IL DEBITO PUBBLICO

Ammontare totale di moneta dovuto da uno stato alla sua popolazione, ad altri stati o a istituzioni internazionali, quali la Banca internazionale per la ricostruzione e lo sviluppo. In Italia, il debito pubblico viene contratto a livello nazionale dal governo centrale e a livello locale dagli organi amministrativi regionali, provinciali e comunali. Il debito pubblico nazionale viene creato principalmente mediante l’emissione di prestiti fruttiferi (con pagamento di interessi) rappresentati da titoli, in particolare obbligazioni. Storicamente, tali prestiti venivano contratti dagli stati soprattutto per raccogliere fondi destinati a condurre guerre o a finanziare opere pubbliche, cioè sostanzialmente per coprire spese straordinarie o investimenti pubblici. In epoche più recenti i governi sono ricorsi sempre più frequentemente al prestito anche per finanziare le spese ordinarie dello stato, o per cercare di migliorare le condizioni economiche combattendo la disoccupazione e la depressione; tali spese sono sempre più frequentemente in disavanzo (ossia non sono coperte da entrate), e vengono finanziate emettendo nuovi titoli, che accrescono ovviamente l’ammontare del debito. Non tutti concordano sull’opportunità di mantenere un debito pubblico elevato, che può risultare inflazionistico.

Tuttavia nel giudicare la situazione del debito, più che il suo ammontare assoluto, occorre considerare la capacità di una nazione di provvedere al rimborso e al servizio del debito (cioè al pagamento degli interessi); infatti i fondi occorrenti per il servizio e il rimborso devono venire prelevati da ciò che una nazione produce annualmente (cioè dal suo prodotto interno lordo o PIL) ed è quindi essenziale che si mantenga una certa proporzione fra il debito pubblico e il PIL. Tuttavia non esistono criteri fissi per stabilire tale proporzione; in effetti oggi il debito pubblico raggiunge in tutti i paesi percentuali elevate del PIL, fino a oltre il 100%, e tale situazione si può sostenere in quanto i titoli del debito pubblico hanno scadenze molto lunghe o possono venire rimborsati alla scadenza emettendo nuovi titoli, cioè contraendo nuovi debiti che sostituiscono quelli estinti; è ovvio che un simile meccanismo consente anche di trasferire di fatto l’onere del debito alle generazioni future. Più significativo, dal punto di vista economico, è osservare la relazione fra il disavanzo (o deficit) di bilancio e il PIL.

Il disavanzo costituisce l’eccedenza delle uscite sulle entrate del bilancio di uno stato in un determinato anno, e va ovviamente tenuto distinto dal debito pubblico, che è dato dalla somma accumulata di tutti i disavanzi di bilancio che si sono verificati in passato; ovviamente esiste una relazione fra il debito pubblico e il bilancio, soprattutto in quanto gli interessi sul debito pubblico vengono a pesare sul bilancio dei singoli esercizi, per i quali rappresentano uscite, e contribuiscono quindi a creare disavanzi. Un disavanzo di bilancio pari al massimo al 3% del PIL è uno dei criteri fondamentali posti dal trattato di Maastricht per l’ammissione di un paese all’Unione monetaria europea.

Tipi di debito  

La principale classificazione del debito pubblico nel sistema delle finanze pubbliche italiane è quella fra debito fluttuante e debito consolidato. Il primo è una forma di finanziamento con scadenze brevi (da 3 a 12 mesi), destinato a far fronte a esigenze momentanee di cassa dello stato e creato mediante l’emissione di buoni del tesoro ordinari o il ricorso a prestiti della Banca d’Italia o di altre istituzioni creditizie; è amministrato dal Tesoro. Il debito consolidato in origine era garantito da un fondo, detto consolidato, che raggruppava varie entrate; oggi il debito consolidato è venuto praticamente a coincidere con il debito a lunga scadenza e può essere di due tipi: redimibile e irredimibile.

  • Nel primo caso lo Stato si impegna, oltre a pagare gli interessi, anche a rimborsare il capitale alla scadenza; il titolo che rappresenta questo tipo di debito è detto obbligazione;
  • Nel caso del debito irredimibile lo stato è obbligato a pagare gli interessi ma non a rimborsare il capitale e il titolo che lo rappresenta è detto rendita.

Il debito pubblico si estingue col rimborso dei titoli, alla data di scadenza o anteriormente, mediante sorteggio; per estinguere quote di debito pubblico lo stato può anche acquistare i titoli in borsa o esercitare l’opzione di rimborso anticipato, se le clausole di emissione del titolo lo prevedono. Sebbene in genere i prestiti governativi non siano coperti da effettive  garanzie reali, vengono considerati dalla legge come contratti, con l’obbligo di pagamento da parte del debitore. Talora però gli Stati, in situazioni di forti pressioni causate da gravi crisi economiche o turbolenze politiche, sono ricorsi all’estremo rimedio di disconoscere il proprio debito pubblico per intero o in parte.

Storia  

Fino ai tempi moderni i prestiti venivano contratti dai capi di stato sotto forma di debiti personali; il debito pubblico in quanto elemento permanente e sistematico dell’economia di una nazione si affermò quando divennero disponibili fonti di regolari entrate utilizzabili per rimborsare i prestiti, in seguito alla formazione di un organico sistema monetario europeo. I primi esempi di debito pubblico si ebbero nel XVII secolo in Europa e divennero sempre più rilevanti con lo sviluppo degli stati moderni e del sistema di credito bancario che crebbe in seguito alla rivoluzione industriale. Oggi i mezzi finanziari coinvolti dal debito pubblico di un paese rappresentano una proporzione rilevante del suo bilancio. Dato che il denaro per l’estinzione del debito pubblico viene raccolto principalmente attraverso la tassazione, l’ammontare del debito è un fattore importante per la determinazione del prelievo fiscale sul reddito prodotto da un paese. Storicamente, il debito pubblico nazionale considerato su scala mondiale, ossia come somma dei debiti pubblici di tutti i paesi, ha mostrato una costante tendenza all’aumento.

Alla fine del XVIII secolo l’indebitamento pubblico totale nel mondo fu stimato in circa 2,5 miliardi di dollari. Nel secolo successivo, la Gran Bretagna fu l’unica potenza mondiale a ridurre il proprio debito e nel 1890 il totale mondiale dell’indebitamento pubblico era salito a un valore stimato di 27,5 miliardi di dollari, con una crescita superiore al 1.000% in meno di un secolo.

Nel periodo successivo la crescita continuò sino alla fine della prima guerra mondiale, dopo la quale il debito diminuì. In seguito alla crisi economica mondiale del 1929, il debito pubblico crebbe poiché i governi ricorsero ampiamente alla spesa pubblica per creare occupazione e risollevare l’economia dalla Grande Depressione. Con la seconda guerra mondiale il debito pubblico nazionale di tutti gli stati coinvolti nel conflitto raggiunse livelli altissimi.

Dagli anni Settanta in poi l’inflazione, gli alti tassi di interesse e le impennate del prezzo del petrolio contribuirono alla costante crescita del debito mondiale. I paesi in via di sviluppo chiesero quindi ingenti prestiti di capitale ai mercati internazionali per pagare le proprie importazioni. I prestiti, concessi dalle principali banche con tassi d’interesse variabili, che crescono cioè con l’inflazione, aggravarono la crisi del debito nel 1982, quando la crescita economica mondiale subì un brusco arresto; diversi paesi in via di sviluppo, fra i quali Messico, Brasile e Argentina, furono costretti dai loro creditori – paesi esteri e istituzioni finanziarie internazionali – ad adottare programmi d’austerità per poter continuare a pagare gli interessi sui propri debiti.

Il debito pubblico dell’Italia ha seguito in gran parte l’andamento verificatosi nei maggiori paesi mondiali. Con la costituzione del Regno d’Italia, nel 1861 venne istituito il Gran libro del debito pubblico: mentre in precedenza il debito dello stato era costituito da prestiti ottenuti in epoche diverse, in forme e con caratteristiche estremamente disparate, con tale provvedimento tutti i titoli vennero consolidati, ossia iscritti nel Gran libro del debito, che unificò i debiti che i vari stati della penisola avevano contratto anteriormente all’unità d’Italia. Verso la fine degli anni Ottanta dell’Ottocento il debito dello stato italiano aveva raggiunto quasi il 100% del PIL, sospinto dagli ingenti investimenti effettuati dallo stato per creare le grandi infrastrutture nazionali (ferrovie, porti, strutture industriali di base e urbane) e dalle spese per la guerra con l’Austria del 1866. Le enormi spese belliche causate dalla prima guerra mondiale, giunte ad assorbire quasi la metà del prodotto nazionale durante il confitto, determinarono un aumento vertiginoso del debito pubblico italiano, che al termine della guerra ammontava probabilmente al 150% del PIL.

Ridisceso negli anni successivi a livelli normali, e cioè non di molto superiori al 50% del PIL, tornò a superarne il 100% per effetto della seconda guerra mondiale. Dopo la fase di stabilizzazione postbellica, caratterizzata da una politica di bilancio austera che fece scendere il debito pubblico ben al di sotto del 50% del PIL, il debito ricominciò a crescere negli anni Sessanta per effetto della politica volta a stimolare lo sviluppo economico per mezzo degli investimenti pubblici, politica che fu una delle cause determinanti del cosiddetto “miracolo economico italiano”.

Negli anni Settanta il forte calo della crescita del prodotto nazionale e l’inflazione a due cifre accelerarono nuovamente la crescita del rapporto fra debito e PIL. Verso la fine degli anni Ottanta varie cause portarono a una nuova incontrollata crescita del debito, che nel 1994 aveva raggiunto il 125% del PIL.

Contemporaneamente saliva anche il rapporto fra disavanzo di bilancio e PIL, che nel 1994 superava il 10% (contro il 3% massimo richiesto dal trattato di Maastricht come requisito di ammissione all’Unione Monetaria Europea). L’energica politica di contenimento della spesa e di incremento delle entrate perseguita a partire dal 1994 è riuscita a riportare il suddetto rapporto nei limiti richiesti dal trattato; tuttavia il rientro dell’ingente debito pubblico, ossia la sua riduzione verso il livello considerato accettabile del 60% del PIL, non potrà che avvenire lentamente e molto gradualmente.

da Nicolò Giuseppe Bellia

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2 commenti

  1. […] di nuove formazioni politiche, nuove truppe d’assalto guidate dagli accreditati Draghi, Montezemolo, Marchionne; vere spine velenose poste al fianco della residuale produttività […]

  2. Questa è una risposta divertente


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