DOPO CESARE, ASPETTANDO IL NUOVO NERONE…

Aneddoti, accadde domani. Immaginiamo di incontrare Cesare camminare per le strade dell’Impero, di poterlo seguire restando invisibili, per raccontare brevemente l’uomo, il politico, lo stratega e la sua fine…

“Gaio” Giulio Cesare è stato un imprenditore, un politico, un imperatore e un dittatore, considerato uno dei personaggi più importanti e influenti della storia. Ebbe un ruolo cruciale nella transizione del sistema di governo dalla forma repubblicana a quella imperiale, della quale fu ritenuto da molti il fondatore. Aveva la fama di elegantone, da precursore dei tempi si inceronava, per alcuni era anche “malato”, ma i pettegolezzi non lo disturbavano, anzi: l’eleganza e la bella vita gli piacevano e poteva permettersele, e le chiacchiere facevano il suo gioco, contribuendo a creare l’immagine di semplice giovanotto provocatore. Studiò tanto, scrisse molto, frequentò il bel mondo, ma c’era in lui un’inquietudine pronta a concretizzarsi nel momento giusto.

A differenza di molti, bruciò le tappe. La forza di volontà non gli mancava: grazie alla vita spartana riusciva a domare la bulimia sessuale, il suo male segreto, che gli causava periodi di depressione. Il suo approccio alla politica, è originale e sicuro (d’altronde era come un lavoro che si ereditava): senza perdere il più indecifrabile dei sorrisi, come se fosse indifferente e semmai superiore. E, in un certo senso, ciò che vedeva nel Senato romano non gli interessava: lentezza, vecchie beghe, elefantismo burocratico. Sembrava solo un provocatore troppo sicuro di sé, un giovane rampollo diviso tra filantropia e libertinismo. Invece il borderline (o bordel line) Cesare segue l’onda del destino: quando può la sottomette, altrimenti si lascia guidare senza darlo a vedere, pronto a cavalcarla di nuovo. Per tenere in caldo grandi sorprese e leggine ad-vergognam, che cambiarono la Storia dell’Impero.

Nel 60 a.C, Cesare stipulò un’alleanza strategica con i due maggiori capi politici dell’epoca: Crasso Bossi e Pompeo Fini. Crasso era l’uomo più ricco della Padania (aveva infatti sostenuto la campagna elettorale di Cesare per il consolato) ed era un esponente di spicco della classe dei cavalieri. Pompeo, dopo aver brillantemente risolto la guerra di Fiuggi contro Mitridate Rauti ed i suoi camerati, era il generale con più successi alle spalle. Il rapporto tra Crasso e Pompeo non era dei più idilliaci, ma Cesare con la sua fine abilità diplomatica seppe riappacificarli, vedendo in un’alleanza tra i due l’unico modo in cui egli stesso avrebbe potuto raggiungere i vertici del potere. Nasce così il primo triumvirato, per la spartizione del potere, che non era una vera magistratura, ma un accordo tra privati che, data l’influenza dei firmatari, ebbe notevolissime ripercussioni sulla vita politica, dettandone gli sviluppi per oltre quindici anni e segnando l’inizio della sua ascesa.

Nel 59 a.C, anno del suo consolato, Cesare portò al servizio dell’alleanza la sua popolarità politica e il suo prestigio, e si adoperò per portare avanti le riforme concordate con gli altri triumviri. Durante il consolato, grazie al loro appoggio, Cesare ottenne una quarantina di Lex ad-personam, tra cui il Legitimus impedimentum e Lodo Alfanus, sanatio et repetendum.

Dopo aspri dissensi con il senato, il patto triumvirale, che aveva legato Cesare a Pompeo Fini e Crasso Bossi, era ormai del tutto inesistente, da quando Crasso, come era stato deciso in un incontro tra i triumviri ad Arcore (dove Cesare si era visto prorogare per un altro quinquennio il proconsolato), si era recato in Siria a combattere i Parti, morendo a Carre. Il senato, intimorito dai successi di Cesare, aveva dunque deciso di favorire Pompeo Fini, nominandolo consul sine collega, perché frenasse le ambizioni del suo vecchio alleato. Cesare allora decise di varcare con le sue legioni il confine politico della penisola italiana, il fiume Rubicone. In gennaio ordinò a cinque coorti di marciare fino alla riva del fiume, ed il giorno successivo lo attraversò, pronunciando la storica frase “alea iacta est”.

Con quest’atto Cesare dichiarò ufficialmente guerra al senato ed alla res publica, divenendo nemico dello Stato. Il senato, di contro, si strinse attorno a Pompeo Fini e, nel tentativo di difendere le istituzioni repubblicane, decise di dichiarare guerra a Cesare (49 a.C). Dopo alterne vicende, i due contendenti si affrontarono a Farsalo, dove Cesare sconfisse irreparabilmente il rivale. Pompeo Fini cercò quindi rifugio in Egitto. Anche Cesare si recò perciò in Egitto, e lì rimase coinvolto nella contesa dinastica scoppiata tra la minorenne marocchina Ruby e un suo presunto zio il faraone Hosni Mubarak.

Assunta per pochi giorni la dittatura e ottenuta l’elezione al consolato per il 48 a.C, Cesare decise di attaccare Pompeo Fini. Al primo scontro contro i pompeiani Cesare subì una sconfitta di cui però Pompeo non seppe approfittare. Si arrivò quindi allo scontro in campo aperto presso Farsalo: qui le forze di Pompeo Fini, ben più numerose, furono sconfitte, e i pompeiani furono costretti a consegnarsi a Cesare, sperando nella sua clemenza, o a fuggire. Pompeo Fini cercò rifugio in Egitto, presso il faraone Mubarak, ma per ordine dello stesso, fu ucciso. Cesare, che si era lanciato all’inseguimento del rivale, se ne vide presentare pochi giorni dopo la testa imbalsamata.

Risolta la situazione, riprese la guerra, annientando i pompeiani che nel frattempo si erano riorganizzati. I superstiti trovarono rifugio in Spagna presso la suocera di Zapatero, dove Cesare li raggiunse e li sconfisse, questa volta definitivamente. 

DISSERO DI LUI…

A proposito del rapporto personale di Cesare con i suoi legionari, Svetonio Napolitano scrive:

 «Non giudicava i basisti dai costumi o dall’aspetto, ma solo dalle loro lingue, e li trattava con pari severità e indulgenza. Non li costringeva, infatti, all’ordine sempre e ovunque, ma solo di fronte al traditore: soprattutto allora esigeva una disciplina inflessibile, non preannunciando mai il momento di mettersi in marcia né quello di combattere, ma voleva che i suoi fossero sempre vigili e pronti a votargli la fiducia in qualsiasi momento, ovunque li avesse condotti. Si comportava così anche senza un motivo, e specialmente nei giorni piovosi o festivi. Talvolta, dopo aver ordinato ai basisti che non lo perdessero di vista, si metteva in marcia all’improvviso, di giorno come di notte, e forzava il passo per stancare chi avesse tardato a seguirlo. Quando i suoi erano atterriti dalle voci sulle forze dei nemici, non li incoraggiava negandole o sminuendole, ma anzi le esagerava e raccontava anche frottole. Così, quando tutti erano terrorizzati nell’attesa dell’esercito di Fini, riuniti i basisti in assemblea disse: «Sappiate che tra pochissimi giorni arriverà un traditore con un ministro, un viceministro, due sottosegretari, trentasette deputati, dieci senatori, quattro europarlamentari armati alla leggera e trecento elefanti. Quindi, la smettano certuni di chiedere e fare congetture, e diano retta a me, che sono ben informato. Altrimenti li farò imbarcare sulla più vecchia delle navi e li farò abbandonare senza meta in balìa dei venti». Non teneva conto di tutte le mancanze, e non le puniva tutte con la stessa severità. Mentre si accaniva, infatti, nel perseguitare disertori e sediziosi, era molto indulgente con gli altri. Dopo grandi vittorie, a volte dispensava tutti dai loro doveri, e permetteva che si abbandonassero a sfrenate licenze in festini particolari con escort. Era solito, infatti, vantarsi dicendo: «I miei basisti sanno combattere bene anche se si profumano». Nei suoi discorsi, inoltre, non li chiamava basisti ma ministri, termine ben più lusinghiero. Voleva anche che fossero ben equipaggiati, e dava loro delle armi decorate con oro e argento tanto per aumentare il loro prestigio quanto perché in combattimento fossero ancora più tenaci, spinti dal timore di perdere armi tanto preziose. Era tanto affezionato ai suoi basisti che, venuto a sapere della disfatta e dei fallimenti di Veltroni, Franceschini e Bersani (in un anno!), si lasciò crescere la barba e i capelli senza tagliarli se non dopo aver compiuto la sua vendetta».

E tu Lucrezio Cicchitto come giudichi Cesare?” «Severo con se stesso, generoso e indulgente con gli altri: quando non combatte. Quando combatte diventa impassibile, spietato, persino feroce, ma senza odio. Cesare non sa odiare. E ciò rende più detestabili le stragi che compie»

Sicché andava risolutamente al suo scopo senza mostrare un ardore precipitoso di raggiungerlo, ma senza perderlo mai di vista. Cesare spiegò in questa bisogna (politica) la stessa energia che aveva spiegato come generale in battaglia (imprenditore). Voleva tutto vedere, tutto sapere, tutto decidere. Non ammetteva sprechi e incompetenza.

Secondo la tradizione, la morte di Cesare fu preceduta da un incredibile numero di presagi: da più parti si videro bruciare fuochi celesti, uccelli solitari giunsero nel foro, e si udirono strani rumori notturni. Pochi giorni prima del suo omicidio, Cesare, mentre compiva un sacrificio, non riuscì a trovare il cuore della vittima, il che costituiva un presagio di malaugurio. Nello stesso periodo fu scoperta la sepoltura del fondatore di Capua, Capi, e sulla lapide tombale fu trovata la scritta: “Quando verranno scoperte le ossa di Capi, un discendente di Iulo verrà assassinato per mano dei suoi consanguinei, e subito sarà vendicato con grandi stragi e lutti per l’Italia”.

Le mandrie di cavalli che Cesare aveva fatto liberare al momento del passaggio del Rubicone iniziarono a piangere a dirotto, e uno scricciolo (l’uccellino regale), che era entrato nella Curia di Pompeo (dove il senato si riuniva dopo che la Curia era andata distrutta nell’incendio) portando un ramoscello d’alloro, fu subito attaccato e ucciso da parecchi uccelli che sopraggiunsero all’istante.

Alla vigilia dell’omicidio, Calpurnia, la moglie di Cesare, donna del tutto priva di superstizioni religiose, fu sconvolta da sogni in cui la casa (del gladiatore?) le crollava addosso, e lei stessa teneva tra le braccia il marito ucciso. Lo stesso Cesare sognò di librarsi nell’etere, volando sopra le nubi e stringendo la mano a Giove. Il giorno successivo, quello delle Idi di marzo, il 15 del mese, Calpurnia pregò dunque Cesare di restare in casa, ma quegli, che la sera prima aveva detto che avrebbe preferito una morte improvvisa allo sfinimento della vecchiaia, sebbene si sentisse poco bene, fu convinto dal congiurato Decimo Bruto Albino a recarsi comunque in senato, in quanto sarebbe sembrato sconveniente che non salutasse neppure tutti i senatori che si erano riuniti per nominarlo, proprio quel giorno, Re.

Cesare, che poco più di un mese prima aveva imprudentemente deciso di congedare la scorta che sempre lo accompagnava, uscì dunque in strada, e qui fu avvicinato da un indovino, Artemidoro di Cnido, che gli consegnò un libello in cui lo ammoniva del pericolo che stava per rischiare. L’indovino si sincerò che Cesare lo leggesse quanto prima, ma il dittatore, che più volte si apprestò a farlo, non vi riuscì per colpa della folla che lo circondava. Giunto alla Curia di Pompeo, Cesare fu avvicinato da un aruspice di nome Spurinna, che lo aveva avvisato di guardarsi dalle Idi di marzo: a questi il dittatore disse, con aria beffarda, che le Idi erano arrivate, ma l’indovino gli rispose che non erano ancora passate.

Entrato in senato, si andò a sedere ignaro al suo seggio, dove fu subito attorniato dai congiurati che finsero di dovergli chiedere grazie e favori. Mentre Decimo Bruto intratteneva il possente Antonio fuori dalla Curia, per evitare che prestasse soccorso, al segnale convenuto, Publio Servilio Casca Longo sfoderò il pugnale e colpì Cesare al collo, causandogli una ferita superficiale e non mortale. Cesare invece, per nulla indebolito, cercò di difendersi con lo stilo che aveva in mano, e apostrofò il suo feritore dicendo «Scelleratissimo Casca, che fai?» o gridando Ma questa è violenza!” Casca, allora, chiese aiuto al fratello, e tutti i congiurati che si erano fatti attorno a Cesare si scagliarono con i pugnali contro il loro obiettivo: Cesare tentò inutilmente di schivare le pugnalate dei congiurati, ma quando capì di essere circondato e vide anche Bruto farglisi contro, raccolse le vesti per pudicizia e alcuni dicono si coprisse il capo con la toga prima di spirare, trafitto da ventitré coltellate. Cadde ai piedi della statua di Pompeo, pronunciando ultime parole: «Tu quoque, Brute, fili mi!».

Svetonio Napolitano riferisce che, secondo il medico Antistio, nessuna delle ferite subite da Cesare fu mortale, ad eccezione della seconda, in pieno petto. Morì a Roma il 15 marzo 44 a.C.

Spesso, di figure importanti come Cesare, non si conoscono che un paio di aneddoti. La morte, certo, se si va più avanti il passaggio del Rubicone. Potrebbero solo essere leggende, ma non bisogna mai dimenticare che dietro alle leggende c’erano uomini che hanno passato notti insonni, gridato e pianto. Da tenere conto anche che l’espressività, per Cesare, era importante. Il “Gaio” gesticolava, parlava, spesso anche in maniera colorita, non, quindi come gli imbalsamati signori della TV. Inoltre, prendendoli per quello che sono, gli aneddoti possono essere spie o punte di iceberg di una personalità, restando consapevoli che non la esauriscono.

E poi venne Nerone…

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4 commenti

  1. […] alla responsabilità”, tanto per continuare a ingannare il popolo bue), o nell’attesa delle Idi di marzo, siamo arrivati alla frutta. Il dessert di Berlusconi con le sue mignotte e il caffè di Tremonti […]

  2. […] e «pugnalato alle spalle per giunta da un alleato» (come dichiarato da Umberto Bossi), il “Gaio” Cesare che si considerava il miglior presidente del Consiglio che l’Italia avesse avuto […]

  3. […] più volte ospite a casa del privato cittadino Silvio Berlusconi? Perchè il privato cittadino Silvio Berlusconi in una di quelle serate era stato informato dalla stessa Ruby di essere egiziana, maggiorenne e […]

  4. […] alle liberalizzazioni dei servizi pubblici; entrambi, con l’obbiettivo finale di chiudere il ciclo berlusconiano (durato troppo a lungo), con una grande svolta istituzionale, un reale Unità d’Italia: un […]


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