RIVENDICANO KOSOVO E LI CHIAMANO CRIMINALI

Bestie. Epiteto comodo, di pronto uso, che non accetta repliche. La stampa ha etichettato così gli ultras serbi, rinchiusi nel recinto del Marassi. Come bestie, appunto. In gabbia i serbi, le loro rivendicazioni, la bandiere del Kosovo, il senso d’appartenenza. Nessuno, durante e dopo la partita mai disputata a Genova, si è chiesto il perché di uno spettacolo – nonostante striscioni in italiano che dichiaravano il “Kosovo cuore di Serbia” e nonostante le bandiere albanesi date alle fiamme –  messo in atto dai tifosi balcanici. Non se lo pongono il problema, troppo affannati a indignarsi. La retorica era la solita: il gioco del calcio rovinato, niente che ha a che fare con lo sport, sono pazzi esaltati, fino alla speranza, nemmeno malcelata, che la polizia mettessse ordine coi manganelli, magari spaccando qualche testa (come puntualmente accaduto). Il vero triste spettacolo è stato infatti quello dei commentatori, durante e dopo la nottata genovese. In pochi hanno adombrato ragioni politiche alla radice della protesta inscenata dagli ultras, e quelli che lo hanno fatto ne hanno fornito una chiave di lettura tutta in negativo: ultranazionalisti è stato il termine abusato.

Niente sul fatto che a Belgrado, un governo che si dice di sinistra, con i democratici di Tadic puntellati dai socialisti già di Milosevic, non si interessa dell’alto tasso di disoccupazione, della carenza di beni di prima necessità, dell’insicurezza, del debito pubblico alle stelle, della spinta all’emigrazione. Un governo che proprio martedì ha accolto Hillary Clinton, che tornava nei luoghi condannati alla guerra dal suo illustre coniuge portando il solito ricatto per cui l’adesione all’Ue necessita la genuflessione ai diktat atlantici…

Nella fattispecie il riconoscimento dell’indipendenza del Kosovo e la consegna di presunti criminali di guerra da dare in pasto ad un’opinione pubblica sempre meno certa delle verità assolute spacciate da Washington. Intanto i vertici politici serbi nascondono sotto il tappeto malumore ed esasperazione dei giovani, relegando le loro proteste all’ormai stantio campionario dei rigurgiti neofascisti. Troppo facile liquidarli come facinorosi, teste rasate. Stesso termine usato per gli ultras che martedì notte hanno cercato la visibilità che nessuno gli dà, in patria e fuori. E per chi, due giorni prima, ha manifestato a Belgrado in occasione del gay pride. Stampa locale e internazionale hanno ricondotto tutto ad una reazione omofoba, un segno di intolleranza, senza nemmeno sfiorare la reale portata delle manifestazioni, che hanno preso di mira palazzi governativi, media, sedi dei partiti filo-occidentali. Hanno dato anche un nome al nuovo “pericolo”: Obraz.

Si tratta di un gruppo definito di estrema destra, strettamente legato all’ala radicale della chiesa ortodossa e con una forte influenza nei gruppi ultras serbi. Non è una novità, ma è servita a dare fuoco alle polveri della criminalizzazione. Del calcio, che lo si voglia o no, il movimento ultras è parte integrante, con una storia lunga, con le sue evoluzioni e rivoluzioni. Non solo in Italia. E la politica è parte del movimento. Negli ultimi vent’anni, forse più, le gradinate degli stadi sono diventate un bacino di raccolta per elementi, di ogni estrazione sociale e culturale, che in quei luoghi trovano spazi di libertà negati da un modello sociale che vive grazie al “disinteresse militante”, alimentato da media che forniscono versioni uniche e banalizzate di quel che ci accade intorno. In Italia come in Serbia.

A Belgrado, negli anni della demonizzazione prima dei bombardamenti Nato, fu nelle curve degli stadi che si formò il sentimento nazionalista contro gli attacchi che venivano rivolti al governo Milosevic dall’Occidente: da capo ultras della Stella Rossa, Zeljco Raznatovic divenne “il comandante Arkan”. Otto anni dopo, nel giorno in cui Pristina proclamò in via unilaterale l’indipendenza del Kosovo rapinato alla madre patria serba e Washington lo riconobbe come “Stato sovrano e indipendente”, furono gli ultras della Stella Rossa e del Partizan, uniti, a scatenare le proteste che nella capitale serba lasciarono a terra un morto, un ragazzo ucciso nell’assalto all’ambasciata statunitense.

Nel 1999, striscioni nelle curve italiane puntavano il dito sulle bombe Nato che massacravano la Serbia, aggressione alla quale il governo D’Alema partecipò con entusiasmo. Undici anni dopo, i bambini di Belgrado di allora ce li siamo ritrovati a Genova, a rivendicare una ribalta che le aspirazioni euro-atlantiche dei loro attuali amministratori gli negano.

da Alessia Lai, RINASCITA

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3 commenti

  1. […] contro la moralità, l’indipendenza e la stabilità dell’Europa. Lo scorso 17 febbraio 2011, a tre anni dal sequestro armato del Kosovo, le Associazioni Culturali Zenit di Roma e Tyr di Perugia hanno voluto ricordare e rivendicare […]

  2. […] nemmeno la decenza di vergognarsi delle proprie bugie, ma, soprattutto, dopo quanto esportato in Kosovo (dove i gestori del potere organizzavano i traffici di organi umani) [6], Iraq (con nefandezze come […]

  3. […] nemmeno la decenza di vergognarsi delle proprie bugie, ma, soprattutto, dopo quanto esportato in Kosovo (dove i gestori del potere organizzavano i traffici di organi umani) [6], Iraq (con nefandezze come […]


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