UN UTILE CON IL TRUCCO PER GENERAL MOTORS

Grazie ai miliardi di dollari ricevuti da Barack Obama, anche la General Motors è stata messa in grado di tamponare le perdite dovute alla crisi, riorganizzarsi e ripartire. Così, dopo gli 865 milioni di utili registrati nel primo trimestre del 2010, anche il secondo trimestre ha registrato un attivo di 1,3 miliardi. Si tratta del maggior utile netto dal 2004 che è dovuto però ad un rinnovo fisiologico del parco macchine a cui i cittadini Usa avevano rinunciato a causa della crisi del 2008-2009. GM è attualmente il primo gruppo automobilistico negli Usa e nell’ultimo biennio ha conteso il primo posto nelle vendite sul mercato mondiale alla giapponese Toyota. La sua devastante crisi era stata vissuta dai cittadini e dalla stessa politica come una tragedia nazionale.

Era insomma una questione anche di orgoglio patriottico che si sommava alle ricadute in campo sociale ed occupazionale per gli operai delle fabbriche, preoccupati che potesse essere messo in crisi il tradizionale modello Usa dell’auto, che a causa delle grandi distanze riveste una funzione molto maggiore che in Italia. Il vice presidente e direttore finanziario, Chris Liddell, ha ricordato con compiacimento che nel 2009 la GM perdeva 12,9 miliardi. Perciò, ha sottolineato, si tratta di una bella inversione di tendenza. La prima conseguenza del nuovo corso sarà la possibilità per GM di tornare ad essere quotata a Wall Street e di restituire una parte del prestito al Dipartimento del Tesoro, per vedere così progressivamente calare la partecipazione azionaria del governo federale.

Il fatturato è salito infatti da 31,5 miliardi a 33,2 miliardi, grazie ai risultati positivi in Nord America e alle vendite di auto che nel mondo hanno toccato complessivamente i 2,153 milioni. Non per niente il gruppo ha chiuso il trimestre con liquidità e attività commerciabili a 32,5 miliardi. Brindano anche gli azionisti visto che l’utile presunto per azione si è attestato a 2,55 dollari. Se qualche osservatore prendesse questi risultati della GM come il segnale che l’economia Usa ha imboccato la via della ripresa, farebbe però un grave errore di valutazione.

E’ stata infatti la stessa Federal Reserve ad avvertire due giorni fa che l’economia nazionale stenta a riprendersi, che le banche fanno difficoltà a concedere credito alle imprese e ai cittadini. Un elemento che impedisce nuovi investimenti e che blocca anche il tradizionale meccanismo delle vendite a rate che da decenni sostiene la struttura economica Usa. Al di là delle certezze e delle speranze che la Casa Bianca cerca di diffondere tra i cittadini, questi nutrono la precisa sensazione che è un datato modello di sviluppo ad essere stato messo in crisi. Con un debito pubblico stratosferico e con un altrettanto enorme deficit commerciale, gli Stati Uniti si reggono soltanto su una domanda interna che deve essere continuamente alimentata per non collassare su se stessa. Ed anche l’abusato sistema di scaricare sugli altri Paesi le proprie debolezze è divenuto insostenibile.

Il dollaro è ormai considerato ovunque carta straccia ed il fatto che resista come moneta di riferimento degli scambi commerciali è in realtà l’eredità di un’epoca in cui New York era il centro dell’economia mondiale e gli Usa dettavano al mondo le linee di politica economica. Oggi quei tempi sono finiti e la leadership Usa dipende più che altro dalla sua supremazia tecnologica in campo militare, anche se il suo apparato bellico manca di un elemento essenziale, quello umano. Da qui la ricerca e il reclutamento, anche all’estero, di mercenari. Una svolta che, come la Storia insegna, rappresenta però l’inizio della fine. Il mondo aspetta così un nuovo Paese guida che in una decina di anni potrebbe diventare la Cina. In questa fase di decadenza inarrestabile, con milioni di cittadini sempre più poveri, senza lavoro, senza casa e senza più risparmi divorati dagli speculatori, pure la ripresa della General Motors sembra in realtà il classico canto del cigno. La metafora di un Paese sull’orlo del collasso ma che va avanti per forza di inerzia.

da Filippo Ghira, RINASCITA

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