FIAT, UNA NEMICA DELL’ITALIA

Sono più di 100 anni che la Fiat vive alle spalle del Paese. Tra forniture militari (tipo quelle per la Prima guerra mondiale che fecero la fortuna economica degli Agnelli) e regalie varie (tipo quella dell’Alfa Romeo a metà degli anni ottanta), con finanziamenti a fondo perduto uniti a quelli agevolati, la Fiat è riuscita sempre a guadagnarci, potendo contare su governi che le avevano creato intorno un mercato interno di tipo monopolistico che prevedeva il contingentamento delle vetture estere. Poi, con l’arrivo all’inizio degli anni novanta del Libero Mercato, quello vero, il fondamento dell’Unione europea, lo stesso che la Fiat aveva invocato per tanto tempo, è stata notte fonda.

Questo perché tutte le case automobilistiche hanno potuto concorrere da pari a pari con la casa del Lingotto per qualità del prodotto offerto. Oggi la Fiat dispone sul mercato interno di un misero 30% rispetto al 60% del 1975. In Europa le cose vanno ancora peggio e la Fiat deve accontentarsi del sesto posto nelle vendite (con una quota del 7,4%) dopo Volkswagen, Ford, Peugeot-Citroen, Renault e General Motors. Lontani i tempi, all’inizio degli anni ottanta, quando Torino contendeva il primo posto alla casa tedesca. La scarsa qualità delle vetture Fiat nella considerazione dei potenziali clienti ha fatto la differenza.

Un retaggio della deteriore gestione di Cesare Romiti, all’insegna della “ingegneria finanziaria” mutuata alla scuola di Mediobanca, che ha portato a penalizzare la componente industriale all’interno della holding Fiat. La liquidazione progressiva di esperti dell’auto come Ghidella e Garuzzo ha finito per togliere all’azienda un patrimonio di conoscenze tecniche indispensabile per poter continuare ad essere protagonista. La gestione Romiti si illuse che gli italiani avrebbero continuato sempre e comunque a comprare Fiat a prescindere dalla loro qualità. Da questo approccio nacquero due autentici bidoni come la famigerata Duna e la Fiat 500 fatta in Polonia, quando lo stabilimento di Tychy aveva appena preso il via.

Oggi la crisi della Fiat è l’effetto di questa gestione sciagurata. La chiusura di Termini Imerese decisa per la fine del 2011 è stata seguita dalla querelle su Pomigliano D’Arco, dove, in cambio dell’accettazione di condizioni di lavoro capestro e schiavistiche da parte degli operai, Marchionne ed Elkann hanno promesso investimenti per 700 milioni e il trasferimento della produzione della Panda dalla Polonia. Ma tutto è ancora legato ad un filo e per dimostrare che alla Fiat non frega niente dell’Italia, l’amministratore delegato con il pullover ha deciso che la produzione della monovolume sarà spostata da Mirafiori (Torino) in uno stabilimento serbo dove il costo del lavoro (500 euro al mese) è cinque volte minore a quello italiano.

La Fiat, è bene ricordarlo, non ha gradito che non siano stati rinnovati gli incentivi alla rottamazione, e di conseguenza il suo disimpegno dalla fabbrica simbolo italiana deve essere intesa come una ritorsione. Possiamo produrre ovunque, dicono Marchionne ed Elkann, e ora che la Fiat Auto si fonderà con la Chrysler in Usa, diminuirà la quota azionaria della Fiat Holding e quella personale degli Agnelli che come numero sono ormai una vera legione e che preferiscono investire i propri soldi in qualcosa di meno impegnativo che le auto. Meglio quindi passare la mano agli americani e “transitare” ad attività ritenute più consone da alcuni dei più noti esponenti della stirpe.

Tutto questo balletto che si compie nell’indifferenza complice del governo, dell’opposizione e dei sindacati collaborazionisti, lascia presagire che la Fiat abbia tutta l’intenzione di chiudere progressivamente baracca e burattini in Italia (ossia Termini Imerese, Pomigliano e Mirafiori), licenziare migliaia di dipendenti e mantenere in produzione soltanto Cassino e Melfi, entrambi realizzati con finanziamenti pubblici. E con questo traguardo in testa, Marchionne è stato scelto dagli Agnelli-Elkann per completare l’opera.

da Andrea Angelini, RINASCITA

Annunci

1 commento

  1. […] A quando, invece, un ddl urgente per tutelare i diritti dei cittadini italiani dai salari da fame paragonati agli onorevoli stipendi di deputati e senatori nel BelPaese delle leggine vergogna?; su sprechi infiniti mentre si tagliano fondi alla scuola, alla sanità, alla ricerca e si finanzia (silenziosamente) con 300 mila euro all’anno un Comitato per l’indagine conoscitiva sull’antisemitismo in rete?; su famiglie in difficoltà economiche contro i lussi erogati a pioggia a manager falliti e cravattari che invece dovrebbero stare a marcire in galera?; agli sfratti esecutivi e al diritto alla proprietà della casa a fronte delle 20 ville del pifferaiomagico Silvio Berlusconi? su precariato, sicurezza sul lavoro, disoccupazione e cassa integrazione a fronte di tutte le promesse (leggasi: prese per il culo) degli industriali italiani che dopo aver succhiato negli anni soldi pubblici allo Stato, portano le nostre fabbriche all’estero? […]


Comments RSS TrackBack Identifier URI

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...

  • RSS QUOTIDIANO RINASCITA

    • Si è verificato un errore; probabilmente il feed non è attivo. Riprovare più tardi.