IL VELO D’IPOCRISIA SULLA QUESTIONE MORALE

Il controcanto di Fini rischia di far saltare i nervi al presidente del Consiglio, sempre più tentato dal voto anticipato. Sul tavolo dello scontro interno alla maggioranza c’è sempre la questione morale che ha portato nel corso di questi mesi alle dimissioni di diversi esponenti vicini al Cavaliere. Prima Scajola, poi è toccato a Brancher e adesso sotto tiro c’è Verdini e Dell’Utri, amico da una vita che ha contribuito non poco ai suoi successi professionali e politici. Diverso è il caso delle dimissioni di Cosentino, il sottosegretario all’Economia accusato di presunta connivenza con la camorra e di dossier contro Caldoro, che non sembra rientrare in questa ristretta cerchia di amici per la pelle. Il presidente della Camera e i pochi ex colonnelli rimasti al suo fianco ripropongono la questione morale come una sorta di patente per essere degni di entrare in Parlamento e di stare nel governo.

Si tratta della solita minestra che da anni ci propina l’ex pm Di Pietro. Non è che la fedina penale pulita sia sinonimo di buona politica. Perché con questa logica basta un avviso di garanzia di qualche procura militante e il gioco è fatto. Se un avviso di garanzia serve per togliere di mezzo l’avversario politico questo rientra nella classica forma di giustizialismo che i dipietristi rivendicano da anni. Perché poi è il processo a stabilire le responsabilità di ognuno che sempre più spesso si rivelano infondate. Non è che quando a cena ci va D’Alema o Fini, alla presenza di magistrati e faccendieri, allora è tutto lecito mentre quando lo fa Dell’Utri e Verdini c’è inevitabilmente il reato. Se si ragiona così non si capisce del perché i finiani stiano con Berlusconi e non con Di Pietro.

Nel ’93 in piena Tangentopoli tifarono, assieme ai leghisti e ai post-comunisti, per il pool di Mani pulite per sbarazzarsi di una classe politica che altrimenti avrebbe continuato a governare, lasciandoli perennemente ai margini. Quindi la questione morale fu presa a pretesto per portare a termine il golpe politico su commissione dei potentati d’oltreoceano. Stranamente la magistratura aprì gli occhi solo in quel frangente nonostante che la pratica del finanziamento illecito e delle tangenti fosse in vigore da anni e anni, sin dal primo dopoguerra, anzi dallo scandalo della banca romana all’epoca del governo Crispi, anzi ancor prima ovvero dalla discesa sul pianeta Terra dell’essere umano.

Quando avvengono certe cose è giustissimo perseguirle e combatterle però questo non deve avvenire in un’unica direzione ma nei confronti di tutti i coinvolti, indifferentemente dal colore politico. E il caso di Tangentopoli è emblematico dei due pesi e due misure. D’altronde non bisogna dimenticare che nel giro delle tangenti ci entrò in punta di piedi anche la Lega, per via della sua giovane età. Nel ’93 il tesoriere del Carroccio, Patelli finì in carcere con l’accusa di aver preso 200 milioni dalla Montedison. E la conferma arrivò proprio dalla confessione dell’allora braccio destro di Bossi. La stessa cosa succedeva nell’ex Pci ma non fu perseguito come invece successe al Psi di Craxi che venne cancellato dalla vita politica.

E la politica non la possono fare i giudici perché altrimenti si favorisce uno schieramento nei confronti dell’altro ma spetta ai cittadini nell’esercizio del proprio voto. In questo modo si mandano a casa i ladri e gli imbroglioni che poi dovranno anche risponderne ai magistrati. Altrimenti se consideriamo la politica una cosa sporca aboliamo il Parlamento oppure delocalizziamolo magari nelle Filippine così quantomeno…ci costa meno.

Ma torniamo al caso dei finiani che stanno facendo terra bruciata attorno al Cavaliere. La richiesta di dimissioni da coordinatore del Pdl di Denis Verdini rientra in questa strategia. Cene e cenette per parlare d’affari o per imporre qualcuno nei vari enti pubblici e privati o per fare pressioni nei confronti di qualche magistrato se ne sono sempre fatte. Quindi non è che la cenetta tra Dell’Utri, Verdini e Lombardi implichi per forza di cose una forma di reato. La politica è fatta di mediazione tra le istituzioni e tutte le altre componenti pubbliche e private. Non è che quando al governo c’è Tizio allora si parla inevitabilmente di comitati d’affari e le procure si svegliano mentre quando c’è Caio allora si parla di buona politica e le procure se ne stanno dormienti. Se invece si pensa che la buona politica la fanno tipi come Di Pietro e De Magistris perché mai la gente non li vota in massa? Forse perché politicamente sono contenitori vuoti capaci solo di sbraitare e di vedere il marcio dappertutto, anche quando non c’è.

da Michele Mendolicchio, RINASCITA

[Video YouTube da AndreaSpedale]

«Qui sto e qui resto. Con Berlusconi non abbiamo il dovere di essere e nemmeno di sembrare amici, ma dobbiamo onorare un impegno politico ed elettorale con gli italiani. Per questo ci tocca il compito, anche in nome di una storia comune non banale, di deporre i pregiudizi».

Gianfranco Fini
Svolta Continua
(Ansa, 28 luglio 2010)

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