FIAT, SE IL POSTINO BUSSA TRE VOLTE

Il telegramma con cui la Fiat ha invitato i tre operai dello stabilimento di Melfi (Potenza) licenziati nel luglio scorso e reintegrati giorni fa dal giudice del lavoro a non presentarsi in fabbrica, questo lunedì, ha il suono dello squillo di tromba che precede la battaglia: «I tre operai dello stabilimento di Melfi reintegrati dal giudice del lavoro dopo il licenziamento, restino a casa lunedì». La multinazionale Fiat, azienda leader nel settore delle privatizzazioni degli utili e socializzazioni delle perdite, foraggiata dallo Stato italiano per produrre (a basso costo) all’estero, con un telegramma agli interessati ha sottolineato che «Non intende avvalersi delle loro prestazioni», invitandoli perciò a non presentarsi in fabbrica alla riapertura, oggi. L’azienda nei confronti dei tre operai (due dei quali delegati Fiom) rispetterà gli obblighi contrattuali fino a quando sarà discusso il ricorso Fiat contro il reintegro.

Gli effetti devastanti delle nuove relazioni industriali volute dai vertici della multinazionale Fiat si fanno già sentire e le condizioni dei lavoratori, tanto care (si fa per dire) all’ad Sergio Marchionne, interessano relativamente poco. L’obiettivo dichiarato è la crescita della competitività da realizzarsi con un aumento dello sfruttamento e la riduzione del costo del lavoro, oltre che e la cancellazione del conflitto sindacale. Il postino ha bussato alle porte di casa dei tre operai (due dei quali delegati Fiom), consegnando loro le missive secondo cui la multinazionale Fiat: «Non intende avvalersi delle loro prestazioni professionali ma rispetterà gli obblighi contrattuali nei loro confronti (cioè saranno pagati) fino al giudizio del 6 ottobre».

Il segretario lucano della Fiom, Emanuele De Nicola, ha dichiarato: «Fiat sta reiterando il suo comportamento antisindacale e, non rispettando la decisione del giudice, commette un reato penale». Dura la replica del segretario generale, Maurizio Landini: «Lunedì i tre operai devono rientrare in fabbrica, siamo pronti ad agire sotto tutti i punti di vista legali, anche a chiedere l’intervento delle autorità competenti e delle forze dell’ordine».

La vicenda è cominciata nel luglio scorso: durante il turno di notte, i tre operai parteciparono ad un corteo interno, promosso dalla Fiom contro i carichi di lavoro. Sostenendo che la protesta abbia provocato il blocco di un carrello robotizzato che riforniva di materiale operai che invece lavoravano, la Fiat avviò un provvedimento disciplinare per poi licenziare i tre operai. Davanti al giudice del lavoro di Melfi, come scrive lo stesso magistrato nella motivazione al reintegro (clicca e leggi la Sentenza di Reintegro del Tribunale di Melfi): «La tesi sostenuta da Fiat appare parzialmente diversa rispetto a quella ostentata nel corso del procedimento disciplinare». In sostanza, il carrello era già fermo all’arrivo degli operai scioperanti. Inoltre, il giudice rilevò il carattere antisindacale dei licenziamenti stessi, dichiarandoli quindi illegittimi e ordinando il reintegro dei tre operai. Tutto a posto, quindi? Neanche per sogno. Il 18 agosto i lavoratori hanno avuto notizia che dovevano tornare al lavoro il 23 agosto, ma venerdì scorso la Fiat ha depositato il ricorso contro il reintegro.

In Italia, si sa, il far west dell’imprenditoria è una realtà da parecchio tempo. La situazione del gruppo Fiat è però oggi diversa: la compagnia è stata abilmente risanata. Resta il drammatico vizio di scaricare su altri scelte di comodo, visto che gli interessi Fiat si stanno spostando verso gli Stati Uniti. È stato calcolato che soltanto nell’ultimo decennio del secolo scorso, lo Stato italiano, quindi il contribuente, ha elargito alla Fiat qualcosa come 10mila miliardi di vecchie lire, cioè 5mila milioni di euro, sotto varie forme: esenzioni decennali sulle imposte sul reddito, ammortizzatori sociali, preponsionamenti, contributi in conto capitale e in conto interessi per gli investimenti al Sud, legge 448 sul Mezzogiorno, che dal 1996 al 2000 ha reso alla Fiat 328 milioni di vecchie lire, e incentivi alla rottamazione. Uno “tsunami” di denaro alimentato con i soldi di chi paga le tasse. La Fiat ha dunque un enorme debito morale con l’Italia, grande almeno quanto i finanziamenti diretti e indiretti che ha ricevuto dai cittadini italiani nel corso degli anni.

Se per Marchionne, nella globalizzazione dei mercati non c’è alternativa, il mercato per la multinazionale Fiat, che non perde occasione per sbandierare il “made in Italy”, oggi è soltanto un terzo dei veicoli prodotti dal gruppo torinese in Italia. Buonanotte, Italia!

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4 commenti

  1. […] dal giudice del Lavoro che ha annullato il loro licenziamento avvenuto qualche settimana fa, erano stati invitati dall’azienda a rimanere a casa, ma contrariamente a quanto suggerito, i tre sono oggi rientrati nello stabilimento di Melfi, […]

  2. […] operai della Fiat dello stabilimento di Melfi (Potenza), reintegrati dal giudice del lavoro dopo il licenziamento: «Cari Barozzino, Lamorte e Pignatelli, ho letto con attenzione la lettera che avete voluto […]

  3. […] sul venir meno dei diritti in virtù della sfida globalizzata, in merito alla vicenda del licenziamento dei tre lavoratori della Fiat, debbono far riflettere tutti sul dove si sta andando. E se non bastasse occorre ricordarsi anche […]

  4. […] e non ci rimettevano mai. Spesso la cassa integrazione diventava un sistema di punizione per i refrattari. Grazie alle scappatoie offerte dalle varie leggi sulla cassa integrazione le eventuali rotazioni […]


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