MIRAFIORI, IL GIORNO DOPO

Dopo una lunga notte di attesa, non senza giallo finale, l’esito conclusivo del referendum sull’accordo per Mirafiori ha visto prevalere la vittoria del “SI” con il 54% e 2735 voti contro il “NO” (46% e 2325 voti). Decisivo il seggio degli impiegati. L’affluenza ai seggi, nonostante le lunghe attese per votare, è stata altissima: 94,6% dei lavoratori, cui hanno espresso la propria opinione di voto in 5060 su 5431 (schede nulle 59). La resa sindacale (Fiom esclusa) nei confronti della multinazionale Fiat dei pupari Agnelli/Elkann e della marionetta Sergio Marchionne obbligherà i lavoratori dello stabilimento di Mirafiori ad abbandonare ogni speranza per ciò che riguarda i loro diritti. L’esito conclusivo del voto, condivisibile o meno, è comunque da rispettare  visto il grande coraggio e l’onestà degli operai che hanno espresso anche a malincuore la loro opinione all’accordo. L’obiettivo, peraltro dichiarato dall’accordo separato siglato il 23 dicembre scorso, è la crescita della competitività da realizzarsi con l’aumento dello sfruttamento e della riduzione del costo del lavoro, oltrechè la cancellazione del conflitto sindacale. Estorsione o ricatto pari sono. La Fiat, azienda leader nel settore delle privatizzazioni degli utili e nelle socializzazioni delle perdite, imporrà un’organizzazione del lavoro finalizzata allo sfruttamento: il contratto nazionale sarà cancellato e sostituito con altro aziendale; le Rsu saranno demolite per far ritorno alle Rsa nominate dalle burocrazie sindacali; il diritto di sciopero sarà individualmente limitato e sarà vietata la rappresentanza sindacale aziendale alle organizzazioni non firmatarie dell’accordo. E poco importa alla multinazionale Fiat l’enorme debito morale con l’Italia, grande almeno quanto i finanziamenti diretti e indiretti ricevuti nel corso degli anni dallo Statocioè dai contribuenti italiani – per produrre (a basso costo) all’estero.

La posta in gioco del referendum era altissima, le questioni in discussione di grandissima rilevanza per le conseguenze che potranno avere sulle condizioni di vita e di lavoro dei lavoratori. L’infame ricatto occupazionale di Marchionne: «O passa l’accordo o porto all’estero investimenti e produzioni», associato agli appoggi di Confindustria e di sindacati collaborazionisti, seguiti dalle dichiarazioni di Silvio Berlusconi, che non perde occasione per sbandierare il made in Italy quando però viene lui meglio comodo (es: Alitalia) o per magari dire di essere stato male interpretato: «Noi riteniamo assolutamente positivo lo sviluppo che sta avendo la vicenda, con la possibilità di un accordo tra le forze sindacali e l’azienda nella direzione di una maggiore flessibilità dei rapporti di lavoro, una direzione molto positiva. Ove questo non dovesse accadere ovviamente le imprese e gli imprenditori avrebbero buone motivazioni per spostarsi in altri paesi», pesano come macigni creando un nefasto precedente.

A prima vista, potrà sembrare che quella di Mirafiori sia stata una battaglia puramente sindacale che ha riguardato solo i lavoratori Fiat o al massimo l’insieme dei metalmeccanici. No, non riguarda solo loro, la sua portata è molto più ampia. Fa parte di un disegno più generale mirato a smantellare lo stato sociale, cancellare la dignità dei lavoratori e riformare il diritto del lavoro per dare mano libera agli industriali che saranno sempre più padroni di imporre le proprie regole in senso mercatista. In pratica, utilizzando le leggi della democratica Repubblica fondata sul lavoro, che legittimano il precariato.

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9 commenti

  1. siamo tornati indietro 50 anni con questo accordo e una vergogna

  2. […] un operaio della multinazionale Fiat costretto dal ricatto e dall’estorsione ad accettare un contratto di lavoro indegno, il governo del pregiudicato, vecchio porco, puttaniere e predatore di minorenni Silvio Berlusconi […]

  3. […] alternativo ad un altro, che si attesta sulla vendita del patrimonio pubblico insieme alle liberalizzazioni dei servizi pubblici; entrambi, con l’obbiettivo finale di chiudere il ciclo berlusconiano […]

  4. […] Poi questi figuri vengono dipinti come persone che tengono alto il nome dell’Italia nel mondo. Qualche volta in Italia non pagano nemmeno le tasse! Hanno le loro residenze nei paradisi fiscali. Il povero Cristo, l’operaio, il proletario, non possono fare tutto questo. Deve andare a lavorare a 15 anni e non ha certo il tempo di organizzare festini. Deve subire gli umori degli imprenditori, deve sottostare a leggi che vengono fatte per compiacere gli industriali e che vanno sempre contro gli interessi dei lavoratori. […]

  5. […] è una repubblica democratica fondata sul lavoro”. Parole sempre meno convincenti in tempo di delocalizzazioni selvagge e traguardi epocali in fatto di disoccupazione. Nella italietta berlusconiana, ormai in […]

  6. […] dei pupari Agnelli/Elkann e della marionetta Sergio Marchionne, alla vigilia dell’esito del referendum sull’accordo di Mirafiori: «Se passasse il no al referendum le imprese e gli imprenditori avrebbero buone motivazioni per […]

  7. […] di molto il potere contrattuale mira a instaurare nuove relazioni industriali sul modello criminale imposto ai lavoratori della Fiat del trafficante di schiavi Marchionne. Intanto il governo Monti della […]


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