LA REPVBBLICA CHE NON C’E’

E’ in atto il dibattito su una nuova costituzione economica. Nella costituzione italiana si parla una sola volta di iniziativa economica, all’articolo 41. Lo stesso premier, Silvio Berlusconi ha espresso la volontà di ampliarlo e introdurre un riferimento più consistente alla economia d’impresa e al mercato. L’articolo 41, leggiamolo, recita: “L’iniziativa economica privata è libera. Non può svolgersi in contrasto con l’utilità sociale o in modo da recare danno alla sicurezza, alla libertà, alla dignità umana. La legge determina i programmi e i controlli opportuni perché l’attività economica pubblica e privata possa essere indirizzata e coordinata a fini sociali”. L’autorevole professore Valerio Onida è entrato nella disputa difendendo l’articolo 41, argomentando che in nessun caso questo articolo della carta fondamentale ha costituito limite od ostacolo allo sviluppo di impresa o attività economica in Italia. Anzi, sottolinea come la Corte costituzionale, di cui egli è presidente emerito, abbia bollato come incostituzionali norme che tentassero di ostacolare o limitassero la libertà di iniziativa. Onida ha ragione.

Così come è nel giusto chi sostiene che alla attività economica andrebbe assegnato maggiore spazio in costituzione, ma se guardiamo ad esempi esteri (l’Inghilterra) dicono il vero anche coloro che sostengono che una costituzione non serve proprio. Non è l’articolo 41 che frena l’impresa o l’iniziativa privata in economia, vi sono però tanti altri ostacoli. Diciamo, però che la costituzione di carta è diversa da quella materiale (cioè la sua quotidiana applicazione), che c’è impresa e impresa. Prendiamo il comma 2 appena citato, rileggiamolo: “Non può svolgersi in contrasto con l’utilità sociale o in modo da recare danno alla sicurezza, alla libertà, alla dignità umana”. Chi abbia individuato le imprese mafiose (titolari – tramite prestanome – della gran parte degli appalti e subappalti e dei mercati all’ingrosso al sud), ovvero quelle che fanno uscire partite di materiale in nero (a danno di chi fattura fino all’ultimo centesimo e negando la libera concorrenza) ovvero quelle che impiegano manodopera sottopagata (umiliando la dignità umana) ha colpito nel segno. A meno che qualcuno non voglia sostenere che mafia, camorra e ‘ndrangheta agiscono nell’interesse dell’ “utilità sociale”, che faccia parte della libertà d’impresa non emettere fatture oppure affamare i lavoratori.

In questi casi non è solo un problema di ordine pubblico, perché è fuori discussione che la presenza di questi sodalizi criminali impedisce lo sviluppo economico del Mezzogiorno. Quello che va innovato è innanzitutto la certezza del diritto e delle relative sanzioni (penali e amministrative) e poi i tempi in cui questa si attua. Processi civili che durano decine di anni che scoraggiano gli investimenti (italiani ed esteri, così dirottati altrove) e magistrati che in conseguenza di sentenze pachiderma non rispondono a nessuno. La pressione fiscale – con aliquote non limitate percentualmente in costituzione – tra le più alte del mondo a fronte di servizi pubblici da terzo mondo, che frena consumi e risparmi. Un debito pubblico tra i più alti del mondo, eppure c’è l’articolo 81, che obbliga alla copertura e recita: “Ogni legge che importi nuove o maggiori spese deve indicare i mezzi per farvi fronte”.

Ma dove era la Corte (costituzionale, ma anche quella dei Conti) tra gli anni ‘80 e ‘90 quando si approvavano leggi che ci hanno portato al debito pubblico più alto del mondo? Se prive della necessaria copertura, erano o non erano da marchiare come incostituzionali? E ancora, abbiamo il costo dell’energia del 20 per cento più caro di quello dei concorrenti confinanti. Le imprese petrolifere che fanno cartello e ci consegnano i carburanti tra i più cari del mondo. La corruzione pubblica che fa lievitare i costi di pratiche amministrative e appalti. Una marea di cavilli burocratici e di burocrati pronti ad inventarne. Gli sprechi in ospedali, carceri, centri sportivi, scuole, stazioni, opere iniziate e mai finite. Ma allora, se proprio fossimo costretti a cambiarla, che cosa dovrebbe esserci scritto su una costituzione che incida sulle libertà economiche del nostro Paese.

Prendiamo la costituzione di un paese nostro confinante e concorrente, la Svizzera. A proposito di economia, sulla Costituzione della Confederazione elvetica è scritto: “Art.27. La libertà economica è garantita”, si commenta da solo.

E ancora: “Art.43. I compiti statali devono essere eseguiti in modo economicamente razionale e adeguato ai bisogni”, cioè al bando sprechi e cattiva gestione.

E per quanto riguarda l’energia: “Art. 89. Nell’ambito delle loro competenze, la Confederazione e i Cantoni si adoperano per un approvvigionamento energetico sufficiente, diversificato, sicuro, economico ed ecologico, nonché per un consumo energetico parsimonioso e razionale”, noi siamo ancora in preda al dibattito sul nucleare.

E ancora: “Nella sua politica energetica, la Confederazione tiene conto di quanto intrapreso dai Cantoni e dai Comuni nonché dall’economia; prende in considerazione le condizioni nelle singole regioni del Paese e la sostenibilità economica”, cioè energia a basso prezzo e al contempo ecologica.

E proseguendo la nostra rassegna con i principi dell’ordinamento economico: “Art. 94. La Confederazione e i Cantoni si attengono al principio della libertà economica. Tutelano gli interessi dell’economia nazionale e contribuiscono con l’economia privata al benessere e alla sicurezza economica della popolazione. Nell’ambito delle loro competenze provvedono per condizioni quadro favorevoli all’economia privata”.

E per continuare la rivista con la politica di concorrenza: “Art. 96. La Confederazione emana prescrizioni contro gli effetti economicamente o socialmente nocivi di cartelli e di altre forme di limitazione della concorrenza. Prende provvedimenti: a. per impedire abusi nella formazione dei prezzi da parte di imprese e organizzazioni di diritto pubblico e privato che hanno una posizione dominante sul mercato; b. contro la concorrenza sleale”, altro che pane, pasta e benzina allo stesso prezzo ovunque, perché si sono formati cartelli duri da smantellare.

Ce n’è anche per gli utenti, prevedendo una norma per la protezione dei consumatori: “Art. 97. La Confederazione prende provvedimenti a tutela dei consumatori. Emana prescrizioni sui mezzi giuridici di cui possono avvalersi le organizzazioni dei consumatori. Nel settore della legislazione federale sulla concorrenza sleale, queste organizzazioni dispongono degli stessi diritti che spettano alle associazioni professionali e economiche”.

E ciliegina sulla torta passiamo alle tasse, cioè ai principi dell’imposizione fiscale, della Confederazione svizzera: “Art. 128. Imposte dirette. La Confederazione può riscuotere un’imposta diretta: a. sul reddito delle persone fisiche, con un’aliquota massima dell’11,5 per cento (avete letto bene 11,5. Altro che 23, 27, 38, 41, 43 per cento delle aliquote Irpef italiane, ndr); b. sul reddito netto delle persone giuridiche, con un’aliquota massima dell’8,5 per cento”.

Si, poi in Svizzera ci sono altre imposte cantonali e comunali sui consumi che fanno salire la pressione fiscale, con la giusta progressività, ma gravano sopratutto su coloro che sono economicamente più fortunati, non solamente su chi lavora. Insomma un paese dove si coniugano certezza del diritto, responsabilità dei vari livelli di governo e della burocrazia che da questi dipende, che incide sulla qualità dei servizi, sulla concorrenza, sulla tutela dell’ambiente, dei lavoratori e dei consumatori. E allora, perché non guardare – solo a titolo di esempio – a un piccolo grande paese che – senza che si paghino pizzo, mazzette o tangenti – produce medicine, chimica, cioccolato, coltellini, orologi, banche, eccetera, eccetera, eccetera e dove al contempo c’è una qualità della vita tra le più alte al mondo.

Nuova Costituzione economica: e se guardassimo oltre confine?
da Alessandro L. Salvaneschi, LIBERA OPINIONE

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