E FINCHE’ DURA LA CHIAMERANNO «DEMOCRAZIA»

E allora presero una vecchia bagascia, la vestirono a festa e la chiamarono democrazia”. Viviamo tempi tristi; tempi che, a definirli da “basso impero” ci  faremmo la figura delle educande. Meglio riderci su. E’ databile a tremila anni fa una storiella che si attaglia benissimo alla presente situazione della politica italiana. C’era, ai tempi, un gattaccio particolarmente abile a catturare e a mangiare i topi. Questi ultimi si riunirono a Congresso per eliminare la minaccia. Uno dei presenti propose: “Attacchiamo al gatto un qualche campanello in modo che, quando si muove, ci avvisi del pericolo”. Tutti convennero, ma quando si passò a decidere sul topo che doveva appendere il campanello al gatto, tutti rifiutarono. E il Congresso dei topi, riunito con tanto strombazzo, si chiuse con un nulla di fatto.

Berlusconi è quello che è. Ed è particolarmente abile a cacciarsi in tutti i “casini”, verosimili ed inverosimili. Su questo non ci piove. Piove, invece, sui suoi oppositori. Che, essendo uomini corretti e probi, traducono il gioco nella dizione: “Staccare la spina”. E’ dall’indomani delle Nazionali 2008 che IDV, PD ed UDC sognano di staccare la spina a Berlusconi e al suo governo, ma i numeri non li aiutavano.

Poi arrivò Fini. Fini aveva mille nobilissimi motivi per mettersi di traverso a Berlusconi. Era cresciuto da “pupillo” e, da pupillo, aveva ereditato da “Zio Giorgio, buonanima”. Solo che, messosi appresso a Berlusconi, capì che costui, accennando a lui come il “delfino”, celiava. E, allora, Fini si diede a contestare Berlusconi. Ed è a questo punto che il gioco si fa duro. Solo che Fini non è un “duro”, ma un “furbastro”. Ha poca cultura, ma ha ben studiato, imparandolo a memoria, il “Manuale del Buon Traditore”.

Succede, dunque, che Fini critica aspramente e duramente Berlusconi; ma…. Ma resta nella maggioranza e vota la fiducia a Berlusconi. Il perché è presto detto: Fini nota che, quando dà addosso a Berlusconi, le opposizioni si compattano su di lui. E tutti gli oppositori gli chiedono: “Sii coerente con le cose che vai dicendo. Stacca la spina”. Solo che Fini si chiede: “Cosa succede il giorno dopo? Gli oppositori, oggi che minaccio la rottura, mi osannano e mi portano in trionfo; domani, se formalizzassi la crisi, mi sosterrebbero? Oppure comincerebbero a pensare ai loro interessi? Ed io? Che fine farei io?”.

E dà una ripassata alla vita grama di Vittorio Emanuele III° e di Badoglio: il 3 settembre 1943 avevano firmato a Cassibile l’armistizio e s’illudevano di aver fatto interamente la loro parte. Con un accordo da tenere segreto. Solo che gli Alleati non la intendevano così e l’8 settembre 1943 resero pubblico l’armistizio. Fu così che Vittorio Emanuele III° e Badoglio percorsero la distanza Roma Pescara con un balzo da maratoneti che passerà alla storia. Per rifugiarsi al Sud, nullità al seguito degli Alleati.

Ed eccolo, allora, l’ottimo Fini riunire i suoi a Roma, rovesciare su Berlusconi un mucchio di contumelie, ma….. nessuna conclusione pratica (1). Suscitando perplessità tra i suoi novelli esaltatori che lo invitano, invano, ad “essere coerente(1). Ma, da questo orecchio Fini non ci sente. E tutti i finiani (Fillini? Felloni?) ad applaudire. Per la verità Granata, unico e solo, invita i suoi sodali alla coerenza, ma viene seppellito sotto una marea di distinguo. E perfino di insulti (2).

Insomma: ci sarebbe la maggioranza per rovesciare Berlusconi e il suo governo. Manca solo colui che prende l’iniziativa di staccare la spina. Va detto che neppure Berlusconi prende una qualche iniziativa per far finire questo teatrino osceno e ridicolo.

Voi però rassicuratevi: mentre voi vi dibattete tra mille problemi, i nostri politici vivono senza far nulla con ricchissimi stipendi. E, finché dura, la chiameranno “democrazia”.

da Antonino Amato, CENTRO STUDI SOCIALISMO NAZIONALE

(1) Fini parla di un passo indietro di Berlusconi” in “Corriere della Sera” del 1 novembre 2010, pagina 6;

(2) “Via dal governo e appoggio esterno. Ma FLI isola Granata: mai ribaltonisti” in “Corriere della Sera” del 1 novembre 2010, pagina 6.

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