IL PROFUMO DEI SOLDI E LE CONSORTERIE LOCALI

Lettere al blog. Giriamo ai lettori del blog la mail di S.D. da Milano, che scrive: «Dal mezzanino con vista su un rudere (Colosseo), alle scalate libiche su una banca italiana (Unicredit). Dalle dimissioni comiche di Claudio Scajola a quelle drammatiche di Alessandro Profumo, entrambe anticipate e condite da aloni di palpabile sofferenza. Mogli “portavoce” incluse. All’insaputa di qualcun altro, s’intende. L’ex amministratore delegato di Unicredit, Alessandro Profumo, dopo un duro braccio di ferro nel Cda è stato sfiduciato dalla maggioranza dei grandi azionisti e messo all’angolo, costretto a rassegnare le dimissioni. Formalmente tra le ragioni che hanno portato alla cacciata del banchiere c’è la scalata libica nella banca italiana – «i migliori soci che abbia avuto», ha detto recentemente al Meeting di Rimini -, poichè ai principali azionisti (a loro insaputa) non è piaciuto come l’ad Profumo (che ne era al corrente) abbia accolto nel Gruppo azionisti libici, presenti nelle quote dei partecipanti al 7,582% (Central Bank of Libia, 4,988%; Libyan Investment Authority, 2,594%). Ma non sarà un addio tutto lacrime per il banchiere genovese che già percepiva uno stipendio di oltre 4 milioni di euro l’anno, infatti, dopo aver firmato la risoluzione consensuale con l’istituto di credito, riceverà una buonuscita di circa 40 milioni di euro (due dei quali, come già annunciato dalla moglie, Sabrina Ratti, saranno donati alla Cada della Carità di don Vincenzo Colmegna). Non capita tutti giorni. Chapeau».

Dell’ex ministro sofferente Claudio Scajola sappiamo quasi tutto. Di sua moglie, Maria Teresa Verda, che una domenica di maggio – dopo le vicende del marito «Io mi sono dimesso, perchè ritengo, che un Ministro non possa abitare in un’abitazione che qualcuno può avere pagato in parte» e del suo annuncio che si sarebbe recato dai giudici di Perugia per chiarire la questione -, rilasciò un’intervista al quotidiano La Repubblica, sostenendo che: «Se non parla ancora, è per non creare problemi a persone molto più coinvolte di lui in questa vicenda. Abbiamo bisogno di capire. Con calma. Tutte queste presunte fughe di notizie sui giornali non fanno che aumentare la confusione. Mio marito ha seguito i consigli del suo avvocato». Successivamente l’ex ministro Scajola non si presentò spontaneamente dai pm di Perugia per chiarire la sua questione, e per voce del suo avvocato, perchè tecnicamente non sussistevano le garanzie difensive previste. Ma come spesso accade nel BelPaese delle leggine vergogna, l’immunità parlamentare e Santa Prescrizione potrebbero calare presto sul già tragicomico siparietto chiudendo una delle pagine più ridicole della storia di questa sciagurata Repubblica

«Ha firmato, ha rassegnato le dimissioni» aveva laconicamente annunciato Sabrina Ratti, la moglie del banchiere di scuola McKinsey. Mezzanino a parte, si trattava della casa che il manager occupava da oltre 15 anni, l’Unicredit

Nel 1994, Alessandro Profumo passa al Credito Italiano, un anno dopo la sua privatizzazione, con la carica di condirettore centrale. Qui scala le posizioni di vertice: direttore generale (1995) e amministratore delegato (1997). Con la nascita del gruppo Unicredit (1998) assume la guida del nuovo “colosso bancario” e inizia la sua politica di acquisizione di istituti di credito minori. Nel 2007, con la fusione di Unicredit con Capitalia, Profumo è a capo di uno dei più grandi gruppi bancari d’Europa. La paghetta non era male: 3,48 milioni di euro (dovendo rinunciare alla parte variabile della retribuzione, quella legata al raggiungimento degli obiettivi, che gli era valsa un bonus di 5,5 milioni di euro) contro i 9 milioni del 2007, a seguito dei tagli nei compensi effettuati dall’istituto (fonte Il Sole 24ore).

Sempre nel 2007 è tra le fila dei sottoscrittori in appoggio alla candidatura di Rosy Bindi per le primarie del Partito Democratico e, nel 2008, anno in cui fallisce Lehman brothers e crolla il sistema finanziario mondiale, la speculazione galoppante colpisce anche Unicredit, ma l’ad Profumo si rifiuta di ricorrere ai salvataggi pubblici rinunciando ai Tremonti bonds (obbligazioni bancarie speciali emesse dagli istituti di credito quotati che siano in sane condizioni finanziarie e sottoscritte dal ministero dell’Economia, aventi obiettivo di rafforzare il capitale di vigilanza “Core Tier 1” e, di conseguenza, favorire l’erogazione del credito a famiglie e imprese) e chiede aiuto ai soci: CariVerona, azionista rilevante attraverso la fondazione, rifiuta, Mediobanca presieduta da Cesare Geronzi (anche lui volto noto della magistratura giudiziaria) si fa garante ed i libici, presenti in piccola quote schizzano al 5%, iniziando a riciclare i loro petrodollari nell’economia italiana.

Ieri, però, l’addio. Si è dimesso dalla carica di amministratore delegato di Unicredit al fine di evitare uno scontro tra i principali azionisti nel Cda, nonostante che Salvatore Ligrestiil “corsaro della finanza”, esperto in corruzione, condanne per abuso edilizio, patteggiamenti e tangenti. Il 16 luglio 1992 finì a San Vittore, coinvolto in Tangentopoli. Dopo aver patteggiato 2 anni e 4 mesi, viene affidato ai servizi sociali e torna all’attività di costruttore. Ligresti ha presentato domanda di ritorno allo stato di incensurato, grazie ad una norma che fa tornare immacolata una fedina penale sporca quando siano passati almeno cinque anni dall’espiazione della pena e il pregiudicato «abbia dato prove effettive e costanti di buona condotta». Richiesta accolta dal Tribunale di sorveglianza di Milano nel Settembre 2005 – uno dei maggiori detentori di quote di portafoglio titoli, e il Governatore della Banca centrale Libica, Farhat Omar Bengdara, avessero cercato un accordo in extremis con gli azionisti tedeschi che più degli altri non hanno accettato l’ingerenza della politica a favore di Profumo.

La conta nel Cda ha però confermato che non c’era più la fiducia: Salvatore Ligresti e Farhat Omar Bengdara, al momento del voto sono usciti ed è stato quindi determinante il NO delle Fondazioni con cui Profumo era entrato in contrasto in seguito all’ingresso dei “soci libici” nell’azionariato del Gruppo, avvenuto senza che i principali azionisti ne sapessero nulla.

 

Prima domanda: Come mai il Cda di un colosso finanziario come Unicredit, prima di sfiduciare Alessandro Profumo, non ha pensato di nominare subito un potenziale sostituto (come sollecitato da Bankitalia) ma si è semplicemente limitato a delegare Dieter Rample, attuale presidente e consocio di Mediobanca ma già ex amministratore delegato di HVB, banca bavarese in difficoltà salvata dal fallimento proprio da Unicredit?

Forse, la motivazione non è da ricercare nel disaccordo tra i principali azionisti circa la presenza nelle partecipazioni dei minoritari soci libici (7,582%). Sarebbe troppo semplicistico per un Cda così importante nel panorama bancario internazionale. La “questione Libica” infatti è un ottimo pretesto per dividere i soci di maggioranza (e pensare che i libici sono soci di minoranza che non si tirano però indietro quando c’è da iniettare nel sistema finanziario dell’istituto capitali freschi) ma sicuramente non è la motivazione unica. L’ex ad Alessandro Profumo non paga certo un atteggiamento indipendente come continuano a ripetere in continuazione i servili media addomesticati nel BelPaese delle meraviglie, bensì ragioni politiche.

Una grande banca internazionale, per essere funzionale sia alle esigenze della propria clientela che per attrarre a sè grossi e medi investitori esterni (portatori di ingenti disponibilità di capitali da iniettare subito nel sistema), deve comunque fornire per tutti, crediti e servizi a condizioni molto più favorevoli di tutti gli altri istituti finanziari. Il fine unico è l’interesse. E per riuscire a far coincidere gli interessi dei grandi azionisti con quelli dei clienti, ci vuole un grande progetto. Ecco che una grande banca internazionale (Unicredit appunto) per diventare uno dei più grandi gruppi bancari del mondo, e quindi il primo istituto di credito europeo per capitalizzazione (vedi THE GLOBAL 2000, il report di Forbes sui più grandi Gruppi mondiali) deve essere trasformato in struttura unica.

La concorrenza in Italia, in Europa e in ogni angolo del mondo, per tutto ciò che riguarda i complessi ingranaggi bancari, è molto agguerrita e condotta senza esclusione di colpi. Alessandro Profumo, volpone stagionato nel settore creditizio in campo nell’area affari e in quella esecutiva dal 1977, l’ha capito prima di altri e ha dato l’input anticipando un nuovo piano per il riassetto negli equilibri del sistema bancario italiano. Da ciò, per creare una struttura unica, nel caso specifico una banca unica, è necessario smantellare tanti piccoli feudi, ciascuno con i suoi interessi locali e le sue poltrone da difendere. E’ il caso della Lega Nord del senatùr Umberto Bossi, cui sta tanto a cuore la revisione (leggasi cancellazione) delle legge Ciampi-Amato per infiltrarsi a pieno titolo nell’establishment del potere e magari fare gli azionisti di riferimento di una qualche banca o Gruppo finanziario del Nord.

Alle passate elezioni regionali, la Lega ha fatto un balzo in avanti e ora chiederebbe per i suoi uomini posti di prestigio. E poi, c’è l’interrogativo elezioni: nei posti di potere servono condottieri schierati. Prendiamo, ad esempio, il sindaco veronese Flavio Tosi: «Quando ci sono delle decisioni che incidono sul mio territorio ho diritto di dire la mia, la scalata libica va fermata». Il sindaco di Verona, Flavio Tosi, è quello che conta di più quanto a nomine. Dicevamo che le Fondazioni sono già troppo esposte nei confronti del sistema bancario. Nel 1998, le Fondazioni azioniste di Unicredito e il Credito Italiano danno vita a UniCredito Italiano, la nuova holding che controlla le rispettive banche. Il gruppo assume una struttura federale. Cariverona recita il ruolo di protagonista nello sviluppo delle aree veneta e marchigiana, confluendo nella banca unica (1 luglio 2002) con una dote di 513 sportelli, 4.700 dipendenti, una quota di mercato di assoluta preminenza nelle zone di presenza storica, uno slancio reddituale che ne ha fatto una delle realtà più importanti del panorama italiano. CariVerona attualmente detiene il 4,984% delle quote e risulta essere tra i principali azionisti del Gruppo.

Ragionare in termini di dividendi, a questo punto, diventa fondamentale. Paolo Biasi, attuale presidente di lunghissimo corso della Fondazione CariVerona, ragiona prima di tutto in questi termini, infatti è sulla base dei dividendi che riesce a garantire al forziere di via Forti un mare di soldi, garantiti dagli anni della finanza moltiplicatrice che hanno arricchito e migliorato Verona e, in misura minore ma comunque significativa, Vicenza, Belluno, Ancona e Mantova (guarda caso gli altri istituti assemblati nella governance di CariVerona). Ora che però (con l’ingresso dei libici) i dividendi tenderanno a calare, ecco che al socio italiano più importante dopo Mediobanca, la Fondazione Cariverona, il manager Alessandro Profumo non va più bene. I piccoli feudi non esistono solo in Italia, e se guardiamo alla Germania notiamo subito che Monaco di Baviera non è più il centro finanziario che è sempre stato.

Il Bayerische Hypo-und Vereinsbank Aktiengesellschaft (meglio noto come HypoVereinsbank o HVB) è una banca tedesca con sede a Monaco di Baviera facente parte del gruppo Unicredit, la seconda istituzione finanziaria privata tedesca e anche la seconda retail bank in Germania. Unicredit l’acquistò il 24 novembre 2005, salvandola dal fallimento.  L’OPA (Offerta pubblica di acquisto), prevedeva un’offerta di cinque nuove azioni Unicredito per ogni azione della HypoVereinsbank ed è stata accettata da azionisti rappresentanti il 93,93% del totale dell’azionariato HVB. Dicevamo, se l’incertezza delle Fondazioni è evidente, anche i tedeschi che in questa fase appaiono vincitori, mascherano da forza la loro debolezza. E’ curioso che dopo aver inanellato una serie catastrofica di clamorosi insuccessi, i bavaresi oggi reclamino posizioni di comando in Unicredit.

Seconda domanda: La Lega non protesta perché le fondazioni hanno sborsato quattrini per aiutare i tedeschi, ma se la prende con i libici che portano quattrini. Certo, il dittatore beduino Gheddafi, recentemente ricevuto in pompa magna a Roma, è impresentabile a Verona. Ma siamo sicuri che il sindaco Tosi troverà una tavola imbandita a Monaco di Baviera? 

Sicuramente Alessandro Profumo ha usato i libici per salvare la propria poltrona. Il banchiere tedesco Dieter Rample, come l’ex ad Alessandro Profumo, risultava informato degli acquisti realizzati attraverso i broker di Unicredit. Risultato che Alessandro Profumo è uscito, i libici restano contenti più che mai del loro investimento e ben coperti dalla politica italiana che non vuole (non può) rinunciare a loro. Adesso tocca a Dieter Rampl fare da arbitro e ago nel bilancino del potere. E, come da copione, per non far crollare il titolo in borsa e calmare la bufera annuncerà (seraficamente) che il Gruppo da lui coraggiosamente traghettato “continuerà” nel progetto iniziato dal suo predecessore: la banca unicaFino a quando? Lui non ha soldi, le Fondazioni neppure e ne riceveranno sempre meno sottoforma di dividendi.

 

Le banche italiane hanno bisogno di rafforzarsi e dovranno aprire il capitale a nuovi soci. E, per quanto sistemica, per quanto troppo grande per fallire: comanda chi paga. Tra i pochi che hanno i danè ci sono le Assicurazioni Generali (di Cesare Geronzi) e adesso torna in ballo l’ipotesi di una loro fusione con Mediobanca per creare una potente concentrazione finanziaria che potrebbe controllare anche l’ammiraglia dell’informazione, il Corriere della Sera. Con Cesare Geronzi a Mediobanca e prima di Cesare Geronzi, ci ha provato inutilmente Enrico Cuccia in più occasioni. Ma in un’economia integrata e internazionale, riuscire a trasformare le Assicurazioni Generali in una cassaforte del potere politico italiano, significherebbe renderla irrilevante sulla scena mondiale. Prospettiva alla quale voleva ritornare Alessandro Profumo. Di qui la sua defenestrazione. Se ne parla da tempo, troppo tempo. Semmai va fermata la scalata di Bossi alla guida del BelPaese.

da S.D, Milano

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7 commenti

  1. […] poveri in canna e di sottoproletari, restano escluse in partenza da quelli che sono assolutamente giochi di potere tra consorterie che si contendono la torta. Tenendo presenti tali considerazioni, non è sbagliato parlare di […]

  2. […] Alessandro Profumo, ex amministratore delegato di Unicredit. Il banchiere che già percepiva uno stipendio di 4 milioni di euro l’anno, dopo aver firmato la risoluzione consensuale con l’istituto di credito, riceverà una buonuscita di circa 40 milioni di euro. […]

  3. […] offendere i più raffinati), debito pubblico da default, corruzione, usura, truffe, speculazioni, affarismi e sprechi diffusi, il Palazzo degli onorevoli privilegiati raggranella euro su euro e continua, […]

  4. […] Lega, priva com’è di qualsiasi “collante ideologico”, non può che rappresentare gruppi sociali che badano esclusivamente al proprio “particulare“, senza avere alcuna autentica idea di comunità politica e di […]

  5. […] Per cui, se i libici decidessero di vendere le quote possedute, alcuni equilibri nella casta di potere Unicredit verrebbero meno e l’oligarchia finanziaria italiana rappresentata dalla triade incestuosa […]

  6. […] Ma anche il costruttore ed editore Caltagirone (vicino a Casini), per non dire di Palenzona (Unicredit, centrosinistra) hanno dato il via libera al […]

  7. […] Palmerini cita un precedente, quello relativo all’uscita di Alessandro Profumo da Unicredit: “si ricorda il ruolo determinante giocato dai vertici del Carroccio e dal sindaco […]


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