LA FIAT VUOLE UNA FABBRICA CASERMA

La Fiat vuole trasformare la fabbrica di Pomigliano d’Arco in una sorta di caserma, un lager nel quale ai lavoratori sia permesso soltanto di lavorare e lavorare tanto, troppo, e sottoporsi a massacranti ritmi di lavoro con una montagna di ore di straordinario da fare. Volete che portiamo la produzione della Panda dallo stabilimento di Tychy (Polonia) a Pomigliano? Questa la domanda retorica di Sergio Marchionne che ha fatto pesare sugli operai la minaccia di chiudere lo stabilimento campano in caso di mancanza di accordo con la maggioranza dei dipendenti.

A voler ben vedere, questa estrema deriva è quella preferita dall’amministratore delegato del Lingotto che da anni ha avviato l’azienda sulla strada di un progressivo disimpegno dall’Italia. Alla Fiat interessa infatti essere maggiormente presente sui mercati americano, sudamericano e asiatico, una svolta che dovrebbe essere accompagnata dalla integrazione produttiva con l’americana Chrysler per formare, almeno nelle intenzioni, uno dei primi gruppi automobilistici mondiali. In questa ottica, mantenere in vita una fabbrica come Pomigliano rappresenta soltanto un peso insopportabile.

Meglio produrre dove il costo del lavoro è minore (Polonia e Brasile) e dove gli operai sono così affamati di lavoro da accettare qualsiasi imposizione da parte del padronato. Ed infatti sono proprio condizioni intollerabili quelle che Sergio Marchionne (nella foto) vuole imporre agli operai di Pomigliano come il divieto di fatto dello sciopero e la possibilità di licenziare quanti lo utilizzino come metodo di lotta per difendere i propri diritti. Per non parlare dei limiti che, nella proposta Fiat, sono stati fissati alla possibilità di ammalarsi e alle misure di sicurezza. Caso frequente vista il lavoro usurante svolto alla catena di montaggio. Questa svolta liberticida, in aperta violazione delle norme dello Statuto dei Lavoratori, si realizza con la passività della Fim-Cisl, della Uilm, della Fismic e dell’Ugl che riescono a vedere soltanto la salvezza della fabbrica ed ignorano i sacrifici in termini umani che questo accordo capestro comporterà.

Tutti e quattro i sindacati aspettano ora il risultato del referendum tra i lavoratori che si svolgerà giovedì e venerdì prossimi a Pomigliano sperando che anche gli operai accettino di trasformarsi in schiavi. A difendere i diritti e la dignità degli operai è rimasta quindi soltanto la Fiom-Cgil, il primo sindacato di categoria, che terrà il suo referendum il 22 giugno e che ha già proclamato 8 ore di sciopero per il 25 giugno prossimo per tutta la categoria all’interno dello sciopero generale della Cgil contro la manovra del governo. Sotto accusa non è soltanto la vertenza Fiat ma anche le misure definite “inique” prese dal governo che si pongono all’interno di un progetto più vasto che vede l’attacco al contratto nazionale e allo Statuto dei Lavoratori per colpire i diritti di tutto il mondo del lavoro.

Come dimostra la nuova veste che assumerà l’arbitrato che dovrebbe essere già presente nel contratto di lavoro per togliere ogni possibilità di ricorrere, nel caso di controversie, all’intervento e al giudizio della magistratura del lavoro. L’incredibile è che è stato anche il vice segretario del PD, Enrico Letta, liberista più che mai, a chiedere alla Fiom-Cgil di chinare la testa ed accettare l’accordo capestro con la Fiat ed in questo scavalcando a destra la maggioranza di governo.

da Filippo Ghira, RINASCITA

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