IL SISTEMA SPAGHETTARO ITALIOTA

Viviamo nell’epoca della “democrazia”, un’epoca di decadenza e di crisi, dove essa è imposta per dogma. Il BelPaese è ostaggio, colpevole la democrazia parlamentare, di una cricca di lestofanti che lo ha spolpato, svendendone anima e sovranità. Il parlamentarismo qui è nato morto. La migliore forma di governo è quella che sa valorizzare e accrescere le caratteristiche positive dell’anima di un popolo, limitandone e correggendone vizi e difetti. La trattazione dello scioglimento delle Camere o, come si discuterà, di una delle due è regolata dall’art.88 della democratica Costituzione: «Il Presidente della Repubblica può, sentiti i loro Presidenti, sciogliere le Camere o anche una sola di esse. Non può esercitare tale facoltà negli ultimi sei mesi del suo mandato, salvo che essi coincidano in tutto o in parte con gli ultimi sei mesi della legislatura». Casi tipici di scioglimento sono il grave contrasto tra governo e parlamento, il grave contrasto tra i due rami del parlamento, l’assoluta inadeguatezza rappresentativa del parlamento rispetto a una profondamente mutata situazione politica del paese. La questione non è semplice e riguarda due aspetti tipici del potere istituzionale: potere di scioglimento governativo e potere di scioglimento presidenziale.

Chi ritiene che il capo dello Stato sia l’elemento riequilibratore del sistema costituzionale, configurando lo scioglimento come atto tipicamente presidenziale, trovano in tale configurazione una garanzia sufficiente per un uso di esso limitato ai casi di inefficienza del sistema. Ma il personale atteggiamento neutrale del capo dello Stato non rappresenta una garanzia assoluta. Lo scioglimento non è una normale alternativa che si presenta al capo dello Stato ogni volta che un governo è colpito da sfiducia. Esso è un atto eccezionale da collegarsi con una profonda disfunzione del sistema.

La pronuncia parlamentare può essergli favorevole e così venir meno i motivi dello scioglimento. Se il parlamento, invece, non conferisce la fiducia, allora il presidente procede, sempre daccordo con il governo, allo scioglimento. Così, è vero che, dovendo il governo avere la fiducia di entrambe le Camere (art.94), basta il voto di sfiducia di una sola camera perchè esso sia obbligato a dimettersi, ma non discende da questa o da altra norma che il governo, pur colpito da sfiducia e costretto a dimettersi, non possa completare l’iter nel modo previsto da terzo comma dell’art.94 della Costituzione: «Il Governo deve avere la fiducia delle due Camere. Ciascuna Camera accorda o revoca la fiducia mediante mozione motivata e votata per appello nominale. Entro dieci giorni dalla sua formazione il Governo si presenta alle Camere per ottenerne la fiducia. Il voto contrario di una o d’entrambe le Camere su una proposta del Governo non importa obbligo di dimissioni. La mozione di sfiducia deve essere firmata da almeno un decimo dei componenti della Camera e non può essere messa in discussione prima di tre giorni dalla sua presentazione».

Ove, tuttavia, si ritenga che il governo non possa completare l’iter parlamentare, c’è la possibilità di aggirare l’ostacolo. Può, infatti, il capo dello Stato, costituire un governo dello stesso colore politico del precedente e, attraverso due votazioni di fiducia, ottenere gli elementi che possano consigliare se risolvere la crisi con la costituzione di un nuovo governo o con lo scioglimento. Premesso che la crisi tra Silvio Berlusconi e Gianfranco Fini sembra non avere tregua, alla già complicata situazione si aggiungono i proclami di chi ipotizza un governo tecnico e quanti spingono per andare ad elezioni anticipate in caso di rottura definitiva della maggioranza. Attualmente tra gli schieramenti parlamentari sarebbero più numerosi quelli che non hanno nessun interesse di andare al voto in tempi brevi, rispetto a quelli che potrebbero guadagnarci, la Lega e l’IDV. Quali le alternative? Un governo “di minoranza”, che si regga sui voti favorevoli di Pdl e Lega e sull’astensione dei finioti di FLI, oppure un governo tecnico ammesso che ne esistano davvero…

Fra gli obiettivi di un governo tecnico, infatti, ci sarebbe la modifica dell’attuale legge elettorale. Il problema è che ogni formazione politica ha idee diverse sul punto. E anche all’interno degli stessi partiti ci sono spesso correnti divergenti su questioni di fondo, come il carattere maggioritario o proporzionale che il nuovo sistema elettorale dovrebbe avere. Questa strada, pertanto, anche se percorribile è sicuramente in salita e porterebbe a un nulla di fatto.

Ieri l’annuncio del premier Silvio Berlusconi: «Andremo avanti a governare con la fiducia che ci verrà data al Senato e, penso, anche alla Camera. Ma se non ci verrà data andremo a votare per la Camera».

Il messaggio è chiaro anche se un fatto simile non ha precedenti. Si tratta dello scioglimento anticipato della sola Camera dei Deputati, un possibile scenario che nell’attuale situazione politica si porrebbe in linea con la ricostruzione del potere di scioglimento in chiave governativa. Restando la Lega leale al premier “perche lui lo è stato con noi”, il binomio PDL+Lega al Senato sarebbe prevalente e tale da incassare sostanzialmente la fiducia. Alla Camera invece, il numero dei finioti (circa una quarantina) risulterebbe tale da non prevedere un esito positivo sugli equilibri della maggioranza che sostiene il governo e presieduta dalla doppia veste politico-istituzionale di Gianfranco Fini. Da qui l’idea di chiedere lo scioglimento della sola Camera: in un colpo azzererebbe l’incarico istituzionale di Fini riducendo il numero dei finioti e ottenendo una più ampia maggioranza alla Camera, mantenendo quella al Senato.

Se invece – come sopra – si ritiene che il potere di scioglimento sia formalmente e sostanzialmente del Presidente della Repubblica (art.88), allora tale scenario si configura come ipotesi subordinata a quella di trovare una maggioranza, nelle Camere attualmente in carica, capace di sostenere un nuovo governo. E siamo punto e daccapo.

Quello di Berlusconi non è un “gioco di palazzo” ma un “gioco d’astuzia”, essendo consapevole di avere la maggioranza in Senato, proprio dove rischia di perderla in caso di nuove consultazioni, ma ciò che chiede è previsto dalla democratica Costituzione. La democrazia egualitaria, pluralistica e parlamentare, come la si intende costituzionalmente, ha il carattere inscindibile di negare ogni giorno se stessa, con quali tristi conseguenze per il Popolo che l’adotta, è facile immaginareUn veleno sottile cui sottrarsi è vietato.

E’ la democrazia, bellezza! L’attuale regolamento elettorale “porcellum o porcata” (Legge 270/2005), ideato dal leghista Roberto Calderoli, ha abolito i collegi uninominali inserendo le liste bloccate (quanti però pretendono il ritorno alle urne stranamente non reclamano più il ripristino delle preferenze). Esso prevede il premio di maggioranza, cioè garantisce un minimo di 340 seggi alla Camera dei Deputati alla coalizione che ottiene la maggioranza relativa dei voti. La legge dà la possibilità di apparentamento reciproco fra più liste, raggruppate in coalizioni. Il programma e candidato presidente, in caso di coalizione, devono essere unici. Sono state introdotte soglie di sbarramento (esclude la rappresentatività in quella che i palati fini si ostinano a chiamare “democrazia” e che invece propagandano per utile metodo al frazionamento). Per ottenere seggi alla Camera, ogni coalizione deve ottenere il 10% dei voti nazionali. Per le liste non collegate la sogli minima è il 4%. Le liste collegate a una coalizione che abbia superato la soglia prescritta, partecipano alla ripartizione dei seggi se superano il 2% dei voti, o se rappresentano la maggiore delle forze al di sotto di questa soglia all’interno della stessa. Al Senato le soglie di sbarramento (su base regionale) sono pari al 20% per le coalizioni, 8% per liste non coalizzate, 3% per liste coalizzate. 

Alle ultime Elezioni politiche del 13-14 aprile 2008:

CAMERA DEI DEPUTATI

  • Elettori: 47.041.814
  • Votanti: 37.874.569 (80,51%)
  • Schede nulle (bianche incluse): 1.417.315

SENATO DELLA REPUBBLICA

  • Elettori: 42.358.775
  • Votanti: 34.058.406 (80,40%)
  • Schede nulle (bianche incluse): 1.284.067
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