CIAK SI (RI)GIRA

«Ho distrutto gli Accordi di Oslo, facendo credere all’Amministrazione Clinton di aver fermato nuovi insediamenti e di lavorare per il processo di pace. In realtà facevo l’opposto e firmavo leggi per aiutare l’espansione territoriale ebraica». Così parlò il premier d’Israele, Benjamin Netanyahu. A incastrarlo un video, trasmesso da Canale 10 un mese fa, che riprende l’attuale premier (e primo ministro anche nel 1996) mentre visita una famiglia di coloni. «Questo video avrebbe dovuto essere proibito ai minori. Questo video avrebbe dovuto essere visto in tutte le case di Israele e poi mandato a Washington e a Ramallah. Proibito ai bambini, per non corromperli e distribuito in tutto il Paese e nel mondo perché ognuno sapesse chi è alla testa del governo di Israele», ha commentato Gideon Levy, grande firma del quotidiano israeliano Ha’aretz. Immagini che fanno pensare, visto che dal 2 settembre 2010, sono iniziati i colloqui diretti – sotto l’egida degli Stati Uniti d’America – tra l’Autorità Nazionale Palestinese guidata da Mahmoud Abbas e il governo israeliano del premier Benjamin Netanyahu.

Per una vita, dagli israeliani e non solo, i palestinesi sono stati ritenuti partner poco affidabili. Del vecchio Arafat si diceva che studiasse un discorso prima nella versione in inglese, piena di buone intenzioni care agli occidentali, poi in arabo, piena di parole di fuoco a uso dell’opinione pubblica interna. Sarà stato anche vero, ma è tempo di chiedersi quanto peso bisogna dare anche alle parole dei leader israeliani. Se un conflitto, senza tregua, si trascina dal 1948 è difficile che la colpa sia di una parte sola. Questo il peso che aleggia sul confronto che da oggi mette allo stesso tavolo, per l’ennesima volta, i leader del conflitto israelo-palestinese.

Come spesso è accaduto in passato, ultimo esempio il vertice di Annapolis a novembre 2007, i colloqui sono più utili alla stampa che alle popolazioni interessate. In primo luogo a causa della fragilità degli interlocutori. G.W.Bush, presidente Usa in grande difficoltà, perso nel pantano iracheno, tentò un colpo ad effetto ma il vertice tra Abbas e Ehud Olmert, premier israeliano nel 2007, si rivelò un nulla di fatto. Obama, oggi, non pare in una posizione molto differente dal suo predecessore. Il suo pantano di chiama Afghanistan e la crisi economica che attanaglia gli Usa. Incombono – novembre 2010 – le elezioni di medio termine e come spesso accade le amministrazioni Usa s’impegnano nel conflitto israelo-palestinese quando ne hanno bisogno.

Se è debole il mediatore, figuriamoci i contendenti. Ancora una volta è stata esclusa Hamas, in sprezzo di qualsiasi logica. Viene lasciata fuori una parte politica determinante della società palestinese. Ma non solo, visto che Abbas è stato umiliato dal Segretario di Stato Usa Hillary Clinton che lo fa sedere al tavolo delle trattative senza precondizioni. Questo significa che la potenza occupante non dovrà impegnarsi a ripristinare nessuna delle richieste del diritto internazionale.

Questo ha alienato ad Abbas anche il sostegno di molti del suo stesso partito, al-Fatah, come Marwan Barghouti, leader in carcere ma molto ascoltato. Rifiuto che arriva anche dai settori della società civile palestinese, come il dottor Mustafà Barghouti, e dagli ambienti progressisti e laici del Fronte Popolare per la Liberazione della Palestina. Un uomo solo, Abbas, che detiene una presidenza ben oltre la scadenza del suo mandato elettorale. Chi rappresenta Abbas, se non se stesso? Dopo il video, poi, chi crederà alle promesse di Netanyahu? Il conflitto arabo-israeliano è un rebus sempre più intricato, che soffoca la popolazione civile palestinese.

Israele-Palestina: ricominciamo
da Christian Elia, PEACE REPORTER

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1 commento

  1. […] Di conseguenza, logica impone che tutti gli sforzi si concentrino sugli amici in Medio Oriente, con improbabili progetti di pace che rappresentano una riproposizione di tutto il fritto misto degli anni passati. Le principali […]


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