LA DITTATURA DELL’IGNORANZA

Quale che sia il futuro che ci attende, a livello italiano ma anche internazionale, in merito alle prossime elezioni o meno, ma in modo ancora più generale in merito a qualunque decisione debba essere presa, la situazione è affatto buona, per non dire che è disastrosa. Ma il motivo non è solo prettamente politico o relativo ai tanti problemi che devono essere risolti in questo periodo di decadenza del nostro sistema di sviluppo e di inevitabile transizione verso un nuovo modello, un nuovo paradigma di esistenza. Il motivo è in primo luogo culturale. Tornano attuali – è indispensabile che tornino – i temi di cultura e informazione perché in un modello di conduzione a carattere democratico, o sedicente tale, ci si deve concentrare sul comportamento delle masse. Malgrado siano pochi gruppi di persone e potere politico ed economico a governare il mondo, sono sempre le masse che hanno di fatto, sebbene potenzialmente, i numeri e la forza di poter rovesciare la situazione. Beninteso, non è nostra intenzione, in questo caso, disquisire sul concetto di democrazia in sé, così come della falsa democrazia attuale di tipo rappresentativo nella quale siamo di fatto sudditi, e tanto meno entrare nei dettagli della prospettiva di una democrazia diretta che alcuni promuovono – noi compresi – e che porta con sé, però, tutta una serie di interrogativi ai quali bisognerà pur dare risposta, prima o poi. Possiamo operare degli accenni rapidi, ma poi è indispensabile spostare l’attenzione su un punto che è antecedente allo stesso concetto di democrazia, anzi di decisione pubblica.  

Ma andiamo per ordine. Si sa – lo si sa, vero? – che la democrazia è il governo delle maggioranze. Dunque che è il governo dei numeri, non dell’eccellenza né del meglio. È, in altre parole, un governo della quantità e non della qualità. Si sa, allo stesso modo, che la declinazione rappresentativa della democrazia è sfociata nell’arroccamento degli eletti in ogni dove, nei vari palazzi, nel fare in modo di preservarsi e autoconservarsi, eliminando il problema della revoca del mandato semplicemente facendo in modo che all’eventuale sconfitta di una fazione faccia seguito la vittoria dell’altra, fino a un attimo prima all’opposizione, e poi viceversa, ma sempre all’interno di una cricca che, pur scontrandosi su alcuni temi (peraltro non fondamentali) è d’accordo almeno su un punto: evitare di allargare lo spazio ad altri che non siano essi stessi. Soluzione perfetta per rimanere allo stesso posto indefinitamente, ora al governo, ora all’opposizione, ma comunque ben saldi ai posti di comando. Gli altri, tutti gli altri, ovvero gli elettori ingannati da tale sistema, fuori. Sudditi, appunto.

Dall’altra parte, chi si fa promotore di un rovesciamento della situazione – pur necessario – e promuove la democrazia diretta, con soluzioni tutt’altro che chiare, cade, il più delle volte, in un errore grossolano che deve pur essere rilevato: ci si batte per distribuire patenti di democrazia diretta senza assicurarsi che le persone che ricevono tale patente siano davvero in grado di guidare. Problema non da poco. Il tema è insomma chiaro, o così dovrebbe essere. E ci fa tornare al punto di partenza: cultura e informazione allo stato attuale, ovvero capacità di discernere e scegliere prima di indicare una preferenza di voto, sia essa a livello politico oppure su temi fondamentali di altro tipo, sino anche quelli relativi a questione di carattere locale. Bisogna pure che qualcuno lo dica: a oggi, semplicemente guardandosi attorno, le masse appaiono completamente ignoranti e disinteressate a temi che abbiamo una complessità leggermente superiore al semplice sopravvivere. Del tutto inadeguate a scegliere, per il semplice motivo che ignorano i fondamenti attraverso i quali poter riflettere per scegliere. Pensare che grandi scelte politiche, strategiche, etiche, economiche e relative a ogni ambito del pubblico vengano prese grazie a preferenze di una massa che non ha la minima idea dei temi sui quali viene chiamata a esprimersi è cosa inquietante. Ma è la realtà

Si dice che la democrazia sia il governo dell’opinione. Vero. Il punto è che opinione non è scienza. Opinione risale a possibilità mentre scienza risale a certezza. Non è la stessa cosa. È del tutto evidente che decisioni di un certo rilievo debbano essere prese avendo la competenza per poterle prendere, e da questo ne consegue che nel momento in cui tale competenza non c’è, la decisione venga presa secondo opinione percepita. Facile immaginare gli esiti di tale decisione. In democrazia, pertanto, è fondamentale l’opinione pubblica. E qui torniamo a cultura e informazione, che sono peraltro le battaglie che non a caso abbiamo scelto di condurre con tutto il progetto del Ribelle. 

Allo stato attuale, più che di opinione pubblica è più corretto parlare di opinione popolare, anche se è cosa diversa, converrete. Secondo Sartori, in un suo libro imperdibile, ovvero Homo Videns, molto dell’incapacità attuale delle masse dipende da un cambiamento antropologico veicolato dalla televisione. L’uomo, da Sapiens, è diventato Videns. Con tutto ciò che implica. Tra le tante cose, il fatto che la televisione, di gran lunga il mezzo più utilizzato dalle masse per informarsi e per recepire opinioni da far proprie, per sua stessa natura implica un impoverimento cognitivo. In primo luogo perché tutto ciò cui si viene sottoposti è legato all’aspetto video privandosi di quello dialogico. In secondo luogo perché, essendo un mezzo che ha sostituito la lettura e lo studio, viene subìto senza la possibilità di decifrare ciò che accade attraverso la chiave di lettura derivante da una impostazione culturale e analitica presente, nella popolazione colta, sino all’avvento della televisione.  

Si dice che la televisione rifletta lo stato della società. Grandi Fratelli e similari ne sono la prova. Vero. Il punto è che la televisione riflette lo stato della società che essa stessa ha contribuito e contribuisce a formare. E il circolo vizioso è senza fine. Su questo punto è facilissimo essere d’accordo. Brutalmente: nell’era della televisione (di questa televisione) la tendenza, dal punto di vista culturale, cognitivo, riflessivo, appiattisce verso il basso la capacità delle persone di sapere, conoscere, capire, e decidere con cognizione di causa.

In merito all’informazione, poi, valgano le parole di Baudrillard, quando scrive che “l’informazione, invece di trasformare la massa in energia, produce ancora più massa”, che sintetizzano un tema a noi molto caro, e che abbiamo affrontato nel numero speciale del Ribelle di agosto/settembre 2009. Non va meglio per quanto concerne internet – e anche di questo ne abbiamo parlato nei numeri precedenti della rivista – semplicemente seguendo il comportamento delle masse nella navigazione – e nella dispersione – del web. Per usare parole di Sartori, ciò che accade è che “mentre la realtà si complica (…) le menti si semplicizzano”. 

I problemi più urgenti, più complessi da capire e da risolvere, e in conseguenza le scelte più delicate da fare, la massa non è in grado di affrontarli, perché essa non ha accumulato almeno una “soglia critica” di comprensione. Oltre alla maggioranza che non si interessa minimamente di ciò che è rilevante, vi è una altra grossa fetta di persone che prova a capire, ma nel momento in cui il problema si presenta un pò più complesso del solito, non avendo appunto raggiunto una soglia critica di comprensione dei fatti (e come fare, visto che l’aumento vertiginoso del consumo di televisione e ora internet spinge in basso?) semplicemente desiste. Tutti desistono dal comprendere (o non riescono), ma non dal rivendicare il proprio diritto di esprimere una scelta, anche su temi dei quali non si conosce nulla, arrogandosi il diritto ulteriore di contrapporre le proprie opinioni, recepite dai media e dagli opinion makers che su tali media passano, a ciò che esula dall’ambito delle opinioni e rientra invece nel campo delle certezze. Ovvero della scienza e della storia

Bisognerebbe tirare fuori la pistola ogni volta in cui qualcuno pretende di utilizzare la propria opinione nel fare una scelta che implica conseguenze per tutti. Soprattutto se tale opinione fa parte del mare di quella popolare. Ma saremmo tacciati di volontà antidemocratiche. Cosa che non è, visto che invece ci impegniamo, così come tutti i nostri lettori e in senso lato (lo speriamo) gli uomini di cultura, nell’impresa titanica di reagire all’azione della televisione e dei media di massa nel cercare di spiegare e far capire nel modo più semplice possibile cosa sia realmente importante da sapere e da capire. Per essere cittadini e partecipare con cognizione di causa.

da Valerio Lo Monaco, LIBERA OPINIONE

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2 commenti

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