PENA DI MORTE E AFFARI ITALIANI

Il business sulle esecuzioni capitali, da gennaio 2011 partirà dalla sede italiana di Liscate (Milano) dell’azienda farmaceutica Hospira. Questo denuncia il dossier di “Nessuno tocchi Caino” e l’ong “Reprieve”. Il Pentotal, barbiturico ormai inutilizzato per gli ospedali, verrà prodotto per essere utilizzato nei protocolli USA dell’iniezione letale. Un carteggio svelato tra l’ufficio del governatore del Kentucky e una dirigente della società di Lake Forest lo dimostra. Quindi mentre l’Inghilterra dice no, l’Italia subisce pressioni fortissime per diventare il magazzino della pena di morte. Una contraddizione imbarazzante per un paese da sempre impegnato nella moratoria universale contro la pena di morte. Per non dire delle nostre Istituzioni che in tutte le salse portano avanti campagne per la difesa della vita. Papa compreso, che della sua extraterritorialità si dimentica molto spesso in cambio d’ingerenze fortissime nella vita politica italiana. Se ne ricorderà nel prossimo angelus o nella prossima lettera ai fedeli?

Le tantissime esecuzioni in sospeso hanno indotto le autorità federali a investire ancora di più nel modernissimo stabilimento di Liscate. Il marketing del macabro è proprio tutto qui. L’amministratore delegato di Hospira Italia, Giuseppe Riva, si è difeso sostenendo che il Pentotal serve solo nella fase preparatoria dell’esecuzione, come anestetico. Gli basta poco per sentirsi sollevato. Nel frattempo é stato depositato un esposto alla Procura di Milano dal presidente dei Verdi Angelo Bonelli e l’accusa per i vertici di Hospira potrebbe essere quella di “concorso in omicidio”. L’auspicio è che il “governo della vita” decida di intervenire con forza su questa questione pesantissima e di non evitarla per assecondare i dicktat americani e il solleticante profitto. L’episodio ci creerà più di qualche problema alla prossima Assemblea Generale delle Nazioni Unite.

L’Italia si racconta, ancora una volta, con l’ipocrisia che ha sempre contraddistinto la nostra politica. Viene in mente il caso delle mine anti uomo. Anche li siamo sempre stati contro, ma lo stop alle produzioni è arrivato soltanto nel 1997 e si continua a tollerare, senza alcuna parola di condanna, che le maggiori banche italiane continuino indisturbate ad investire nelle aziende che le producono.

Del resto quello che accade nello stabilimento di Hospira non è altro che un effetto fisiologico, e non patologico, di una certa forma mentis che governa il mercato e, nel caso specifico italiano, del rapporto di subalternità che ci lega all’impero degli Stati Uniti d’America. Altro che Russia. Non si capisce perché certe pratiche contrarie ai diritti umani, ad esempio lo sfruttamento della manodopera e le condizioni disumane di lavoro, diventino argomenti di agitazione politico-istituzionale straordinaria.

Forse perché si tratta di cinesi e delle loro imprese tessili che tolgono guadagno alle nostre? La contrarietà di certe pratiche ai valori in cui si riconosce il nostro paese è evidente che diventa una questione di attenzione politica solo quando si tratta di paesi “canaglia” (come li chiamano gli USA) o di affari di casa nostra. La coerenza della teoria vacilla un pò. Negli Stati Uniti la carenza di Sodium Thiopental e l’imminente scadenza delle dosi presenti sta generando una moratoria de facto nelle carceri americane. Noi però ci stiamo dando un gran da fare per far ripartire la macchina della morte. La sensazione è che si dovrebbe impedire la produzione e l’esportazione di un farmaco il cui utilizzo, carte alla mano, è finalizzato all’uccisione di detenuti. Perché, semplicemente, la legge italiana condanna la pena di morte. Oppure il rispetto della legge vale solo quando si tratta di tecniche di fecondazione assistita, di crio-congelazione degli embrioni o di diagnosi pre-impianto?

Questa applicazione parziale dell’inno alla vita, che è capace di mobilitare Camera e Senato o su bambini mai nati o su persone che scelgono liberamente di morire, è il ritratto di un paese imprigionato in battaglie ridicole e fallimentari. La conseguenza è che i cittadini ricchi di questo paese vanno a pochi km a fare tutto quello che la legge 40 gli vieta di fare in Italia, così come gli aspiranti suicidi continuano a suicidarsi. Mentre i detenuti americani, persone coscienti in carne ed ossa che vengono uccisi dallo Stato, alcuni dei quali inchiodati nel braccio della morte da un ingiusto processo, ricevono proprio dal Belpaese della vita  il boia della loro ultima ora. Siamo ridotti ad un arlecchino della morale e della coerenza. Una sintesi di business e di devozione agli USA che ci fa dubitare in qualsiasi seria reazione di forza sul caso Hospira Italia. Siamo pronti a batterci per la difesa del parmigiano reggiano, per la vita degli embrioni e per i malati terminali. Ma sulla vita di condannati a morte per ora preferiamo limitarci ad accendere le fiaccole sotto gli archi del Colosseo. Che si trova a distanza ragguardevole dall’ambasciata Usa.

da Rosa Ana De Santis, ALTRENOTIZIE

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