L’ITALIA FRA CRISI ECONOMICA E SOCIALE

Un paese demoralizzato, senza più una linea certa da seguire e sfiduciato nei confronti della politica e delle leggi, che, anche se è riuscito a resistere alla crisi meglio di altre nazioni europee, arranca più degli altri sulla strada della ripresa. Così appare l’Italia nel quadro del 44° rapporto del Censis. Il quadro che ne deriva è quello di una società appiattita e fragile non solo a causa della crisi economica, ma soprattutto a causa di un atteggiamento indifferente, cinico, imprigionato da influenze mediatiche e condannato a vivere passivamente il presente senza speranza di miglioramento. In poche parole una società di avviliti e depressi che non hanno la forza, né la capacità di reagire positivamente agli eventi avversi. Nessun ideale, né spirito nazionalistico, annullati dalla verticalizzazione e personalizzazione del potere e dal decisionismo di chi governa. Il tutto condito da un’alta soggettività dove però vige la confusione e la mancanza di valori, che in alcuni casi provoca episodi di violenza familiare, bullismo gratuito, delitti comuni compiuti per noia e la tendenza a comportamenti goliardici di bassa lega nella ricerca di supplire al vuoto interiore. Come riscatto immediato si inserisce il consumismo che spinge all’acquisto di oggetti inutili e, nei più giovani, la ricerca di sfide demenziali e spesso persino mortali. Un esempio è la moda del lancio dai balconi.

Un cocktail che di certo non giova all’urgenza di rilanciare lo sviluppo nazionale, che invece richiederebbe intraprendenza e desiderio di riuscita, due qualità che al momento vengono narcotizzate dal soddisfacimento di bisogni inutili o marginali. Tali atteggiamenti sono così deleteri che il Censis arriva persino alla conclusione che “anche se ripartisse la marcia dello sviluppo, la nostra società non avrebbe lo spessore e il vigore adeguati alla sfide che dovremo affrontare”. Il perché di tutto ciò è l’inconcludenza del modo di affrontare i problemi nazionali, inconcludenza che per altro parte proprio dalla classe politica. Temi come la scuola, l’occupazione, le infrastrutture, la legalità e il Mezzogiorno rimangono solo enunciati o seriali, soprattutto in mancanza di una guida istituzionale che invogli più al fare, piuttosto che al lamentarsi o peggio ancora alla rassegnazione. “Siamo una società pericolosamente segnata dal vuoto si legge nel rapportovisto che ad un ciclo storico pieno di interessi e di conflitti sociali, si va sostituendo un ciclo segnato dall’annullamento e dalla nirvanizzazione degli interessi e dei conflitti”. L’esagerazione dell’offerta unita al soddisfacimento dei desideri storici che rappresentavano il benessere, quali la casa di proprietà e le vacanze, sembrano che abbiano annichilito la volontà, ed in un momento di crisi, ciò potrebbe portare ad un suicidio sociale. 
 
Emergenze economiche
 
Eppure di ragioni per rimboccarsi le maniche ve ne sarebbero tantissime, primo fra tutte l’esigenza di una ripresa economica appesantita da anni da uno schiacciante debito pubblico e dall’aumento dell’evasione fiscale. Mentre gli altri paesi stanno affrontando la crisi con l’incentivazione del lavoro, in Italia sta accadendo esattamente l’opposto. La patria dell’occupazione autonoma, delle piccole imprese e delle partite Iva, vede ridursi di diversi punti percentuale il numero degli imprenditori e degli artigiani che, sommato al numero delle numerose migliaia di disoccupati e cassaintegrati, costituisce un segnale di serio affaticamento del mondo del lavoro. Stentano a riprendersi anche i comparti imprenditoriali più tradizionali del made in Italy che hanno trainato l’esportazione per decenni scivolando verso una despecializzazione produttiva. Non solo la quota complessiva dell’export si è contratta, anche se il mercato dell’abbigliamento, dei macchinari industriali e dei prodotti alimentari ancora tiene, ma peggiorano i settori a maggiore tasso di specializzazione che da sempre hanno caratterizzato l’Italia come le calzature, la gioielleria, i mobili, gli elettrodomestici e i materiali da costruzione. Tuttavia le aziende che hanno resistito, hanno intrecciato delle reti virtuose, sfruttando ogni possibile vantaggio offerto dalle piattaforme produttive. Le zavorre della sottofatturazione, dell’evasione fiscale, la cui incidenza sul valore complessivo del sommerso raggiunge ormai il 62,8%, e del lavoro irregolare non migliorano di certo il quadro. Ma a differenza degli anni passati, comunque, sempre di più sono gli italiani che individuano in questi due cancri i mali principali del sistema pubblico nazionale, peccato però che ancora sono in molti quelli che per qualche sconto in più, rinunciano facilmente sia a fattura che a scontrino. 
 
Disoccupazione giovanile e difficoltà delle famiglie
 
La rassegnazione ai mali della nazione come stato di fatto si risente maggiormente fra le generazioni più giovani, fra i quali il fenomeno della disoccupazione sta mietendo sempre più vittime. Mentre gli occupati fra i 15 e i 34 anni sono in costante calo, aumenta la sfiducia nella possibilità di trovare lavoro con la conseguenza che vi sono 2.242.000 giovani che non studiano, non lavorano, né cercano un impiego. A supplire a tutto ciò rimane soltanto la famiglia, che continua a sopperire ai vuoti del sistema pubblico. Gli effetti più visibili della crisi sono la stagnazione dei risparmi, tradotti spesso in mattone, con un incremento dei mutui anche se pagarli risulta sempre più difficile, la liquidità depositata per affrontare le emergenze, e i contratti assicurativi per un futuro migliore. Di tanta parsimonia non se ne può fare nemmeno una critica dal momento che nel prossimo anno le famiglie dovranno affrontare un incremento di spese di 2 mila euro all’anno a nucleo. Ad aggravare la situazione vi è la cronica mancanza di un supporto sociale che aiuti le famiglie in presenza di persone affette da patologie che limitano l’autosufficienza. Soltanto il 10% riesce a ricorrere ad una badante, per gli altri vige l’arte di arrangiarsi. Di conseguenza è anche molto bassa la fiducia nella sanità pubblica, di fronte alla quale il 35% delle famiglie è rassegnato alle lunghe liste di attesa per ricevere le prestazioni. Anche la scuola sta scendendo nella scala di importanza come efficienza. Costante è l’incremento degli alunni stranieri in particolare ai livelli più bassi di istruzione, ma la carenza di risorse ha spinto più della metà degli istituti a richiedere alle famiglie contributi volontari per l’andamento della didattica, in particolar modo per i licei.
 
Il ‘ghe pensi mi’ che ha impigrito gli italiani
 
Vi sono molti più punti in comune fra Berlusconi e la media degli Italiani di quanto si creda. Primo fra tutti il soggettivismo, del quale il Cavaliere è diventato l’icona. A fare questi commenti è Giuseppe de Rita, cofondatore del Censis (Centro studi investimenti sociali), di fronte al quadro desolante del 44° rapporto. Secondo De Rita, si assiste alla conclusione di un ciclo iniziato cinquanta anni fa, che ora ha finito la “sua vitalità e potenza”. Frutto di questo ciclo e del suo declino è la figura di Berlusconi, che non solo non è riuscito ad evidenziare tutti quei moti di libertà che si erano sviluppati negli anni ’70, ma l’ha sfruttato “nel suo modo di fare i soldi, nei suoi rapporti personali, nella personificazione del potere”. Il ciclo del soggettivismo, infatti, “dopo la grande epopea  degli anni ’70, è ora in calo di potenza e ha esaurito il suo ciclo vitale”. Ciò non significa tuttavia che esso coincida con il declino personale di Berlusconi. Rimane il fatto che il Paese deve uscire comunque da una crisi sociale ancora più forte di quella economica. E allora bisogna “ripartire  dal singolo e fargli ritrovare la voglia di mettersi in gioco. Il compito di qualsiasi leader di questo Paese deve essere quello di ridare agli italiani il senso della loro responsabilità”.

da Rita Dietrich, RINASCITA

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3 commenti

  1. […] la lettura con la fonte di questo articolo: L’italia fra crisi economica e sociale Aggregato il   5 dicembre, 2010 nella categoria Guida alla Scelta, Mutui, Prestiti […]

  2. […] parte delle economie occidentali. Di qui il nostro nuovo appello a chi si trova al timone della politica italiana ed europea: lo Stato deve tornare virtuosamente a battere moneta in proprio, ottenendo di […]

  3. […] Confindistria, FMI, Banca centrale europea, Commissione europea, propongono e i governi nazionali (!?) eseguiscono! […]


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