DEMOCRAZIA E CLIENTELISMO

In una società di massa come quella moderna, con i ritmi frenetici che quasi tutti sono costretti a seguire nella vita quotidiana, resta ben poco spazio per una riflessione attenta e critica. Fatale dunque che i livelli della coscienza tendano ad abbassarsi  a scapito di attenzione e spirito critico. In tale situazione sono i più furbi e quelli privi di scrupoli ad approfittarsene. Soprattutto poi nel rapporto dei politici con i propri elettori. I furbi, una volta ottenuta la delega, trattano i deleganti non come i propri mandanti, dei quali dovrebbero essere i rappresentanti e ai quali dovrebbero rendere costantemente conto del proprio operato ma, al massimo come membri della propria clientela cui concedere di tanto in tanto qualche favore, qualche raccomandazione o cose del genere. Democrazia e clientelismo vanno a braccetto.

Succede così che tale clientela si trasformi in un esercito di questuanti riverenti e ossequiosi che, conferito il potere a Tizio o a Caio, ridotti al rango di sudditi, come tali, vengano mortificati, umiliati e quasi sempre messi alla porta, tranne ovviamente all’approssimarsi delle successive torte elettorali. Il delegato, raggiunto il suo scopo, cioè assisosi comodamente sulla poltrona, dimentica volentieri di essere il rappresentante del cittadino elettore che pure gli ha conferito il mandato per vedere soddisfatte le sue istanze, e fonda il suo ruolo sulla massa di deleganti che lo hanno votato, una massa in pratica anonima a tutti gli effetti. Una situazione di comodo alla quale i cosiddetti rappresentanti del popolo non solo non si sottraggono ma che sfruttano con abilità e sotterfugi. Mai, ripetiamo, il delegato rende conto del proprio operato all’elettore che pure gli ha conferito il mandato. Anzi, per evitargli grane e fastidi, l’art. 67 della democratica nostra Costituzione pone ben in chiaro che l’eletto esercita la sua funzione senza vincolo di mandato, ossia, come dice il volgo, fatta la grazia, gabbato lo Santo.

[Video YouTube da blackoutotale]

L’elettore, a fronte di tutto questo, non dispone di nessuna forma di controllo ed è costretto ad accettare la realtà alla quale finisce per assuefarsi. Ne consegue fatalmente una visione della politica intesa, non come servizio per i cittadini, bensì un ambito in cui gestire il potere per fini personali. Basta sentire in giro quello che dice la gente rassegnata. E’ vero che c’è sempre la possibilità di non votare una seconda volta chi si è comportato male, ma la legislatura dura normalmente cinque anni e la gente tende ad avere la memoria corta. Del resto mille e mille sono gli espedienti per distrarre gli elettori e continuare a tenerli al guinzaglio. E mille e mille i sistemi per costituire sempre nuove clientele da abbindolare o da blandire a secondo della convenienza.

Dicevamo che il sistema ha abituato la gente a credere che alla democrazia non esistano alternative plausibili e che chi contesta la democrazia prepara la tirannide e la dittatura. Come se la dittatura fosse un sistema programmabile, e non un fatto storico legato, ogni volta, ad una determinata situazione. Le cose non stanno così. Il pensiero politico italiano ed europeo della fine dell’Ottocento e del primo Novecento, con intellettuali del calibro di Vilfredo Pareto, Gaetano Mosca, Roberto Michels [1], George Sorel e Charles Maurras, ha messo a fuoco il problema degli ordinamenti politici. Pareto, uno dei padri della sociologia politica contemporanea, mentre elaborava la teoria della circolazione delle elites, non mostrava alcun apprezzamento per la democrazia che, a suo dire, finisce sempre per dare vita a consorterie e gruppi di potere dediti al clientelismo.

Una tendenza questa intesa non come degenerazione, ma come elemento costitutivo del sistema. E’ noto come in Italia, a Napoli, negli anni cinquanta, la campagna elettorale del magnate monarchico Achille Lauro si fondasse sulla regolare elargizione di doni agli abitanti dei quartieri bassi e come al sud e in particolare in Sicilia in tutto l’arco dei sessant’anni repubblicani, il cosiddetto voto di scambio sia stato, come del resto lo è ancora, una pratica abituale.

La storia, spiegava Pareto, non ha mai mostrato un regime democratico esente da questi difetti. Con l’aggravante, aggiungiamo noi, di una classe dirigente selezionata nel modo peggiore. Gaetano Mosca, altro studioso di sociologia politica, arrivava a concludere che sempre, a prescindere dal sistema politico, il governo è costituito da un’oligarchia, una classe dirigente di pochi che, prese in mano le leve del comando, difficilmente se la lascia strappare.

In questa ottica il Parlamento è solo uno strumento teso a legittimare un governo che farà di tutto per restare in sella anche attraverso l’introduzione di leggi ad hoc che impediscano il ricambio della classe politica. Le leggi varate negli ultimi anni in Italia con l’introduzione dei vari sbarramenti, premi di maggioranza, abolizione del sistema delle preferenze, imposizione da parte delle segreterie di partito delle liste dei candidati destinati ad essere eletti, danno a Mosca perfettamente ragione, evidenziandone la lungimiranza. Se a questo si aggiunge poi l’uso dei mass media di cui oligarchi della democrazia si sono serviti  si servono a pieni mani per perpetuare il controllo della pubblica opinione a proprio favore, i giochi sono chiari ed illudersi di essere liberi nell’espressione del voto appare una cosa abbastanza ingenua. Il sistema democratico trova il suo gemello e compare nel capitalismo economico e finanziario e per questo ha cura di puntellare le sue strutture nel potere delle banche, delle lobbies, dell’alta finanza.

Prendiamo ad esempio l’elezione del Presidente degli Stati Uniti, in quella cioè che viene vantata come la democrazia per eccellenza, il modello che ispira o dovrebbe ispirare le democrazie occidentali. A parte la percentuale sempre più in calo degli elettori che effettivamente si recano ai seggi per votare, attualmente essa si aggira sul 38% degli aventi diritto, è noto come le elezioni presidenziali siano fortemente influenzate, se non addirittura determinate, dai grandi potentati economico-finanziari che dando vita a migliaia di comitati elettorali, lapidano fiumi di dollari a sostegno delle campagne dei candidati da loro favoriti, solo perchè al loro servizio.

 

In questo modo le classi meno abbienti, insieme di una massa di poveri in canna e di sottoproletari, restano escluse in partenza da quelli che sono assolutamente giochi di potere tra consorterie che si contendono la torta. Tenendo presenti tali considerazioni, non è sbagliato parlare di dittatura della democrazia.

[1] Carlo Cerbone, L’antiparlamentarismo italiano dal 1870 al 1919, coll. L’Architrave, Volpe editore Roma 1972

da Nicola Cospito
PERCHE’ NON SONO DEMOCRATICO

INVITO ALLA LETTURA. Dal libro di Nicola Cospito «PERCHE’ NON SONO DEMOCRATICO spiegato ai miei figli e ai miei alunni…», prefazione di Rutilio Sermonti – edizioni Nuova Impronta: Nicola Cospito non è un insegnante, tra le decine di migliaia di altri di ogni grado registrati nei ruoili di Viale Trastevere. Nicola è un educatore: categoria sparuta e ufficialmente ignorata, ma altamente preziosa, in assoluta disbiosi col balordo contesto generale. Disbiosi tale, che i rari esponenti della stessa devono forse ringraziare tale ufficiale ignoranza se a una qualsiasi oca giuliva, scodellata da un’anticamera di partito per la carica di On. Pallade Atena Pro Tempore della Repubblica, non salti un giorno o l’altro il ghiribizzo di imporre loro la cicuta, come al loro immortale predecessore. Non è vero che democrazia e libertà siano la stessa cosa. La democrazia è solo un sistema politico. Il peggiore. Si può essere per la libertà di tutti i cittadini e non essere democratici. E non è detto che l’alternativa alla democrazia debba essere necessariamente la dittatura. Del resto mentre i dittatori non si possono inventare, la democrazia è essa stessa la dittatura delle lobbies e dei furbi che ingannano il popolo con il suo consenso, variamente estorto. Cospito non è solo. Da Socrate a Platone, da Dante a Machiavelli, da Campanella a Guicciardini, da Sorel a Bardéche, per arrivare all’antiparlamentarismo italiano di Ottocento e Novecento, Cospito è certamente in buona compagnia.

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4 commenti

  1. […] DEMOCRAZIA E CLIENTELISMO […]

  2. […] in altre parole, un governo della quantità e non della qualità. Si sa, allo stesso modo, che la declinazione rappresentativa della democrazia è sfociata nell’arroccamento degli eletti in ogni dove, nei vari palazzi, nel fare in modo di […]

  3. […] Lettere al blog. Giriamo ai lettori del blog la mail di Davide Battista da Roma, che scrive: Dopo i referendum sul legittimo impedimento e quelli sull’acqua, gli italiani, partiti politici, associazioni e movimenti, ben potrebbero ora pensare di fare la loro parte in ciò che da tutti viene considerato ormai non più rinviabile. Come ha dimostrato il caso islandese, di fronte all’impossibilità di azione che immobilizza l’amministrazione dello Stato, associazioni e ordini professionali e istituzioni finanziarie internazionali (v. “G20, in che modo i nuovi indicatori finanziano le banche“), l’iniziativa popolare, organizzata in un referendum, resta l’ultima carta da giocare prima del crollo della nostra democrazia. […]

  4. […] empireo dei potenti. Una storia di potere che non è in nostro potere. Come non lo è niente, nella pseudo-democrazia dove una ventina di persone a capo di tre o quattro consigli di amministrazione decretano la sorte […]


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