FIAT, OGGI IL VOTO SUL CONTRATTO CAPESTRO

Il sindacato italiano “ufficiale” continua a spingere per il via libera all’accordo capestro proposto dalla Fiat sullo stabilimento di Pomigliano d’Arco che oggi verrà sottoposto ad un referendum interno tra gli operai. Al sì della Cisl e della Uil, e delle loro componenti metalmeccaniche, la Fim e la Uilm, si è unita anche la Cgil che con il segretario generale, Guglielmo Epifani, ha dovuto tenere conto delle valutazioni politiche positive espresse dall’intero vertice del Partito Democratico. A resistere sulla linea del Piave con un deciso no, è rimasta così soltanto la Fiom-Cgil guidata da Maurizio Landini (nella foto) ben cosciente che gli operai si trovano di fronte ad un autentico ricatto lanciato dal duo Marchionne-Elkann.

Il posto di lavoro in cambio dell’abolizione di fatto del diritto di sciopero e dei più elementari diritti stabiliti a favore di chi lavora da parte della Costituzione e dello Statuto dei lavoratori. L’accettazione di ritmi di lavoro massacranti e di straordinari a piacere dell’azienda in cambio di uno stipendio e dell’investimento di 700 milioni di euro per trasferire la produzione dello stabilimento della nuova Panda dallo stabilimento polacco di Tychy in Campania. L’alternativa sui tempi lunghi è infatti la chiusura della fabbrica campana che verrebbe abbandonata al suo destino. Significativo è anche il fatto che Marchionne in una delle sue ultime esternazioni abbia lodato l’alto livello di produttività e di qualità del prodotto raggiunto dagli operai di Tychy che nulla avrebbero oggi da invidiare a quelli di uno stabilimento “modello” come quello di Melfi in Basilicata.

Una dichiarazione significativa da due punti di vista. Il primo rappresenta un rafforzamento del ricatto su Pomigliano, all’insegna del: “possiamo fabbricare le auto anche in Polonia, siamo un’azienda multinazionale in grado di produrre ovunque con gli stessi standard di qualità”. La seconda, rivolta alla clientela, è un’assicurazione sul fatto che ormai sono finiti i tempi in cui a Tychy si produceva la vecchia 500 che era un autentico bidone e la cui commercializzazione, unita a quella della Duna, contribuì a far crollare in maniera verticale l’immagine del Lingotto. Un crollo dal quale la Fiat non si è ancora ripresa. Sono lontani infatti i tempi nei quali la casa torinese, grazie a vetture come la Uno, contendeva alla Volkswagen il primato delle vendite sul mercato europeo. Ora la Fiat arranca dietro la casa di Wolfsburg, dietro la Ford, la Peugeot-Citroen e la Renault.

Il libero mercato tanto invocato dalla Fiat quando era monopolista sul mercato italiano ha fatto sentire tutti gli effetti quando ha potuto dispiegarsi in tutte le sue potenzialità obbligando il Lingotto ad affrontare i concorrenti basandosi esclusivamente sui propri prodotti. E su questo è stata inevitabilmente notte fonda. Il monito di Marchionne, o il ricatto che dir si voglia, si è anche nutrito della scontata demagogia del capo esecutivo del Lingotto che ha citato lo storico assenteismo di Pomigliano (dovuto ovviamente a quei soliti “pelandroni” degli operai napoletani) e di quello di Termini Imerese, dove lunedì 14 giugno scorso il livello dell’assenteismo avrebbe raggiunto livelli record durante il turno serale, in concomitanza con la partita di calcio Italia-Paraguay. Una presa di posizione che è in aperta contraddizione con quanto dichiarato mesi fa dalla stessa Fiat che aveva ammesso che l’assenteismo a Pomigliano e Termini Imerese era ormai in linea con quelli di Mirafiori, Cassino e Melfi.

Dura la reazione degli operai di Termini Imerese che per protesta contro le dichiarazioni di Marchionne, dopo una  riunione dei delegati sindacali, hanno effettuato un’ora di sciopero. Il delegato Fiom Cgil, Roberto  Mastrosimone, ha spiegato che gli operai non possono accettare di essere indicati come “fannulloni” quando è stato lo stesso Marchionne ad avere annunciato la chiusura dello stabilimento alla fine del 2011. Gli operai vogliono lavorare ma è la Fiat che non permette di farlo, dal momento che il Lingotto ha deciso di chiudere e di licenziare più di 2.200 persone, portando alla rovina migliaia di famiglie.

Duro anche il giudizio del segretario della Fiom piemontese Giorgio Airaudo che ha affermato che la Fiat avrebbe dovuto proporre un prodotto più ricco rispetto alla Panda che fino al 2005 veniva prodotta a Mirafiori e che è stata portata in Polonia con la scusa che non stava nei costi. Ed ora per riportarla in Italia e farla stare nei costi pretendono di ridurre i diritti dei lavoratori. A sostenere le ragioni della Fiat si è unito anche il ministro del Lavoro, l’ex socialista (?) Maurizio Sacconi che domenica in televisione nella trasmissione di Lucia Annunziata, si è esibito in un confronto a distanza con Landini, nel quale il succo era rappresentato dai suoi rimproveri alla Fiom per non avere accettato l’accordo così gentilmente offerto dalla Fiat. Cuor di padrone e cuor ministro.

Da parte sua Confindustria spera in un sì nel referendum per essere poi in grado di applicare in tutte le fabbriche italiane le condizioni schiaviste previste da Marchionne. Tanto che Emma Marcegaglia si è augurata che a Pomigliano d’Arco prevalga il “buonsenso” perché, con sommo sprezzo della decenza, ha affermato, “se dovessero vincere i no chi mai più verrà ad investire in questo Paese?”. Una conferma del fatto che il padronato vuole avere mano libera in fabbrica e fare carne di porco dei diritti degli operai.

da Filippo Ghira, RINASCITA

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