IMPERIALISMO SELVAGGIO USA (parte 2)

E’ abbastanza comune ora per i sostenitori dei palestinesi, e per gli stessi leader palestinesi, dire: “Beh, dobbiamo abbandonare la speranza di una soluzione a due stati”. Come ha affermato uno dei leader palestinesi: “Dovremmo consegnare la chiave a Israele e lasciare che si prenda l’intera West Bank. Sarebbe l’unico stato, e poi noi condurremmo una campagna per i diritti civili. Possiamo vincerla, come in Sud Africa”. Ma questa ottica trascura una semplice questione di logica. Quelle non sono le due sole opzioni. C’è una terza opzione, e precisamente che gli USA e Israele continuino a fare esattamente quello che stanno facendo. Non hanno intenzione di prendere il controllo della West Bank. Non la vogliono. Non vogliono i palestinesi. Dunque l’analogia con la lotta contro l’apartheid in Sud Africa è parecchio fuorviante. Il Sud Africa aveva bisogno della sua popolazione nera. Erano la sua forza lavoro. Non potevano sbarazzarsene. Erano l’85 per cento della popolazione che faceva il lavoro del paese. Così, come nello schiavismo, dovevano averne cura. I ghetti neri (*) erano abbastanza brutti, ma erano considerati più o meno produttivi perché erano necessari per riprodurre la forza lavoro. Ciò non vale per Israele e i palestinesi. Israele non vuole assumersene la responsabilità, vuole piuttosto che se ne vadano. E’ come nel caso degli Stati Uniti e della popolazione indigena. Non ha senso prendersene cura, sterminiamola semplicemente, la “razza disgraziata” dei nativi americani. Israele non può semplicemente ucciderli. Non si può farla franca con queste cose oggi, al modo in cui è stato possibile per gli Stati Uniti del diciannovesimo secolo, e dunque semplicemente li costringi ad andar via.

[(*) nell’originale ‘bantustans’ – ‘territori bantù’ – spregiativo per indicare in generale i territori indigeni e anche i loro abitanti – qualcuno, in Italia, direbbe ‘bingo bongo’ – n.d.t.].

Moshe Dayan che, tra i membri dell’elite israeliana, è stato una delle maggiori colombe, si trovò ad essere il ministro della difesa responsabile dei Territori Occupati nel 1967. Egli consigliò all’epoca ai suoi colleghi che dovevamo dire ai palestinesi: “Non abbiamo niente per voi, vivrete come cani, e chiunque voglia andarsene se ne vada. E vedremo come andrà a finire”.

Ed è esattamente la politica che stanno seguendo. In anni recenti gli USA e Israele hanno in qualche misura modificato la politica. Ora accettano il consiglio degli industriali israeliani che alcuni anni fa suggerivano che Israele avrebbe dovuto passare da una politica coloniale a una neo-coloniale.

Le Filippine sono il modello di riferimento sulla cui base sono stati costruiti accuratamente i programmi moderni del neo-colonialismo. Sappiamo cosa accadde durante la conquista con, al solito, le più “benevole intenzioni” mentre si massacravano un paio di centinaia di migliaia di persone e si commettevano enormi crimini di guerra. Al McCoy ha realizzato adesso un bello studio di cosa accadde dopo la conquista, nel quale si diffonde in 800 pagine di dettagli. Gli USA crearono una nuova tecnica di controllo della popolazione, utilizzando la tecnologia più avanzata dell’epoca. Imposero all’intera popolazione un sistema di stretta sorveglianza, cooptando un’elite occidentalizzata che avrebbe potuto vivere nel lusso, disperdendo i gruppi nazionalisti mediante vari metodi, seminando voci, comprando persone. E naturalmente utilizzando una forza paramilitare – il corpo di polizia filippino – nel caso le cose andassero storte.

La cosa si rivelò molto efficace. Infatti è ancora operante nelle Filippine. Se si guardano i giornali di oggi, si nota che gli USA hanno plaudito al nuovo governo delle Filippine. I giornali anche sottolineano che la maggior parte della popolazione vive in miseria. In effetti, se ci si pensa, si tratta dell’unico paese dell’Asia Orientale e Sudorientale che non ha partecipato alla spettacolare crescita economica durante la scorsa generazione. E’ anche l’unica colonia/neo-colonia USA che è ancora gestita allo stesso modo di cento anni fa – stessi elementi d’elite, stessa polizia brutale, nomi diversi – con gli USA dietro le quinte, ma non molto lontano.

E’ stato un modo di colonizzare molto riuscito. E’ diventato il modello per Haiti, per la Repubblica Dominicana e per molte altre neo-colonie in seguito. Si è anche rivoltato contro i paesi imperialisti. Sia gli Stati Uniti sia l’Inghilterra hanno adottato misure simili di controllo interno della popolazione. Agli inizi, durante la Prima Guerra Mondiale. Molto di più oggi. E così l’Inghilterra è una delle prime società basate sulla sorveglianza, con gli Stati Uniti non molto indietro. Utilizzano versioni modificate di ciò che fu progettato con grande accuratezza e successo un secolo fa nelle Filippine.

Bene, Israele alla fine ha capito che quello è il modo giusto di procedere. Si può leggere, ad esempio, di Ramallah, nella West Bank e i rapporti – che sono accurati – dicono che è una specie di Parigi e Londra per l’elite palestinese. Fanno la bella vita con teatri e ristoranti. Una tipica nazione del terzo mondo con una ricca elite collaborazionista in mezzo a un mare di sofferenze e di miseria. E’ quello il modo in cui è strutturato il terzo mondo. Israele, alla fine, ha avuto il buon senso di seguire il consiglio degli industriali e di trasformare la Palestina in una neo-colonia. E può essere lodato per quanto è bella la vita a Ramallah e via di seguito. Ma si deve usare il controllo mediante la forza. Dev’esserci qualcosa di analogo alla polizia filippina. E c’è. E’ un esercito guidato da un generale americano, Keith Dayton. E’ formato da palestinesi. Abbastanza tipicamente, nelle strutture neo-coloniali, le forze della repressione sono interne, ma sono guidate da un generale americano. L’esercito è addestrato da Israele e dalla Giordania (una dittatura aspra). E funziona bene.

Infatti è altamente apprezzato dai liberali americani. John Kerry, Senatore del Massachussets, capo del Comitato Relazioni Estere del Senato – uomo di punta di Obama in Medio Oriente – ha tenuto un discorso al Brooking Institute in cui ha spiegato che, per la prima volta, Israele ha una controparte negoziale legittima e così può perseguire la sua appassionata speranza nella pace. La controparte negoziale cui egli si riferisce è l’Autorità Palestinese e il motivo per cui è diventata legittima, spiega Kerry, è che ha una forza militare che può controllare la popolazione, ovvero l’esercito di Dayton. Ed egli ne sottolinea il successo.

Il principale successo è stato durante l’invasione USA-Israeliana a Gaza, quando fu anticipato che ci sarebbero state proteste nella West Bank per le atrocità perpetrate là. Ma non ce ne sono state, perché l’esercito di Dayton è stato in grado di sopprimerle. La situazione è stata, così, tenuta tranquilla. Così tranquilla che il generale Dayton ha affermato, parlando a uno dei rampolli della lobby israeliana, che avrebbe potuto mandare le sue forze a prendere parte all’attacco a Gaza, grazie al controllo dell’esercito diretto dagli americani nella West Bank. Dunque, quello è considerato un successo, in modo molto simile al successo nelle Filippine e ai successi seguiti sotto la Guardia Nazionale imposta dagli USA ad Haiti, in Nicaragua e in altre neo-colonie.

La Palestina può ora attendersi lo stesso fausto destino. E possiamo congratularci con noi stessi per aver creato un esercito che controlla la popolazione in modo tanto efficace da far sì che non protesti nemmeno contro un terribile massacro in corso nell’altra parte della Palestina. Io dico ‘altra parte della Palestina’, ma la politica degli USA e di Israele dagli Accordi di Oslo del 1991 (e una componente cruciale di essi) è stata di separare Gaza dalla West Bank. E’, questo, uno dei modi per evitare ogni riconoscimento dell’autentico nazionalismo palestinese. Se Gaza fosse parte della West Bank, come in realtà è secondo la legge internazionale, ciò implicherebbe che uno stato palestinese dovrebbe avere concreto accesso al mondo esterno; dovrebbe avere un porto, ad esempio. E ciò sarebbe pericoloso. Li si vuole completamente controllati dalla dittatura giordana da una parte e da Israele sostenuto dagli USA dall’altra, e dunque li si deve separare da Gaza. E ciò è stato fatto molto efficacemente.

Tornando alle opzioni per i palestinesi: una di esse e la soluzione dei due stati, l’altra non è ciò che viene proposto: la soluzione a uno stato e lotte anti-apartheid. Non vi è la minima indicazione che niente di simile accada, non vi alcun sostegno per essa. Gli USA e Israele non l’accetterebbero mai.

Ma la terza opzione – quella vera – è una continuazione esatta di ciò che già si sta facendo e ciò che ci sta facendo non è un segreto. Il Primo Ministro, Ehud Olmert, lo ha riassunto alcuni anni fa in una sessione congiunta del Congresso, scatenando gli applausi. E’ quella che viene chiamata ‘convergenza’ (ora è stata estesa) che significa che Israele si prende tutto ciò che ha qualche valore; si prende tutto quello che vi è all’interno del cosiddetto muro di separazione, che in realtà è un muro di annessione completamente illegale, non vi è discussione al riguardo, lo stesso Israele lo ammette. Così Israele si prende tutto quello che c’è all’interno del muro di separazione che si dà il caso includa molte delle risorse idriche della regione. Le risorse principali sono sotto la falda acquifera della West Bank. Il territorio comprende anche i piacevoli sobborghi di Gerusalemme e Tel Aviv. Così Israele se li prende, si prende la valle del Giordano, che è circa un terzo di quel che rimane della Palestina, il 22% di quel che è rimasto alla Palestina. Israele si prende anche quello. Ciò imprigiona il resto. E’ la terra più coltivabile e i palestinesi ne sono ora per la maggior parte esclusi. Nel territorio che rimane Israele ha già creato diversi corridoi che lo attraversano. Il principale comincia da quella che è chiamata Gerusalemme, in realtà molto più di Gerusalemme. E’ stata annessa illegalmente da Israele. Penso che sia cinque volte Gerusalemme. Israele si prende tutto ciò.

A est c’è un corridoio che si estende attraverso la città di Ma’ale Adumin, che è stata creata negli anni ’70, ma costruita principalmente con il sostegno di Clinton sulla base degli Accordi di Oslo. Lo scopo del corridoio è di dividere in due la West Bank. Arriva fin quasi a Gerico, che sarà lasciata ai palestinesi. I resto è per lo più deserto.

A nord ci sono un paio di altri corridoi, che tagliano il resto. Il risultato finale cui si arriva è quello che l’architetto della politica, Ariel Sharon, ha definito ghetti neri [bantustans – v. più sopra . n.d.t.] o cantoni, tutti separati da Gaza. La descrizione di Sharon era piuttosto ingiusta perché sono peggio dei ghetti neri, per il motivo che ho citato. Il Sud Africa doveva sostenere i ghetti neri. Israele non aveva interesse a questi cantoni. Per essi, poteva seguire le proposte di Dayan: non abbiamo niente da offrirvi, vivrete vite da cani, andatevene se potete. E molti se ne vanno, specialmente la popolazione cristiana più ricca. Ma alcuni saranno lasciati nelle neo-colonie affinchè i giornalisti del New York Times possano scrivere i loro resoconti di viaggio riguardo a quanto sono magnifici, come è stato fatto di recente. Non resta nulla per i palestinesi. Sono finiti.

Lo possono chiamare ‘stato’? Possono, se gli va. Infatti il primo Primo Ministro di Israele ad accettare il concetto di Stato Palestinese è stato in effetti Netanyahu, l’attuale Primo Ministro. Assunse la carica di primo ministro per la prima volta nel 1996, sostituendo Shimon Peres, che da noi è considerato una grande colomba. Peres lasciò la carica nel 1996 informando la stampa che non ci sarebbe mai stato uno Stato Palestinese. Dopo che Netanyahu, considerato un super falco, ebbe assunto la carica, durante una conferenza stampa al suo ministro dell’informazione venne chiesto “Guardi, lei sa che avete lasciato dei frammenti per i palestinesi qui e là. Cosa faremo se lo definiranno ‘Stato’?” Rispose: “Beh, possono chiamarlo ‘Stato’ se gli va, o possono chiamarlo ‘pollo fritto’. Non ci interessa. Entrambe le definizioni vanno bene”.

Così c’è stato il primo riconoscimento della possibilità dell’autodeterminazione palestinese. Un paio d’anni dopo, il Partito Laburista ha detto quasi la stessa cosa, precisamente che l’opzione realistica, se nulla viene fatto, è di proseguire con le politiche attuali e di finire lasciando quel che resterà dei palestinesi a mo’ di pollo fritto. Quella è l’opzione: non uno stato, non una lotta anti-apartheid. Quella è una chimera, un’utopia.

Ci sono ulteriori alternative? Cosa dire della prima opzione, ovvero la soluzione a due stati? Ci sono molti problemi nel mondo per i quali è arduo pensare a una soluzione, ma in questo caso è notevolmente facile idearne una. C’è già. Inoltre c’è uno schiacciante appoggio internazionale ad essa ed è sostenuta dalla legge internazionale. C’è un unico ostacolo. Gli Stati Uniti non la accetteranno. Le cose stanno così. E’ lì in attesa dal 1976 quando i principali stati arabi proposero una risoluzione del Consiglio di Sicurezza che sollecitasse una soluzione a due stati entro i confini internazionali, per usare la formulazione della UN 242, che garantisce la sicurezza di ogni stato nella regione, compreso ovviamente Israele, con confini sicuri e riconosciuti; tutte belle parole. Quella fu la proposta del 1976. Israele rifiutò di partecipare alla sessione e gli Stati Uniti posero il veto sulla risoluzione, e lo stesso nel 1980, fino a oggi.

Chi la appoggia? Tutti, compresa la Lega Araba, l’Europa, i paesi Non-Allineati, l’Organizzazione dell’Unità Islamica, che comprende l’Iran. E’ sostenuta da Hamas e da Hezbollah (che dice che appoggerà qualsiasi cosa accettino i palestinesi). C’è, dunque, un’unica barriera: il rifiuto di Stati Uniti e Israele di accettarla. E rifiutano di accettarla sulla base di quanto fu stabilito nel 1971, quando Israele prese la decisione forse più fatale della sua storia. Nel 1971 l’Egitto, con il Presidente Sadat, offrì a Israele un pieno trattato di pace. L’Egitto, ovviamente, è la sola forza militare significativa del mondo arabo. Una pace con l’Egitto, dunque, garantiva massima sicurezza. C’era, naturalmente, un do ut des: Israele doveva ritirarsi dal territorio egiziano (Sadat disse ‘da tutti i territori occupati’, ma chiaramente gli interessava principalmente il territorio egiziano). Israele non volle ciò per stava allora programmando l’espansione nel Sinai e la costruzione di una grande città di milioni di abitanti nel nord del Mediterraneo, insediamenti e così via. Israele doveva fare una scelta: espansione o sicurezza. Scelse l’espansione.

Ciò fu amplificato l’anno seguente quando la Giordania fece la stessa offerta a proposito della West Bank. A quel punto Israele avrebbe potuto avere la sicurezza totale, ma scelse l’espansione, per la maggior parte nel Sinai, all’epoca, ma anche nella West Bank. Israele riconobbe che ciò era completamente illegale. Nel 1967 le loro massime autorità legali, compreso un esperto di legge internazionale molto noto, informarono il governo – e il procuratore generale confermò – che qualsiasi espansione nei Territori Occupati era una violazione della legge internazionale. Moshe Dayan che, come ho detto, era ministro della difesa responsabile dei Territori, fu d’accordo. Disse: “Sì, sappiamo che è una violazione della legge internazionale, ma gli stati violano le leggi internazionali e dunque lo faremo anche noi. E possiamo farlo fintanto che gli Stati Uniti ci appoggiano”. Ed è così che sono andate le cose.

Il rifiuto dell’offerta di Sadat portò alla guerra del 1973, che fu una gran brutta faccenda per Israele. Fu quasi distrutto. A quel punto gli USA e Israele riconobbero che non si può semplicemente ignorare l’Egitto. E allora comincia la famosa ‘diplomazia della navetta’ (shuttle) di Kissinger, che porta agli accordi di Camp David in cui gli USA e Israele sostanzialmente accettarono l’offerta di Sadat del 1971; non avevano scelta. Ma da quel punto in poi, gli USA e Israele hanno preferito l’espansione. [Israele] poteva avere la sicurezza subito senza paesi ostili ai confini, ma avrebbe dovuto abbandonare l’espansione nella West Bank e il feroce, criminale assedio di Gaza.

E’ possibile? Sì, è possibile. Gli USA hanno condotto in modo molto fermo il negazionismo dal 1976, con una sola eccezione. E’ rivelatrice. Nell’ultimo mese in carica di Clinton, egli riconobbe che le offerte fatte ai palestinesi dagli USA e Israele ai negoziati di Camp David non avevano possibilità di essere accettate da nessun palestinese, per quanto accomodante fosse. Egli presentò quelli che chiamò i suoi parametri, che erano piuttosto vaghi, ma con altro a venire. Poi tenne un discorso nel quale sottolineò che entrambe le parti avevano accettato i parametri ed entrambe le parti avevano delle riserve. Disponiamo di informazioni dettagliate sui negoziati, molte delle quali provengono da fonti israeliane di alto livello. Arrivarono molto vicino a una soluzione. Nella loro conferenza stampa finale le due parti annunciarono che se avessero avuto ancora pochi giorni probabilmente avrebbero sistemato ogni cosa, tutti i dettagli. Ma Israele interruppe prematuramente i negoziati. E quella è stata la fine della cosa.

Da allora sono accadute molte cose, ma quel singolo episodio è parecchio istruttivo. Indica che se un presidente USA fosse disponibile ad accettare una soluzione politica, probabilmente verrebbe raggiunta. Succederà? Finora non c’è la minima indicazione al riguardo. Obama è almeno estremo quanto Geroge W. Bush, se non di più. Ma si stanno sviluppando alcune crepe e val la pena di osservarle. Una cosa è che il popolo americano, compresa la popolazione americana ebrea, specialmente gli ebrei giovani, semplicemente non vuol più appoggiare quello che sta accadendo. E’ troppo incoerente con i valori liberali standard. Lo si vede nei sondaggi e in altre indicazioni. I sionisti cristiani, che sono un grosso gruppo, lo appoggiano senza riserve. Quelli che ricordano il colonialismo d’insediamento USA per loro è normale e perciò lo sostengono. Ma i settori d’elite e la comunità ebraica americana stanno cominciando a far marcia indietro.

Quello è uno degli sviluppi. Un altro è che, apparentemente per la prima volta, c’è una spaccatura tra il Pentagono e i servi d’informazione. Fino ad ora erano fortemente solidali con Israele. Il Wall Street Journal, tra gli altri giornali maggiori, è uno dei più favorevoli ad Israele, a favore dell’espansione israeliana. Ma tutto questo sta cominciando a indebolirsi. Ci sono straordinarie indicazioni al riguardo. Forse avete letto un commento di David Petraeus, a volte chiamato ‘il Dio Petraeus’, il grande genio che è ora capo del Comando Centrale. Ha fatto alcuni commenti qualche mese fa su come ora gli USA abbiano eserciti in campo in molti paesi della regione – Afghanistan, Iraq, e forse il prossimo sarà l’Iran – e su come sia pericoloso per quelle forze in campo che l’intransigenza USA-israeliana crei problemi tra la popolazione che potrebbero mettere in pericolo le forze USA nella regione. Gli è stato detto di star zitto ed egli ha rapidamente ritirato la sua dichiarazione. Ma altri sono andati ripetendola. Uno dei maggiori dirigenti dei servizi d’informazione USA in Medio Oriente, Bruce Riedel, che ha diretto la revisione di Obama della politica verso l’Afghanistan, ha ripetuto praticamente la stessa dichiarazione. E’ arrivato al punto che Mark Indyk, che è stato ambasciatore di Clinton in Israele e ha radici nella lobby israeliana, ha scritto un editoriale di apertura sul Times ammonendo Israele a non dare per scontati gli Stati Uniti, poiché la loro politica potrebbe cambiare.

Il capo del Mossad in Israele, Meir Dagan, ha avvertito il governo che si stava muovendo su un ghiaccio sottile. Se si fosse spinto troppo in là, avrebbe potuto perdere il sostegno USA. E c’è un pezzo di storia che merita vi si presti attenzione, particolarmente per quanto riguarda i molti confronti tra Israele e il Sud Africa. Molti di essi non penso valgano granché, come il confronto apartheid/bantustan che non penso funzioni per le ragioni citate in precedenza. Ma c’è un paragone di cui non si discute e che merita attenzione. Intorno al 1960 i nazionalisti bianchi del Sud Africa stavano cominciando a rendersi conto che stavano diventando uno stato paria e perdendo sostegno globale. Erano stati respinti all’ONU da una ampia maggioranza delle ex colonie e così via, perdevano persino parte del sostegno europeo. Il ministro degli esteri del Sud Africa convocò l’ambasciatore USA per discuterne e disse “Sì, stiamo diventando uno stato paria. Ci votano contro alle Nazioni Unite. Ma lei ed io sappiamo entrambi che c’è un solo voto [che conti – n.d.t.] all’ONU: il vostro. Fintanto che ci appoggerete resisteremo al mondo”. Ed è quello che avvenne.

Se si esaminano gli anni successivi, il sentimento anti-apartheid crebbe. Nel 1980, o giù di lì, persino le industrie USA prendevano le distanze dal Sud Africa, opponendosi all’apartheid. Pochi anni dopo, il Congresso approvò le sanzioni e l’amministrazione Reagan dovette eludere le sanzioni del Congresso e l’opinione popolare e globale per poter continuare ad appoggiare il Sud Africa, come in effetti fece in tutti gli anni ’80. Il pretesto fu la guerra al terrore. Nel 1988 l’amministrazione Regan dichiarò che l’African National Congress, l’ANC di Mandela, era una delle più famigerate organizzazioni terroristiche del mondo. Dunque dovevamo continuare a sostenere il Sud Africa bianco come parte della famosa guerra al terrore, dichiarata da Reagan, non da Bush. Infatti solo un anno fa Mandela è stato cancellato dalla lista dei terroristi e può entrare negli Stati Uniti senza una speciale dispensa.

Così la cosa è continuata attraverso gli anni ’80. Il Sud Africa sembrava del tutto inespugnabile. Aveva fatto a pezzi l’ANC. Il mondo lo odiava ma sembrava che non ci fosse alcuna vera opposizione e quella era una posizione di vittoria permanente. Poi, intorno al 1990, gli USA cambiarono politica. Mandela fu liberato da Robben Island e cominciò a essere preparato a prendere il potere. Nel giro di un paio d’anni l’apartheid era scomparso. Il ministro degli esteri sudafricano aveva avuto ragione: fintanto che il Padrino ci sostiene, non importa quel che pensa il mondo. Ma, naturalmente, il Padrino può cambiare idea. Ed è successo quello e si va all’era post-apartheid, non una bella cosa ma una grande vittoria.

Non è stata l’unica volta. Di nessuna di queste cose si discute mai. Non se ne può discutere perché quello che ne emerge è che gli Stati Uniti governano il mondo e lo governano con la forza. Non lo si può accettare, anche se è vero. Un altro esempio, che è parecchio istruttivo, è l’Indonesia. Nel 1975, l’Indonesia invase l’ex territorio portoghese di Timor Est con un forte sostegno degli USA, e poi della Francia e dell’Inghilterra. Perpetrò alcuni dei crimini peggiori della fine del ventesimo secolo, virtualmente un genocidio, cancellando forse un quarto della popolazione. La cosa andò avanti fino al 1999, lungo tutte le prese di posizione sulla Serbia e il Kossovo e via dicendo, con l’esercito indonesiano che dichiarava che se ne sarebbe mai andato, “non ci interessa cosa pensa il mondo, è il nostro territorio e ce lo terremo con il sostegno USA”.

A metà settembre 1999 Clinton pronunciò una frase pacata. Informò l’esercito indonesiano che il gioco era finito e immediatamente l’esercito indonesiano si ritirò. Gli Stati Uniti avrebbero potuto farlo 25 anni prima. Per inciso, le azioni di Clinton ora passano alla storia come “intervento umanitario”. Perché Clinton cambiò posizione? Da un lato all’epoca c’era molta opposizione internazionale. E c’era anche un movimento interno di solidarietà, che ebbe qualche effetto. Ma probabilmente l’effetto maggiore lo ottenne l’estrema destra cattolica, che rappresenta un settore forte del potere negli Stati Uniti, comprese alcune figure chiave dell’amministrazione Reagan. Timor Est era una colonia cattolica e si rivoltarono contro l’invasione. Sotto tali pressioni Clinton cambiò idea e un giorno dopo l’esercito indonesiano se ne andò. Niente più controllo.

Potrebbe succedere in Israele. Il direttore del Mossad potrebbe aver ragione. Gli USA potrebbero cambiare la propria politica sono sufficiente pressione e insistenza ad unirsi al mondo nell’accettare l’accordo internazionale su una soluzione a due stati. Israele non avrà scelta. Dovrà obbedire agli ordini USA, proprio come fece l’Indonesia, proprio come fece il Sud Africa. E’ così che funziona il sistema del potere. Può accadere? Beh, non lo sappiamo. Noi abbiamo una vera capacità di influenzare una simile svolta, forse di realizzarla. In un certo modo è una specie di conclusione ottimistica.

Noam Chomsky è professore (emerito) di linguistica al MIT e autore di dozzine di libri e articoli, principalmente concentrati sulla politica estera USA e sulla linguistica.

  • Traduzione di Giuseppe Volpe

da Noam Comsky, ZNETITALY

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