LA DEMOCRAZIA? UN’OLIGARCHIA PLUTOCRATICA

Una società può tendere all’eguaglianza ma, in biologia, l’eguaglianza si raggiunge soltanto al cimitero. Quanto più l’essere vive e si perfeziona tanto più la divisione del lavoro trascina l’ineguaglianza delle funzioni che trascina una differenziazione degli organi e la loro ineguaglianza, come pure l’ineguaglianza dei loro elementi, qualunque sia l’identità originaria di cui si prevalgono questi primitivi elementi: l’eguaglianza, fosse pure al più basse gradino della scala, al punto di partenza della vita stessa. Il progresso è aristocratico. Il grande male non viene dal Cominismo, nè dal Socialismo, nè dallo Statismo radicale, ma dalla Democrazia. Togliete la Democrazia, un Comunismo non egualitario può prendere degli sviluppi utili al barlume di esperienza passate. Per la stessa ragione un Socialismo non egualitario conformerebbe il suo sistema di proprietà sindacali e corporative alla natura delle cose non ad utopismi artificiosi. Uno Statalismo non egualitario può avere le stesse virtù…Come! Lo Stato! Sì, lo Stato! Ma quale Stato? Non lo stato della democrazia, semplice saccheggio universale entro il quale tutti si precipitano e da cui ognuno ritira soltanto rottami. Lo Stato del Bene pubblico può concepire tale o tal’altra impresa determinata che l’interesse nazionale giustifica. La democrazia politica fa la democrazia sociale.

Il principio di eguaglianza connesso alla capacità del suffraggio delle persone, esige di essere esteso alla proprietà delle cose. Non vi è un conservatore democratico capace di un pò di riflessione e di coerenza che possa dare una risposta decente alla domanda: «Perchè non siete comunista?». Il comunismo diluito si chiama socialismo. Il socialismo diluito si chiama radicalismo, democratismo, repubblicanesimo. A qualunque grado sia portata la soluzione del principio-veleno, ci si accorge che esso uccide naturalmente, necessariamente la città e lo Stato, la Patria e l’Umanità.

E’ certo, sotto qualunque aspetto si guardi la cosa, che il denaro fa il potere in democrazia. Lo sceglie, lo crea e lo genera. E’ arbitro del potere democratico perchè senza di lui questo potere ricade nel niente o nel caos. Niente denaro, niente giornali. Niente denaro Niente elettori. Niente denaro niente opinione manifestata. Il denaro è il genitore e il padre di ogni potere democratico, di ogni potere eletto, di ogni potere tenuto nella dipendenza dell’opinione. Ogni partito cerca di disonorare l’altro. Ma sono tutti disonorati nella misura in cui sono democratici e riconoscono al potere il diritto di nascere come si nasce. La folla non ne sa niente e ciò fa parte della farsa.

Il male non dipende dal numero dei votanti ma dall’oggetto in cui votano. Se si concede loro di decidere sull’indirizzo del Governo, se si concede loro di scegliere il Capo, viè da scommettere diecimila contro uno che eleggeranno l’uomo di cui piacerà loro il naso e che non avrà più cervello di una zucca; c’è da scommettere diecimila contro uno che richiederanno dal Governo la politica del loro interesse particolare, sacrificando l’interesse generale; la politica di minor sforzo e della minore fatica senza curarsi del presente non immediato nè del prossimo avvenire.

La Democrazia consiste nel dare la direzione generale e superiore, il Governo e la Sovranità al numero che si esprime per mezzo dei suffraggi. Non è l’universalità del suffraggio ciò che bisogna deplorare. Lo è il punto di applicazione e competenza falsata. Proprio su ciò che esso ignora di più, su ciò che è più incapace di dirigere, cioè lo Stato, lo Stato centrale e sovrano, il suffraggio è consultato dalla Democrazia, ed è lì che funziona più attivamente.

da Charles Maurras, Mes Idées politiques (Le mie idee politiche)

Democrazia e derive economicistiche. Maurras è convinto che solo un tipo di regime politico possa confarsi all’emergente mondo dei meteci, all’epoca materialista e cosmopolita che sta instaurandosi in Europa ai suoi tempi: la democrazia. Essa viene descritta come una sorta di “luogo naturale” dell’irresponsabilità, della confusione e dell’irragionevolezza, dove non esistono argini alla passionalità e alle pretese degli elementi peggiori della comunità; tutto è continuamente dibattuto e messo in discussione, rileva il pensatore francese, senza che venga riconosciuto un terreno valoriale condiviso, onde è impossibile dar vita ad una pace interna che risulti duratura. Nell’ambito del quadro teorico maurrassiano, questa condizione d’instabilità, nella quale «lo Stato non ha mai tregua, il governo non ha mai serenità», è la conseguenza necessaria di un sistema che prevede non solo che tutti comandino e tutti obbediscano, ma pure che i cittadini vengano sovente chiamati ad esprimere un’opinione attraverso il voto su questioni che essi avvertono come lontanissime o che ignorano.

Non c’è bisogno di spingersi oltre nell’analisi di questo regime, secondo il teorico transalpino, per avvedersi che gli ideali della sovranità popolare, del governo dei cittadini e della maggioranza numerica sono fallaci. A parere di Maurras, un osservatore attento capisce subito che la democrazia incarna la resa di fatto della politica nella sua forma più autentica: proprio perché privo di veri principî, nemico della gerarchia e passionale per definizione, questo regime si rivela terreno fertile per quelle derive oligarchico-economicistiche che, se non arrestate in tempo, finiscono con l’instaurare il ferreo dispotismo dell’Oro. La democrazia, infatti, rifiuta di attribuire alcun valore e alcuna legittimità a ciò che non è stato votato, scelto dalla maggioranza, dimostrando – così – di essere assoggettata al doppio governo materialista del Numero e del Denaro; dapprima, entrambi questi elementi, di natura quantitativa, si combinano alimentando la demagogia, ma col tempo il secondo tende a prevalere sul primo, dimodoché la democrazia va trasformandosi progressivamente in oligarchia plutocratica tout court: presto, della democrazia rimarranno solo (fino a quando?) i suoi riti, ormai ridotti a cerimoniali senza significato ed effetti rilevanti.

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