tutto-americano in un mondo inaspettatamente nuovo. Sì, i denti possono ben essere piantati nelle giugulari, ma di […]

  3. […] con i grandi avversari storici degli anglosassoni (Mussolini, Hitler, Stalin), permette agli USA di recitare la parte dei “liberatori dall’oppressione” o “dalla dittatura” (sarebbe sufficiente confrontare i […]


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