ESPORTARE LA DEMOCRAZIA IN UN CLICK

La civiltà delle immagini. Quando due anni fa è stato pubblicato il libro «The $3 Trillion War», i suoi autori venero ampiamente accusati di esagerare sui costi a lungo termine delle operazioni militari in Iraq e in Afghanistan. Ora, i ricercatori ritengono che tali stime erano troppo basse. Joseph Stiglitz, premio Nobel 2000 per l’Economia, e Linda Bilmes, docente di politica pubblica all’Università di Harvard, hanno detto che il numero di veterani in cerca di cure mediche postcombattimento e il costo del trattamento di questi individui è di circa il 30% più alto di quanto stimato nel 2008. Il vero costo a lungo termine della guerra Usa in Iraq e Afghanistan rivede al doppio le stime precedenti spiegando che le spese delle due guerre arriveranno a 6 trilioni di dollari, ovvero a 6 mila miliardi di dollari. Permettere che siano riprese e mostrate le malinconiche catene di montaggio delle bare, sarebbe utile per accelerare il ritiro dall’Iraq e dall’Afghanistan, dove continuano, a «vittoria» conclamata, a morire soldati ogni 48 ore? Dal 1991, il rimpatrio delle salme dei soldati uccisi in guerra non deve essere visto dal pubblico (divieto introdotto durante la Guerra del Golfo, dall’ex presidente americano George Bush senior – poi mantenuto da Bill Clinton e George W. Bush – proibiva la copertura mediatica di queste cerimonie. A prescindere dal consenso delle famiglie, non era permesso scattare e pubblicare una sola fotografia), per non fiaccare il morale della nazione. Come ha sempre sostenuto Colin Powell: «Il popolo americano tollera i caduti in guerra, purché, e fino a quando, capisca e condivida le ragioni per le quali sono morti».

THE RETURN OF THE FALLEN
(“Il ritorno dei caduti”, per guardare tutte le fotografie clicca qui)

L’opinione pubblica statunitense è contraria al conflitto tanto quanto favorevole all’abolizione dell’oscuramento della guerra in Afghanistan, ma anche il Vietnam fu per anni appoggiato dalla maggioranza degli americani e la guerra divenne “sporca” soltanto quando fu chiaro che non si sarebbe potuta vincere. Il 5 aprile 2009, per la prima volta,  i media americani vennero autorizzati dal Pentagono a documentare il rimpatrio della salma di un militare morto in missione. Una delegazione di giornalisti dell’ABC NEWS partecipò all’evento, seguendo in diretta dalla base statunitense dell’Air Force di Dover (Delaware) – dove atterrano i velivoli in servizio all’estero – la solenne cerimonia di arrivo del feretro del sergente Phillip Myers, 30 anni, ucciso da un’esplosione in Afghanistan. Gli organi d’informazione statunitensi poterono pubblicare le immagini della bara avvolta nella bandiera americana su decisione dell’amministrazione Obama, e permettere alle famiglie dei caduti di scegliere se rendere pubblico o meno il ritorno a casa dei propri cari. Il dipartimento della Difesa americano aveva sempre giustificato l’oscuramento delle immagini con il rispetto del lutto dei parenti delle vittime.

Successivamente fu l’ex presidente Bill Clinton che autorizzò la stampa a seguire i funerali dei 17 marinai uccisi, nell’ottobre del 2000, nell’attacco terroristico contro il cacciatorpediniere “USS Cole”, avvenuto nel porto yemenita di Aden. La vista dei feretri delle vittime dell’attentato, attribuito a un gruppo legato ad Al Qaeda, non metteva in quel caso a rischio il sostegno degli americani alla politica estera del governo, anzi. Lo stesso non si può dire delle toccanti file di bare di alcuni soldati americani morti in Iraq, fotografate nel 2004 da una donna in servizio all’aeroporto di Kuwait City.

La credibilità dell’esercito USA e degli invasori atlantici, iniziò a vacillare dopo la fuga di notizie dovute a immagini scattate da fotografi-soldato che immortalavano le loro “imprese” ritraendo prigionieri iracheni seviziati, in spregio a tutte le convenzioni umanitarie, nelle già note prigioni degli orrori americani di Abu Ghraib. Guantanamo a confronto sembrerebbe essere un residence. Quello dei prigionieri iracheni torturati e fotografati fu solo uno degli esempi democratici più penosi ed eclatanti dei liberatori americani. Le tremende immagini si scontrarono con la sensibilità drogata del mondo addomesticato che fino a quel momento, in maggioranza era favorevole alla guerra, scatenando una marea di condanne e proteste. Ve ne mostriamo alcune:

Già in Vietnam alcune fughe di immagini fotografiche, che poi si moltiplicarono a macchia d’olio (e non c’era ancora internet!) contribuirono alla sconfitta militare degli Stati Uniti. Oggi, dall’Iraq e dall’Afghanistan ritornano i fantasmi del passato. E non sono più le “foto ricordo” di soldati-fotoamatori a far tremare la Casa Bianca e il Pentagono ma quelle delle salme dei soldati morti nelle sporche guerre d’invasione programmate a lungo termine da una banda sanguinaria di lucidi invasati.

Alla faccia di tutto il dispiegamento di mezzi tecnici di testate editoriali e televisioni che hanno speso milioni di dollari per coprire l’evento bellico: è bastata una semplicissima macchina digitale a far balzare agli orrori delle cronache il vero volto e le sanguinarie intenzioni dei liberatori di Washington! Con un click sono stati vanificati gli sprechi di energie e dollari, investiti dalle amministrazioni USA per foraggiare e controllare i fotoreporter embedded.

Dire la verità è però reato. Nel mese di aprile scorso, l’analista informatico Bradley Manning, dell’intelligence nordamericana, venne arrestato con l’accusa di aver trasmesso di nascosto all’ong Wikileaks, un video (clicca qui) che testimoniava di una strage compiuta da militari statunitensi a Baghdad nel 2007. Il video fece fatto il giro del mondo, era la registrazione di un’azione di militari Usa a bordo di un elicottero Apache. I soldati colpirono mortalmente dodici persone dopo essersi accertati in modo superficiale del fatto che queste possedessero delle armi. Ma i bersagli erano disarmati, e nel raid, che colpì anche il furgone dal quale le persone erano scese, vennero feriti anche due bambini, che si erano nascosti all’interno del veicolo. Fra le vittime ci furono anche un cameraman della Reuters, Namir Noor Ewldeen, e il suo autista Saeed Chmagh. In realtà Namir Noor Ewldeen impugnava un macchina fotografica. Ma il soldato ricevette il via libera e sparò senza esitazione, uccidendo sette persone su otto. L’ottavo, ferito gravemente ma vivo, l’autista Saeed Chmagh si trascinò a stento verso un cancello aperto nell’estremo tentativo di mettersi in salvo. Erano immagini classificate come “secret”, nessuno venne indagato né punito per quei fatti, così come nessuno poteva vedere quel che da anni veniva detto: le truppe Usa sparano ai civili.

Certo è che dall’11 settembre 2001 il comportamento islamofobico delle amministrazioni USA, configura strategie imperialiste sia in termini militari che economici benchè le forme del dominio politico siano mutate rispetto all’epoca del colonialismo. Ciò che viene definito “unilateralismo” degli Stati Uniti, vale a dire il diritto che essi si attribuiscono a intervenire dovunque ritengano essere minacciati i loro interessi nazionali, è qualificabile in termini di “preventivo” e “benefico” disordine mondiale, a cui gli imbelli rappresentanti della vecchia Europa si genuflettono. Dopo l’11 settembre 2001, l’amministrazione Bush e il Congresso si sono impegnati a incrementare in misura eccezionale il budget militare. Nel 2001 ammontava a 307 miliardi di dollari, nel 2002 era 339 miliardi e nel suo subdolo discorso sullo “Stato dell’Unione” del 29 gennaio 2002 (ridare fiato all’economia Usa sconfiggendo i nemici recessione e terrorismo), George W. Bush propose di portarlo nel 2003 a 379 miliardi, pari (in dollari costanti) a quello del 1967, momento di massimo coinvolgimento nella guerra del Vietnam.

Si trattò quindi di un aumento delle spese militari del 26% tra il 2001 e il 2003 con l’obiettivo di arrivare a 451 miliardi di dollari nel 2007. L’aumento deciso dopo il 11 settembre era in realtà già programmato: durante la campagna per le presidenziali del 2000 gli “esperti” del sistema militare-industriale valutavano in 50-100 miliardi di dollari l’importo supplementare da spendere negli anni successivi: e così è stato.

Un recente documentario-indagine “Standing Army – l’esercito segreto degli Stati Uniti” di Thomas Fazi ed Enrico Parenti (trasmesso su Fx il 28 settembre alle 21.55), ha riportato che la spesa militare dell’amministrazione di Barack Obama durante il suo primo anno di governo rispetto all’esecutivo precedente guidato da George W. Bush, è aumentata di 30 miliardi di dollari. L’indagine di Parenti e Fazi è frutto di tre anni di ricerca e verte perlopiù sulle testimonianze delle popolazioni che convivono con i militari americani. Secondo i documenti ufficiali, le basi degli Stati Uniti sparse in tutto il mondo sono 716. Tra le ricadute di maggiore rilievo, l’impatto energetico: “E’ stato stimato – aggiunge Fazi – che il dipartimento di Difesa da solo consuma quanto l’intera Svezia”.

L’elezione del premio Nobel per la pace orwelliana, Barack Obama, era stata accolta in tutto il mondo come l’inizio di una stagione politica radicalmente diversa da quella di George W. Bush. Una stagione orientata alla pace e al dialogo. E gli appassionati discorsi del presidente nero sembravano alimentare questa speranza. Ora, il nuovo segretario alla Difesa, Robert Gates, ha tolto il divieto che dai tempi della guerra del Golfo impediva ai media di diffondere immagini delle bare di soldati americani caduti in missioni all’estero. Forse il lato oscuro delle invasioni atlantiche in Medio Oriente sostituirà le news sullo show dei delfini, il centimetro della zucchina, il lancio del nano, la bicicletta galleggiante, il wc con i pedali tipo cyclette e gli scivoli acquatici per pinguini trasmessi dai guru dell’informazione italiota Bruno Vespa, Emilio Fede e Augusto Minzolini. Chissà.

Quella del Vietnam fu la prima guerra le cui immagini poterono entrare nelle case della gente, portandone gli orrori e i retroscena, sino a quel momento solo immaginati, direttamente sulla tavola, con tutta la loro violenza e la loro durezza. Anche se l’effetto ormai ha perso l’aura di novità, non è comunque venuta meno la sua forza nel caso dell’intervento in Iraq e Afghanistan. In entrambe i casi i media hanno portato parzialmente la realtà, una verità lontana, sotto gli occhi dell’opinione pubblica, la quale non ha toccato con mano la violenza del conflitto e la perdita di vite militari o civili, traslando lentamente da una posizione favorevole al conflitto ad una posizione contraria. Immagini simbolo come quella scattata dal reporter Nick Ut l’8 giugno 1972 per le strade di Trang Bang un piccolo villaggio nel sud del Vietnam, in cui una bambina vietnamita, Phan Thi Kim Puchu (che ora ora vive in Canada dove ha chiesto asilo politico dopo un periodo di militanza comunista a Cuba), di 9 anni, ustionata dal napalm scappa nuda per la strada, o come le file di bare dei soldati americani che rientrano dall’Iraq o dall’Afghanistan, hanno contribuito ad infliggere durissimi colpi alle chance di vittoria americana.

Alla vigilia dell’entrata in guerra degli Stati Uniti, il consenso popolare nei confronti dell’intervento era molto forte presso l’opinione pubblica americana; questo è valido sia per la guerra del Vietnam, che registrava un consenso pari al 60%, che per quelle in Iraq e Afghanistan con quasi il 70%. In tutti i casi la Casa Bianca si è dimostrata molto abile nel riuscire a mobilitare il popolo, la stampa, il Congresso, per riuscire ad avere una sostanziale coesione dell’opinione pubblica americana che consentisse di portare l’attacco. Se la guerra del Vietnam è stata persa e se quella in Iraq e Afghanistan sono ben lontane dal risolversi come previsto dalla Casa Bianca, questo è dovuto a molteplici fattori: errori di approccio e di valutazione, errori strategici, determinazione del nemico, soprattutto nel caso del Vietnam. Di sicuro però lo scollamento dell’opinione pubblica americana dalla causa della guerra ha portato in entrambe i casi a una spaccatura nella società, alla contestazione del potere politico, al lento sfaldamento della coesione nazionale indispensabile quando un paese affronta un conflitto, specie se prolungato nel tempo e dall’esito tutt’altro che scontato.

OPERAZIONE ENDURING FREEDOM
AFGHANISTAN

inizio del conflitto 07 ottobre 2001

(dati aggiornati al 02 ottobre 2010)

Soldati americani morti in Afghanistan dal 07/10/2001:

A/M GEN FEB MAR APR MAG GIU LUG AGO SET OTT NOV DIC Totale
2001 3 5 4 12
2002 10 11 9 5 1 3 0 1 1 6 1 1 49
2003 4 7 12 2 1 3 2 4 2 4 6 1 48
2004 9 2 3 3 8 5 2 3 4 5 7 1 52
2005 2 1 6 18 4 27 2 15 11 7 3 3 99
2006 1 17 7 1 11 18 9 10 6 10 7 1 98
2007 0 14 5 8 11 12 14 18 8 10 11 6 117
2008 7 1 8 5 17 28 20 22 27 16 1 3 155
2009 15 15 13 6 12 25 45 51 40 59 18 18 317
2010 30 32 26 20 34 60 65 55 39 361

Soldati della coalizione morti in Afghanistan dal 07/10/2001:

A/M GEN FEB MAR APR MAG GIU LUG AGO SET OTT NOV DIC Totale
2001 3 5 4 12
2002 10 12 14 10 1 3 0 3 1 6 1 8 69
2003 4 7 12 2 2 7 2 4 2 6 8 1 57
2004 11 2 3 3 9 5 2 4 4 8 7 2 60
2005 2 3 6 19 4 29 2 33 12 10 7 4 131
2006 1 17 13 5 17 22 19 29 38 17 9 4 191
2007 2 18 10 20 25 24 29 34 24 15 22 9 232
2008 14 7 20 14 23 46 30 46 37 19 12 27 295
2009 25 25 28 14 27 38 76 77 70 74 32 35 521
2010 43 53 39 34 51 103 88 79 57 2 549

Le forze d’occupazione della Nato gentilmente affiancate e precedute dagli ascari afghani, da qualche giorno hanno avviato la più grande offensiva militare (30.000 soldati) nel quadro dell’operazione Dragon Strike. Obiettivo: conquistare in due mesi la città di Kandahar, ritenuta cruciale per il buon esito della strategia americana, in vista del graduale ritiro delle truppe che dovrebbe mettere fine a 9 anni di conflitto.

Le province afghane e il numero totale di morti, dal 07 ottobre 2001, tra i soldati della coalizione:

Provincia Totale
Badghis 23
Baghlan 9
Bamyan  4
Farah 37
Faryab 9
Ghazni 61
Ghowr 2
Helmand  595
Herat 39
Kabul 119
Kapisa 26
Lowgar 25
Nangarhar 24
Nimruz 3
Kandahar 306
Kondoz 25
Takhar  2
Wardak  43
Zabol  92
Paktika 78
Balkh 11
Jowzjan  4
Konar 135
Laghman 14
Paktia 25
Khost 31
Nurestan 32
Oruzgan 62
Parvan 51
Panjshir 1

L’invasione continua…

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6 commenti

  1. […] del Vietnam fu la prima guerra le cui immagini poterono entrare nelle case della gente, portandone gli orrori e i retroscena, sino a quel momento […]

  2. […] le pratiche degli stati illuminati: di certo le torture che hanno avuto luogo a Guantanamo, Bagram e in altre basi USA e nei paesi scelti da Bush e Obama per le ‘consegne’ (‘rendition’ […]

  3. […] servizi vergognosamente di parte. In Italia, definitivamente divenuta nei vertici una colonia degli Stati Uniti e di Israele, il quadro è davvero desolante (Finanziaria 2011: erogati 5 milioni di euro per […]

  4. […] Gli Stati Uniti sulla carta sono contrari alla tortura. La Costituzione americana vieta “punizioni crudeli e inusuali”. E insieme a quasi cento altri paesi, gli Stati Uniti hanno firmato una convenzione internazionale che garantisce che tutti i prigionieri sono trattati “con umanità e nel rispetto della dignità della persona”. Ma oggi Bradley Manning è in isolamento totale in una cella senza lenzuola, senza potersi muovere e vittima di brutali umiliazioni che gli stanno causando seri rischi mentali. Tutto questo in violazione della legge americana e di quella internazionale. […]

  5. […] finga pure di non vedere cose come queste, ci si lasci incensare dai camerieri del Nuovo Ordine Mondiale che per ragioni inconfessabili, trovano opportuno ergersi a “unici” paladini di […]

  6. […] la nascita di nuovi conflitti per la “tutela” del mondo occidentale, denominati appunto “esportazioni della democrazia”. Leggi e guerre che si intrecciano e si offrono pretesti a vicenda. In definitiva, viene […]


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