LA CRISI DELL’EURO NELL’USUROCRAZIA EUROPEA

Due notizie. La prima è che la commissione per gli Affari economici e monetari del Parlamento europeo ha discusso lunedì 1 giugno la relazione di Saïd El Khadraoui, socialista belga, che propone di mettere un tetto alle retribuzioni di banchieri e di manager delle società quotate in borsa. La proposta dovrebbe essere approvata dalla plenaria in luglio. Si legge in una nota del parlamento europeo: «Stipendi di banchieri e manager sul banco degli imputati: livelli di rischio eccessivi, premiati con bonus da capogiro, hanno fatto sì che banche e imprese privilegiassero i rendimenti a breve termine piuttosto che la stabilità finanziaria. E così le buste paga dei manager continuavano ad aumentare mentre si creavano le premesse per la crisi finanziaria». La seconda, il 7 giugno scorso, invece, i ministri delle finanze dell’eurozona hanno finalizzato la creazione del Fondo europeo di stabilità finanziaria (della durata di 3 anni e con sede in Lussemburgo) per gli Stati membri dell’Ue in crisi. Come la Grecia, per esempio, ma non solo: Italia, Spagna, Portogallo e Irlanda hanno un indebitamento altrettanto preoccupante.

Il Fondo di stabilizzazione (già deciso nella riunione dell’Eurogruppo il 9 maggio 2010, nell’ambito del piano di intervento a difesa dell’euro) avrà un capitale di 440 miliardi di euro ed emetterà obbligazioni garantite a fronte di prestiti agli Stati membri dell’Ue in difficoltà, quale scudo contro il rischio del ripetersi della crisi greca. Altri 60 miliardi di euro verranno stanziati a tale fine dai fondi del bilancio europeo ed un contributo supplementare (fino a 250 miliardi di euro) verrà fornito dal Fondo Monetario Internazionale (FMI), per un totale di 750 miliardi di euro.

I ministri finanziari hanno definito gli ultimi dettagli tecnici del Fondo, la cui missione è emettere titoli obbligazionari coperti da garanzia (nella misura del 120% della quota di ciascuno Stato membro) ed impiegare le somme raccolte in crediti a favore degli Stati membri che attraversino difficoltà finanziarie. L’emissione di titoli avviene previa richiesta dello Stato membro interessato e potranno essere utilizzati per operazioni di rifinanziamento da parte della Banca Centrale Europea (BCE). Tutti gli Stati membri dell’Eurozona prevedono di divenire azionisti del Fondo, ciascuno nella proporzione della propria quota di capitale. L’erogazione dei crediti resta in ogni caso condizionata all’accettazione di misure di austerità da parte dello Stato membro ricevente, analogamente a quanto avvenuto nel caso del finanziamento alla Grecia. La raccomandazione fondamentale però rimane l’adozione di “misure addizionali” già dal 2011 e negli anni seguenti con il suggerimento ad attuare riforme strutturali del mercato del lavoro e del sistema pensionistico.

In sintesi: Per poter accedere al Fondo europeo di stabilità finanziaria è necessario che lo Stato membro dell’Eurozona interessato (es: l’Italia), sia in difficoltà finanziarie. Ma non basta. L’erogazione dei crediti è condizionata all’accettazione di misure di austerità (proprio come la manovrina finanziaria da 25 miliardi di euro firmata Berlusconi/Tremonti). Ottenuta l’erogazione dei crediti da parte della Banca Centrale Europea (BCE) allo Stato membreo dell’Eurozona (es: l’Italia che però diviene debitore), dovrà essere restituito al modico tasso di usura del 5%. Resta inteso che, su suggerimento del Grasso Banchiere, dovranno essere attuate misure addizionali come riforme strutturali del mercato del lavoro (es: l’Italia e l’articolo 18 recentemente annacquato dal ministro Sacconi) e riforme del sistema pensionistico (es: l’Italia e la recente richiesta dell’Ue in termini di pensione a 65 anni per le donne).

Ergo, l’Italia per varare la manovrina finanziaria correttiva da 25 miliardi di euro (a prescindere dalle tante balle raccontate dai politici con la complicità ruffiana e lacchè dei media italioti) è già uno Stato membro dell’Eurozona in difficoltà finanziarie, con un piede e mezzo nella fossa, e presto o tardi, chiederà servilmente all’usurocrazia bancaria europea un credito che andrà a gravare sul debito pubblico nazionale (1.797,653 miliardi di euro a marzo 2010) provocando forse già dal prossimo anno una nuova manovrina fiscale corretiva.  

Il parametro più utilizzato per misurare la solidità finanziaria di un paese è l’ammontare dei titoli emessi dallo Stato, non ancora rimborsati. In altri casi si utilizza il deficit pubblico (differenza tra uscite ed entrate nelle casse di uno Stato in un determinato periodo).  Debito pubblico e deficit pubblico, rapportati al Prodotto interno lordo (Pil), permettono di confrontare le economie di più Stati e rientrano tra gli indicatori del Patto di stabilità dell’Unione europea in base ai quali il primo rapporto dovrebbe tendere al 60% e il secondo non dovrebbe sforare la soglia del 3%. Sommando questi tre elementi emergono spunti interessanti. E si arriva a un’idea più completa della leva che un determinato sistema-paese utilizza per sostenersi.

Una recente indagine dell’agenzia di rating Standard and Poor’s, (fonte Il Sole 24ORE) società che realizza ricerche finanziarie e analisi su titoli azionari e obbligazioni, riporta quanto segue:

Appare quindi chiaro, soprattutto a quelli come noi che non siamo esperti della materia, che il paventato rischio di un’esplosione dell’Eurozona esiste anche perchè alcuni Stati membri (vedasi l’Italia) hanno perso enormemente competitività. Fatto rilevante è anche che l’Euro (€) rispetto al Dollaro ($) si è enormemente indebolito e continua a perdere credibilità. A cosa serve continuare a tenere in vita artificialmente una moneta, l’Euro, oramai morta? Sicuramente a foraggiare con interessi usurai lo strumento dell’Alta finanza europea.

Quindi non è da escludere un possibile ritorno alle monete nazionali, almeno per alcuni Stati membri dell’Eurozona più deboli. Tutte le misure di austerità consigliate dall’Ue insieme alle riforme sociali imposte per smantellare quel che rimane dello Stato Sociale nazionale di ciascuno, sono volte in tal senso: salvare l’Euro per non perdere la faccia.  Infatti, tra “padri fondatori” della moneta unica vige spudoratamente il pensiero dominante associato a quello dell’èlite oligarchica che dissemina propaganda: è sbagliato credere che l’Euro e la piena sovranità nazionale siano compatibili in quanto si impedisce all’Europa monetaria di andare fino in fondo con le “necessarie riforme”, che comportano trasferimenti di sovranità.

Per salvare il fallimento dell’Eurozona (poichè tutti i debiti sono interconnessi tra loro) è chiaro che qualche Stato membro dovrà, volente o nolente, ritornare alla moneta nazionale. Ciò però potrebbe comportare notevoli disastri economici, in quanto i debiti dello Stato fuoriuscito e che sono stati contratti precedentemente in Euro, dovranno essere risolti in Euro. E non con valuta nazionale. Ma è assolutamente chiaro, anche alle orecchie del più sordo Grasso Banchiere, che riappropriarsi della sovranità monetaria significa stampare moneta propria e pagare parti del debito contratto per rilanciare l’economia senza quasi limite. Oggi, tutto questo in Italia non avviene, perchè Bankitalia SpA non ha alcuna sovranità monetaria dovendo subire le regole imposte dalla Banca Centrale Europea. Gli Stati Uniti (Dollaro) e Giappone (Yen), che altresì hanno un debito pubblico a dir poco fallimentare, non falliscono ma generano crisi poichè sono possessori di moneta propria non convertibile e non agganciata ad altre monete, in sintesi, significa che i loro governi possono emettere moneta dal circuito interno per rigenerarsi economicamente. E lo fanno prendendo in prestito moneta da se stessi, ciò vuol dire che se si indebitano fortemente potranno poi rifinanziare il loro debito all’infinito.

Se alcuni Stati membri dell’Eurozona decideranno (o saranno costretti) a lasciare la zona euro, l’Europa dei furbi e delle banche imporrà regole di stabilità più incisive in termini di politiche economiche, sociali e fiscali per tutti gli altri Stati che continueranno a condividerne servilmente il progetto iniziale. Solo così la tanto cara “unione monetaria” strutturata con regole tecnocratiche funzionali solo al comando oligarchico dell’Alta finanza potrà continuare a sopravvivere pianificando l’asservimento dei Popoli europei a meccanismi capitalistico-finanziari della grande usura. People of Europe rise up!

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3 commenti

  1. […] anni. L’attuale stato di indebitamento rispetto al Prodotto Interno Lordo (PIL) dei paesi europei è molto preoccupante (146% in Grecia e 82% in Germania), soprattutto se il PIL non cresce e quindi i proventi non […]

  2. […] del “European financial stability facility” (Efsf), ossia il fondo salva-Stati dotato di un patrimonio virtuale di 750 miliardi di euro, conferito dai 27 Paesi membri. Un fondo che è stato varato due mesi fa e che attualmente è in […]

  3. […] ha reso, finora, meno lineari i diktat della Finanza internazionale nelle politiche codificate, in stile Fmi-Bce, che puntano sull’osservazione delle regole, indipendentemente dall’incidenza che le […]


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