MALEDETTO ORO NERO

Quanto costa un litro di benzina? È una domanda solo apparentemente semplice. Ci può essere al massimo una differenza con il gasolio, oppure tra una zona e l’altra del paese. A parte questo, il prezzo appare chiaramente sulla maggior parte delle strade. Ma come ci insegna la melma che sta inghiottendo il golfo del Messico, non c’è niente di semplice quando si parla di petrolio. Neanche il prezzo. Anzi, soprattutto il prezzo. Molti definirebbero la fuga di petrolio provocata dalla BP come una tragedia. Se però lo si chiede a un economista, userà una parola diversa: “esternalità”. Un’esternalità si verifica quando l’azione di un soggetto causa delle conseguenze (positive o negative) ad altri soggetti. La marea nera avrà un costo per i pescatori, per l’ecosistema del golfo e per gli operatori turistici della zona. Questo costo, però, non verrà pagato dalle persone che avrebbero utilizzato quel petrolio per le loro automobili. Ricadrà invece sulle spalle dei contribuenti, degli abitanti della costa del golfo che dovranno cercare nuovi posti di lavoro e sull’ecosistema marino.

Tutto questo significa che la benzina che compriamo al distributore costa troppo poco. Il prezzo è più basso rispetto al costo reale del prodotto. Molto più basso, in realtà. A far lievitare il prezzo non sono solo le catastrofi come quella del golfo e i drastici tagli stabiliti dal Medio Oriente. La benzina ha talmente tanti costi occulti che c’è un piccolo settore della ricerca che si dedica esclusivamente a calcolarli. Almeno quelli che si possono calcolare.

I costi occulti

In cima alla lista c’è l’inquinamento dell’aria, che respiriamo a prescindere sia che usiamo l’automobile sia che non la usiamo. Poi ci sono i mutamenti climatici, a cui è difficile dare un prezzo perché servirebbero calcoli esoterici: per esempio, qual è il valore del clima in cui vivranno i nostri nipoti? Poi ci sono il traffico e gli incidenti stradali, che danneggiano chi guida e chi no. E c’è il costo di un’economia dei trasporti basata su una risorsa soggetta a folli oscillazioni di prezzo. Una delle ricerche migliori in questo campo è quella di Ian Parry, di Reources for the future. I suoi calcoli‚ più altri dati presi da altre fonti e da altri studi‚ indicano che sommando tutti i costi, il prezzo di un gallone (3,78 litri) dovrebbe aumentare di circa 1,65 dollari. All’inizio di giugno il prezzo medio di un gallone di benzina era di 2,72 dollari. In realtà avrebbe dovuto essere circa 4,37 dollari. Questa, tuttavia, è quasi certamente una stima al ribasso. C’è una molteplicità di costi a cui semplicemente non sappiamo dare un prezzo.

In che misura la nostra politica militare è dettata dal bisogno di risorse petrolifere sicure? Quanta instabilità scaturisce dal fatto di dover trattare monarchie del petrolio come l’Arabia Saudita con i guanti bianchi? Quanto vale l’ambiente in un paese povero che privilegia gli investimenti petroliferi rispetto alla regolamentazione della qualità dell’aria?

Prendiamo per esempio la falla nel golfo. Qual è il valore economico di una balena? Di un pellicano? Del plancton? L’America è inorridita guardando le fotografie degli animali e delle piante ricoperti di petrolio, ma quanto siamo davvero disposti a pagare per non inorridire? E non essere a conoscenza del problema è sufficiente per risolverlo? Uno dei motivi per cui scaviamo pozzi al largo e in paesi con scarse credenziali di sicurezza e ambientali è che non vogliamo che le compagnie petrolifere facciano porcherie nelle acque vicino a casa nostra, su terreni statali come la riserva naturale dell’Alaska. Ma, come spiega Maureen Cropper, economista ambientale presso l’università del Maryland, importare petrolio significa esportare i danni collegati alle trivellazioni.

Quando proviamo a dare un valore a questi danni, pensiamo che il prezzo vari a seconda del paese? L’ambiente del Kenya vale meno del nostro? A prescindere dalla complessità di calcolarlo, tuttavia, non è detto che il costo effettivo della benzina sia alla fine così importante. Il nostro comportamento potrà modificarsi un pò, ma la nostra sarebbe comunque una società assetata di petrolio. Il che ci porta al punto principale, cioè che le fonti di energia costano poco o molto soltanto l’una rispetto all’altra. E quello che ci fa rimanere ancorati al petrolio è che, in questo momento, non c’è niente che lo sostituisca. “Di fatto siamo intrappolati nella nostra dipendenza dal petrolio”, spiega Parry. “Non abbiamo alternative. Anche alzandone enormemente il prezzo, l’impatto sarebbe limitato. La gente deve prendere l’automobile per andare a lavorare”.

Questo non vuol dire che non ci sarebbero dei vantaggi nel far pagare il petrolio a un prezzo pieno. Aumentare il costo del petrolio renderebbe relativamente più economiche altre fonti energetiche. E se il meccanismo fosse una tassa con cui finanziare lo sviluppo delle fonti alternative, potremmo accelerare la transizione. Ma sarà la velocità con la quale riusciremo a scoprire e a raffinare queste alternative, più che il prezzo del petrolio, a decidere il nostro futuro energetico. La questione, in altre parole, non è quanto costa un litro di benzina. È quanto costa un litro di qualsiasi cosa che possa sostituirla. Forse è questo che dovremmo cominciare a chiedere ai politici.

da THE WASHINGTON POST

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2 commenti

  1. […] raccontato lo stesso presidente in una conferenza stampa a Washington dedicata quasi interamente al disastro ambientale della marea nera nel Golfo del Messico. «Mi stavo facendo la barba e Malia bussa alla porta del bagno e mi dice: Hai tappato il pozzo […]

  2. […] vantarsi che noi abbiamo il sistema educativo migliore o il miglior sistema sanitario o le migliori politiche ambientali “che il mondo abbia mai […]


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