SE LA STORIA NON E’ AGIOGRAFIA…

Io sono antifascista ma per me essere antifascista non significa considerare il fascismo (ammesso che questo si sia mai compiuto) un male assoluto (come spesso è il comunismo per i fascisti). Nient’affatto e ci tengo a dirlo. Sono antifascista in quanto non condivido, nelle sue linee essenziali, ciò che ancora viene proposto come fascismo, anche se in versioni diverse e talora contrastanti. Più precisamente sono antifascista (come socialista-comunista o anarco-comunista) nella misura in cui il fascismo si oppone al socialismo scientifico ovvero all’evoluzione dello Stato verso una rivoluzione economica e giuridica secondo scienza e coscienza. Questo significa che io, almeno intenzionalmente, valuto con oggettività ed empatia l’avventura di Mussolini e non ho alcuna difficoltà ad accettare ciò che di buono c’è all’interno di quell’avventura.

In fondo, la stessa cosa faccio con qualsiasi altro fenomeno storico, per esempio con la mitica avventura di Ulisse o con l’espansionismo islamico e con lo stesso movimento marxista, a cui mi sento molto vicino. Io non sono uno storico ma penso che l’approccio della ricerca storica cominci dall’essere possibilista, come dire aperto a tutte le eventuali verità e al rispetto delle stesse. Non ci sarà spirito storicistico in un’arringa forense, il cui fine non è la verità ma la sconfitta dell’avversario. Non si cercherà lo spirito storicistico nelle parole di chi deve esaltare le virtù di un santo, di cui è devoto. A dire la verità, pur con animo del tutto amichevole, mi pare che si parli anche fin troppo della triste fine di Mussolini, ma come se si trattasse di un santo, non di un uomo come ciascuno di noi, con possibili eroicità e debolezze, con voli pindarici e cadute catastrofiche di un uomo qualsiasi con tutto ciò che è umano. Su Rinascita leggo spesso di Mussolini, non solo come di uno statista, che aveva sempre ragione – come lo stesso pretendeva (vedi il suo slogan “Mussolini ha sempre ragione”, stampato a caratteri giganteschi su pareti di edifici in tutta Italia) – e che ci riporta alla pretesa d’infallibilità papale, ma anche di un uomo, che non poteva conoscere il sentimento della paura, che è forse quanto di più umano si possa immaginare dell’animale-uomo.

Perciò, spesso si fa dell’agiografia e nient’affatto della storia. L’errore rivelatore, che si ripete, è il chiamare duce il soggetto, che nel contesto è soltanto un uomo. E’ lo stesso errore, che commette il giornalista cattolico, quando, parlando del papa, dice “santo padre”. Come uomo può avere tutta la mia comprensione (empatia), come duce cozza con il mio antifascismo perché l’autoproclamazione di condottiero è una delle enormità che la giustificano. Ho sotto gli occhi la lunghissima memoria difensiva o apologetica dell’amico Maurizio Barozzi, dedicato all’ultima ora per l’appunto del duce, apparsa nel n.ro 147 di Rinascita. L’Autore di quest’intervento – come quello di altri – non solo non si rende conto di non fare un buon servizio all’informazione, oscurando con il duce, oggetto di fede e di culto (“credere, obbedire, combattere”) l’uomo Mussolini, ma scopre tutte le carte cliniche per chi ha un minimo di cognizione di psicologia, di neurologia e di psichiatria. Anzitutto bisogna premettere che è umano avere paura; che un Mussolini, che abbia paura in circostanze drammatiche, non toglie nulla al valore dell’uomo. Sono i fedeli che lo vogliono per forza diverso dai comuni mortali, come una specie di semidio, come diversi sono appunto i santi, e con ciò solo nuocciono all’immagine del personaggio, producendo il contrario del loro proposito.

Io ben ricordo l’immagine di un Mussolini emaciato, smagrito, sofferente, quasi irriconoscibile, il viso di uno in cui è possibile scoprire noi stessi. Quell’uomo, prescindendo da ogni considerazione, mi fa ancora pietà. Quando si dice che il duce non ha paura della morte, ché anzi la cerca, si dice il contrario di ciò che si crede di dire. Perché al posto del duce – condottiero invitto – c’è un uomo, che ha elaborato la paura fino a farcene una malattia, un uomo che – come scrive Barozzi – ha fatto impazzire il medico curante essendo “ai limiti del tracollo fisico e in preda a dolori quali esiti di un’ulcera nervosa”. Ci troviamo di fronte ad un fenomeno di somatizzazione dello stress (che può essere anche o solo la paura). Ma non è tutto. Il comportamento di chi non cerca riparo nemmeno dai bombardamenti e che anzi aspetta la “bomba liberatrice”, può essere quello di un soggetto votato al “suicidio passivo”: la somatizzazione può essere solo l’aspetto organico-funzionale di un processo iniziale di autodistruzione. Può trattarsi della sindrome di chi non ha il coraggio di togliersi la vita, di chi si aspetta che sia una circostanza oggettiva a mettere fine ad un’esistenza ormai sentita come inutile e/o insopportabile. Mentre l’autore-fedele conclude con una “convincente supposizione” – che rimane tuttavia una supposizione – direi agiografica – io non ho elementi sufficienti per affermare che l’uomo Mussolini si volesse davvero suicidare, sia pure per un’autocompulsione subliminale, ma posso affermare con certezza che lo stesso soffriva come un uomo qualsiasi ed naturale che fosse così e non diversamente.

E’ su questa realtà oggettiva, che io ho formulato la mia ipotesi di tentato suicidio passivo. E’ opportuno spendere due parole sul contesto, dentro cui si colloca l’uomo in questione. Noto che, mentre si cerca di santificare il protagonista, si tende, nel contempo, a demonizzare “gli altri”, i partigiani necessariamente cattivi quando non soltanto dei criminali. Io non ho mai difeso i partigiani solo in quanto tali. Io penso che anche qui occorra uno spirito storicistico e dell’empatia. Bisogna tenere conto che in Italia c’era la guerra civile e che questa è il peggio, che possa sconvolgere una comunità anche a livello di – il che è tutto dire – fratelli, a causa di meccanismi psicodinamici, che sfuggono alla comprensione diretta dell’osservatore profano e che spesso richiamano comportamenti ancestrali e della giungla.

Io ho sempre disapprovato l’uccisione di Mussolini, prigioniero e soggetto indifeso, e, a maggior ragione, della Petacci, indipendentemente dalla modalità ma, nello stesso tempo, devo annotare che il caso Mussolini non è l’unico, che ripete il costume generale del far fuori gli avversari vinti, che hanno torto per definizione e che sono ovviamente gli elementi più deboli. Matteotti venne eliminato nel momento in cui costituiva il maggiore pericolo per il regime nascente. Mussolini costrinse i suoi avversari a riparare all’estero per evitare quanto meno una vita da “assediati” (dalla polizia), come capitò a Bordiga, fondatore del Partito Comunista, a cui, mentre lo deportavano al confino, degli squadristi neri devastarono una delle cose più sacre dell’esistenza di un soggetto, che è il proprio domicilio, corrispettivo dell’habitat per un animale stanziale. Quando Lenin compì la rivoluzione antizarista, sterminò tutta una famiglia di prigionieri inermi: ragione di Stato ovvero di potere. Ceausescu e la moglie vennero uccisi a sangue freddo dagli anticomunisti. I deputati comunisti resistenti sono caduti sotto le cannonate del traditore Eltsin. Milosevic, capo della Serbia, è stato probabilmente eliminato nelle carceri dell’Aja di un sedicente Tribunale Internazionale. Al processo di Verona Mussolini – sempre per ragione di potere – lasciò che anche suo genere venisse passato per le armi.

E’ fuori dubbio che nella guerra civile fra fascisti e partigiani atti di violenza gratuita siano stati commessi dall’una e dall’altra parte. Demonizzare solo una parte è un grave “errore fideistico”, che mal si concilia con la verità storica. Vera ricerca storica cominceranno a fare gli amici di Rinascita quando finiranno di volere far credere di credere effettivamente che “tutta la vita di Mussolini (sia stata) spesa nell’interesse della nazione” (come scrive Maurizio Barozzi).

Il clima, in cui lo stesso è stato eliminato e successivamente esposto in maniera tribale (e imperdonabile) al ludibrio della gente, era quello, già considerato, della guerra civile, conseguenza naturale della politica tutt’altro che infallibile di un ex socialista, che vuol fare ancora del socialismo (chiamandolo corporativismo), che ha trascinato l’Italia in una guerra insensata al sèguito della follia di Hitler e che si è distinto nella pratica di quell’anticomunismo, proprio della plutocrazia, che dice di osteggiare. Sinceramente questo ed altro non depongono a favore della tesi di uno che si sia speso solonell’interesse della nazione”. Con ogni rispetto per i patiti sinceri ed onesti del Ventennio (incidente di percorso di un uomo e di un’epoca).

da Carmelo R. Viola, RINASCITA

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