LA GUERRA SENZA FINE E GLI IDIOTI BIPARTISAN

Il 31 agosto scorso, Barack Obama, premio Nobel 2009 per la pace orwelliana «per i suoi straordinari sforzi nel rafforzare la diplomazia internazionale e la cooperazione tra i popoli», in un discorso alla nazione aveva così annunciato: «So tonight, I am announcing that the American combat mission in Iraq has ended. Operation Iraqi Freedom is over, and the Iraqi people now have lead responsibility for the security of their country», riferendosi al programma di ritiro dall’Iraq – dopo 2.716 giorni dall’invasione “democratica” delle truppe dello Zio Sam, oltre 4.000 soldati morti e decine di migliaia rimasti feriti -, si sarebbe completato entro la fine del 2011. Fiumi di inchiostro sono stati versati nei giorni seguenti dai tanti idioti in circolazione, omettendo di scrivere che: in Iraq, gli Stati Uniti negozieranno con le autorità fantoccio locali contratti di equipaggiamento militare americano  per 13 miliardi di dollari (140 carri armati M-1, materiale hardware, navi da guerra e 18 aerei da combattimento F-16 Falcon); in Afghanistan, gli Stati Uniti pagheranno 6 miliardi di dollari all’anno fino al 2015 per finanziare l’esercito afghano e le forze di polizia, impiegando la modica cifra di 2 miliardi dollari a settimana per continuare a finanziare una guerra d’occupazione senza fine!

Per chi se lo fosse perso, il solenne e commovente discorso alla Nazione di Barack Obama (quasi, quasi scappa una lacrima anche a noi…):

[Video Youtube da UpTakeVideo]

In particolare, gli articoli pubblicati su variegati quotidiani nel BelPaese dei pennivendoli genuflessi in servizio permanente, hanno fatto credere all’opinione pubblica italiota che l’inquilino della Casa Bianca meriterebbe, a torto o ragione, un secondo Nobel per la pace. Obama è il secondo presidente Usa ad annunciare la fine della guerra in Iraq: George W. Bush lo fece il 2 maggio 2003, dalla portaerei Lincoln all’ancora nel Golfo Persico. Durante il suo discorso, Obama non ha parlato di vittoria militare ed ha definito l’operazione militare conclusa. Altro che la fine della guerra in Iraq: «Oggi annuncio che la missione di combattimento in Iraq è terminata. L’operazione Iraqi freedom è conclusa, e gli iracheni sono ormai responsabili della sicurezza del loro paese», ha dichiarato.

L’avevamo già scritto, ma tanto vale tornare sull’argomento. Il peso del messaggio è evidente: Obama aveva promesso agli elettori in campagna elettorale che avrebbe chiuso il capitolo della guerra di Bush e ora può dire di avere mantenuto la parola data. Almeno sino al primo martedì di novembre, giorno del “voto di mezzo termine”, inventandosi qualcosa per risalire il dirupo dell’impopolarità in cui è progressivamente caduto.

La superiorità militare degli Stati Uniti, forse rimarrà tale ancora a lungo, ma gli altri pilastri del primato si sono fortemente indeboliti (Unione Sovietica docet). Premesso che tutte le invasioni militari restano comunque in campo: Iraq, Afghanistan, Pakistan, Somalia, Filippine, Thailandia del Sud, Georgia, Colombia, Niger, Mali, Tunisia, Yemen, così come la promessa disattesa della chiusura della prigione di Guantanamo (che il presidente democratico non solo non ha chiuso ma, anzi, lo utilizza per tenere rinchiusi illimitatamente e senza processo una cinquantina di “sospetti”), c’è chi continua ad azzardare che Barack Obama sia una speranza per il fututo.

Il potente sogno americano è stato tale perchè la forza militare si è accompagnata a una altrettanto grande forza economica: questo magico potere, si sta esaurendo anche per effetto di “errori strategici” che hanno procurato agli Stati Uniti una crescente ostilità da parte di milioni di cittadini nel mondo. Obama sta peggiorando la situazione economica creando inoltre un contesto regolatorio incerto. L’economia è ferma, la disoccupazione elevata, il deficit e il debito ai massimi storici, la fiducia pubblica nel Congresso ai minimi e la maggior parte degli americani ritiene che Obama abbia messo il paese sulla strada sbagliata. Obama sta fallendo miseramente ed è tempo per tutti, idioti bipartisan inclusi, di ammetterlo così da poter andare avanti. 

In Iraq l’annuncio di una exit strategy rimane astratta. In Afghanistan la guerra che Obama considera centrale nella lotta al terrorismo va male. Le perdite delle forze Nato salgono: 2.068 uomini e donne in servizio dal 2001, sono stati uccisi in Afghanistan. Circa il 60% di queste morti sono americani. I «fronti interni» dei Paesi impegnati in prima linea mostrano qualche crepa, il fantoccio Karzai crea più problemi di quanti ne risolva. Corruzione inclusa. Recentemente la polizia afghana ha dovuto allontanare, anche con la forza, alcuni correntisti e depositanti della Kabul Bank, allertati per ritirare contante dalle notizie di corruzione che hanno investito l’istituto finanziario afghano. È dovuto intervenire il dipartimento del Tesoro americano per fugare le paure dei contribuenti. Preoccupazioni che, cosa non inusuale ormai, arrivano dal sistema bancario. La novità però, è che il timore di nuovi esborsi per le casse pubbliche degli Stati Uniti non è legato alle condizioni di un istituto di credito americano, bensì a quelle della Kabul Bank, la principale banca dell’Afghanistan.

La Casa Bianca ha dovuto infatti smentire dettagliate indiscrezioni pubblicate dal Washington Post, secondo le quali il governo degli Usa si sarebbe reso disponibile a salvare il gruppo al fine di scongiurarne il fallimento. La richiesta di aiuto sarebbe arrivata direttamente dal presidente Hamid Karzai, preoccupato di possibili reazioni da parte della popolazione in caso di crack: la Kabul Bank è infatti il soggetto che eroga gli stipendi ai militari, alle forze dell’ordine e al corpo docente afghani. Numerosi clienti dell’istituto di credito si sono radunati di fronte alle filiali. Il vicesegretario statunitense al Tesoro, Neal Wolin, ha spiegato in un comunicato che verrà fornita unicamente «Assistenza tecnica: i contribuenti americani non dovranno far fronte ad alcun sostegno». Da parte sua, il ministero afghano delle Finanze ha spiegato che il governo di Karzai garantirà autonomamente l’aiuto necessario. Secondo il Washington Post, tuttavia, un eventuale default potrebbe provocare una vera e propria destabilizzazione del sistema finanziario. E ad aggravare la situazione, infine, ci sono le accuse di corruzione che sono piovute addosso agli alti dirigenti della Kabul Bank.

La guerra dello zio Sam però non conosce crisi. Lo sanno bene gli americani dove la recente “piccola ripresa economica” tanto sbandierata dai media (compresi gli idioti italioti in circolazione) è guidata dal settore militare (+15% nel 2009) grazie alla domanda di armamenti del Pentagono, mentre tutti gli altri settori industriali e civili sono crollati. Oltre al commercio delle armi che non conosce crisi, gli Usa per le spese militari non badano a spese, anzi, per loro sono una forma di spesa pubblica per il rilancio dell’economia e rappresentano una delle forme attraverso cui lo Stato finanzia l’economia stessa. Le cifre, del resto, parlano da sole: negli ultimi 10 anni, le retribuzione dei militari Usa, sono cresciute del 42% mentre quelle del settore privato solo del 32%. Mentre il Pentagono cerca di contenere i costi del personale militare, che ha raggiunto limiti insostenibili, l’opposizione di potenti gruppi di lobbies è sempre presente e incisiva. Scrive, sempre il  Washington Post, che dall’inizio dell’operazione Enduring Freedom, l’amministrazione repubblicana di George Bush e poi quella democratica di Barack Obama hanno previsto aumenti negli stipendi, nei premi e nei benefits riservati ai militari, grazie al voto del Congresso. Per il 2010 la Casa Bianca aveva chiesto un aumento del 2.9% delle retribuzioni militari, poi corretto al 3,4% dal Congresso che per il prossimo anno punta ad approvare un ulteriore incremento dell’1,9% contro l’1,4 chiesto dal Pentagono. Più delle paghe sono aumentati i benefit che, insieme alle retribuzioni, incidono per il 25% del bilancio del Pentagono, 544 miliardi di dollari senza contare i fondi per sostenere le operazioni belliche in Iraq e Afghanistan. La paga base di un soldato (calcolabile per grado) in servizio da 6 anni è salita a 3.204 dollari al mese, per un sottufficiale e un capitano con la stessa anzianità rispettivamente a 4.500 e 5.511 ma queste cifre possono raddoppiare grazie alle diverse indennità e incentivi.

In un mondo che registra una recessione economica pesante nei Paesi ricchi e drammatica in quelli più poveri, quello delle armi è un segmento di mercato che non conosce crisi e che anzi si conferma in costante espansione. Secondo quanto riportato dall’Associated Press, a seguito dell’annuncio di Barack Obama secondo cui la data presunta del ritiro delle truppe americane comincerà dal luglio 2011, gli Stati Uniti pagheranno 6 miliardi di dollari all’anno fino al 2015 per finanziare l’esercito afghano e le forze di polizia. Ecco dimostrato come la conclusione «It’s over» della guerra in Iraq consentirà agli Stati Uniti di investire altrove il denaro finora speso nel conflitto. Più gli Stati Uniti prendono a prestito denaro dal resto del mondo, più il resto del mondo diventa potente nei confronti degli Stati Uniti. In ultimo, la presenza di oltre 100.000 soldati in Afghanistan, ancora più in passato in Iraq e basi militari seminate in tutto il mondo hanno contribuito a produrre un deficit nel bilancio federale che è durato fino ad ora solo perche la Cina è divenuta il grande acquirente del debito pubblico americano.

Secondo un recente sondaggio del Wall Street Journal, 7 americani su 10 non credono che la guerra in Afghanistan finirà con successo degli Stati Uniti. 

Barack Obama prometteva un cambiamento che otto anni di Bush avevano reso indispensabile, faceva storia con il colore della sua pelle, lanciava in ogni angolo del mondo un messaggio di speranza. Obama, il 31 agosto scorso, ringraziando le truppe americane dallo studio della Camera Ovale di Washington, ha dichiarato ufficialmente conclusa la missione in Iraq, aggiungendo però di non cantare vittoria perché resta da fare ancora molto, che l’Iraq ora ha l’opportunità di creare un futuro migliore per sé stesso e che come risultato, gli Stati Uniti saranno più sicuri. Alla modica cifra di 2 miliardi di dollari alla settimana, che è 100 miliardi di dollari all’anno. Yes we can, parola di Obamatar…

Annunci

1 commento

  1. […] rivista The New Yorker che tratta degli imbrogli che hanno portato sull’orlo del collasso la Kabul Bank, una delle istituzioni finanziarie più importanti. Mentre finanziavano Hamid Karzai e i suoi […]


Comments RSS TrackBack Identifier URI

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...

  • RSS QUOTIDIANO RINASCITA

    • Si è verificato un errore; probabilmente il feed non è attivo. Riprovare più tardi.