L’INNO ALLA GUERRA NEL SALOTTO DEI NOMINATI

Mi chiamo Ignazio, colleziono soldatini e vivo in un blindato… L’altra sera nel salotto profumato di “Porta a Porta”, condotto da Bruno Vespa, servo per tutte le stagioni, è andato in onda – Afghanistan, perchè siamo lì? (12/10/2010)l’inno alla guerra dell’imbecillità. Alcune considerazioni: mancava il plastico mimetico di Arcore, ma a parte ciò, l’apertura solenne con tanto di lacrimevole minuto di silenzio che non unisce l’Italia, come invece vorrebbero far credere, la considerazione che Vespa non sia mai stato imparziale, anzi, facciamo finta che lo sia sempre stato. In ogni caso, l’assioma Vespa = servo, risulta matematicamente corretto. Sorvolando sull’incapacità dimostrata nel dibattito della senatrice Roberta Pinotti (PD), del pappagallo di Gerusalemme e ministro (inutile) Franco Frattini – sponsor ufficiale dei prossimi Giochi Olimpici afghani «è un dovere morale essere lì, questa barbarie medievale oggi non c’è più, oggi a Kabul si pubblicano 100 giornali quotidiani al giorno, ci sono 40 tra radio e televisioni che trasmettono ogni giorno a Kabul», di un ex rambo della NATO oggi editorialista, tale generale degli alpini Carlo Jean «non è che si va a bombardare si va a salvare i nostri soldati», già Consigliere Militare del Presidente della Repubblica Francesco Cossiga, ripescato in trasmissione per riempire lo spazio vuoto e altri geni bombaroli che neanche ricordiamo i nomi. L’unica voce fuori dal coro – senza infingimenti – è stata quella di Antonio Di Pietro (IDV). Chapeau. La proposta del ministro miope Ignazio La Russa, che continua a  contrabbandare per “missione di pace” la guerra d’invasione afghana combattuta servilmente per gli americani, di far decidere ai mandanti del Parlamento (o sentire le Commissioni parlamentari come piace a lui) se armare o no i caccia italiani con “strumenti di precisione scientifica” e bombe «a basso dosaggio» (testuali parole!), è un’altra prova dell’incapacità politica di analizzare, comprendere e risolvere i problemi che hanno provocato la morte di 34 soldati italiani.

Art. 11

L’Italia ripudia la guerra come strumento di offesa alla libertà degli altri popoli e come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali; consente, in condizioni di parità con gli altri Stati, alle limitazioni di sovranità necessarie ad un ordinamento che assicuri la pace e la giustizia fra le Nazioni; promuove e favorisce le organizzazioni internazionali rivolte a tale scopo.

L’Italia spende 68 milioni di euro al mese, circa 800 milioni l’anno, per partecipare all’invasione atlantica imposta dagli “amici” americani. Appare chiaro oramai a tutti, anche ai più ostinati, che dopo 10 anni di occupazione violenta, l’Italia è in Afghanistan non per regalare le caramelle ai bambini. Soltanto che, ogni volta che muore un solato italiano, stupidamente ci chiediamo: «Che cosa ci stiamo a fare lì?».

Lo spiega ottimisticamente e in maniera “costituzionale” (richiamando l’art.11), il ministro La Russa: «Il vero termine non è solo temporale, ma il termine in situazioni del genere è quando si consegue l’obiettivo. Ecco perchè io dico, in ordine temporale, ipotetico sempre, è quello del 2013 per la fine della missione, l’ordine temporale possibile, non certo, per larghissima parte dei nostri militari che hanno funzioni Kombat, può essere anche la fine del 2011. Il che non vuol dire che queste cose le decieremo noi da soli…».

Ergo, l’unica motivazione rimasta agli Stati Uniti e ai loro alleati occidentali, per legittimare il massacro agli occhi dell’opinione pubblica, è che l’Italia in Afghanistan si batte per la propria sicurezza per contrastare il terrorismo internazionale. E’ una menzogna colossale.

La matematica non è certo un’opinione. A sentire il ministro La Russa, sicuramente sì. Ecco che tutto viene spiegato con la cosiddetta “equazione di Ignazio”: «Con strumenti di precisione scientifica, la precisione delle bombe – chiamiamole così – sia pure a “basso dosaggio” che potrebbero essere montate sui nostri aerei, è esattamente uguale alla precisione dei missili che già sono montati sugli elicotteri che già usiamo. Non c’è una differenza».

Poi continua…

«Quello che può cambiare è che se io sbaglio e penso che in quella casupola anzichè terroristi ci sono dei civili, è chiaro che commetto un errore madornale e provoco un danno, ma questo può avvenire anche sparando con un fucile. Se io incontro una persona e credo che sia un terrorista, e gli sparo, e invece era un civile, ed è capitato – non agli italiani, mai agli italiani – evidentemente compio un atto che se fosse volontario è un atto di guerra».   

Il problema non è quello di armare i nostri aerei, il problema è capire quali siano gli obiettivi che stiamo perseguendo. Di tutto abbiamo bisogno tranne che di un’escalation sanguinaria in Afghanistan. In studio però tanta crema ma nessuna certezza…

«Perchè una missione, puramente di pace, è diventata anche qualcosaltro?» Si chiede inebetito Bruno Vespa, mandando poi un contributo filmato, e senza mai nominare la parola “guerra”.

Lo spiega con un’altra lectio magistralis il ministro La Russa: «Non dobbiamo dimenticare quando siamo andati in Afghanistan. Non è che un giorno ci siamo svegliati e abbiamo detto oggi facciamo la guerra all’Afghanistan, c’era l’11 settembre – mentre il ministro (inutile) Frattini ascoltava soddisfatto – e la reale possibilità anzi, il concreto pericolo che quel Paese fosse conquistato politicamente dai terroristi che avrebbero avuto una base di lancio per tutto il mondo, indiscussi e indisturbati. Questa è la ragione per la quale siamo andati là».

L’Afghanistan, nella sua storia millenaria, non ha mai aggredito nessuno. L’occupazione militare atlantica allo Stato Sovrano afghano, è propagandata dalla vulgata italiota omettendo alcuni particolari: i Talibani non sono mai stati terroristi; Non c’era un solo afghano nel commando delle Torri Gemelle; Non un solo afghano nelle cellule, vere e presunte, dei gruppi legati ad Al Qaeda. Sarà pure lecito a un popolo esercitare il legittimo diritto di resistere a un’occupazione straniera.

Ciò che viene definito “unilateralismo” degli Stati Uniti, vale a dire il diritto che essi si attribuiscono a intervenire dovunque ritengano essere minacciati i loro interessi nazionali, è qualificabile in termini di “preventivo” e “benefico” disordine mondiale, a cui gli imbelli rappresentanti della vecchia Europa si genuflettono. Invece, da notare come il lato oscuro delle invasioni atlantiche continua ad essere occultato è stato sostituito da programmi inutili di distrazione di massa quali lo show dei delfini, il centimetro della zucchina, il lancio del nano, la bicicletta galleggiante, il wc con i pedali e gli scivoli acquatici per pinguini trasmessi, dei guru dell’informazione Vespa, Fede, Floris e Minzolini.

Quella del Vietnam fu la prima guerra le cui immagini poterono entrare nelle case della gente, portandone gli orrori e i retroscena, sino a quel momento solo immaginati, direttamente sulla tavola, con tutta la loro violenza e la loro durezza. Anche se l’effetto ormai ha perso l’aura di novità, non è comunque venuta meno la sua forza nel caso dell’intervento in Afghanistan.

In entrambe i casi i media hanno portato parzialmente la realtà, una verità lontana, sotto gli occhi dell’opinione pubblica, la quale non ha toccato con mano la violenza del conflitto e la perdita di vite militari o civili, traslando lentamente da una posizione favorevole al conflitto ad una posizione contraria. Immagini simbolo come quelle delle file di bare dei soldati americani che rientrano dal Vietnam, dall’Iraq o dall’Afghanistan, hanno contribuito a sensibilizzare l’opinione pubblica dall’orrore con il quale migliaia di solati si sono confrontati.

Dopo Olanda e Canada, stufi di farsi ammazzare, dall’Afghanistan se ne andranno anche Polonia e Spagna. Rimaniamo noi, che fino a poco tempo fa – come ha riferito il quotidiano britannico Times con il contributo trasversale dei servizi segreti e del govermo Berlusconi (poi smentita) – abbiamo pagato “mazzette” ai capi taliban in Afghanistan per evitare attacchi terroristici alla base di Surobi, 65 chilometri a est di Kabul. Incapacità politica di spiegare al BelPaese perchè siamo in guerra. Sarebbe opportuno processare per alto tradimento tutti quegli ipocriti fiancheggiatori che osano ripetere fino all’estenuazione la “necessità di consolidare la democrazia in Afghanistan”.

I militari italiani, i vertici militari e politici, in violazione dell’art. 11 della Costituzione, partecipano a una guerra, non difensiva ma offensiva, in cui i conclamati propositi di aiuto alla società afghana non servono più da tempo a nascondere la realtà.

Non bastasse lo spettacolo funebre  e l’omelia ai quattro alpini – “Erano profeti del bene” – celebrata dall’ordinario militare mons. Vincenzo Pelvi, abbiamo assistito nell’ottusità di “Porta a Porta” all’incapacità politica degli onorevoli nominati della Repubblica delle meraviglie di dire agli italiani che non sappiamo cosa abbiamo deciso di fare, e che nella peggiore delle ipotesi, ci sarà da rassegnarsi all’idea di continuare a contare i nostri morti…

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2 commenti

  1. […] non siamo “ufficialmente” in guerra, il riservista Bruno Vespa, nel salotto dei veterani di “Porta a Porta” si è già assicurato la presenza sia di un esponente del governo che di uno […]

  2. […] non siamo “ufficialmente” in guerra, il riservista Bruno Vespa, nel salotto dei veterani di “Porta a Porta” si è già assicurato la presenza sia di un esponente del governo che di uno dell’opposizione, […]


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