FREEDOM FLOTILLA FOR GAZA

I porti ateniesi sono in fermento: le navi della Freedom Flotilla in partenza per Gaza sono in allestimento. Ieri, dalla Turchia ne sono partite tre, cargo e passeggeri. Tra lunedì e martedì salperanno le due dalla Grecia, mentre altre sono già in viaggio verso Larnaca, nelle cui acque si ritroverà tutta la flottiglia, che, insieme, si dirigerà verso la Striscia assediata. Molte sono le persone coinvolte, provenienti da Europa, Usa e mondo arabo e islamico. L’atmosfera è di grande entusiasmo e determinazione, nonostante la guerra psicologica avviata ormai da settimane da Israele. Lo stato sionista, infatti, sta facendo del terrorismo emotivo nel tentativo, vano, di indurre le centinaia e centinaia di persone (si parla di oltre 800 cittadini di 50 diversi Paesi che si sono uniti alla spedizione, e di migliaia in lista d’attesa) a desistere dall’impresa umanitaria.

La nostra barca si chiama “8000. Freedom for prisoners. Freedom for Gaza”, dal numero dei palestinesi incarcerati nelle prigioni israeliane, e accoglierà 20 tra giornalisti e video reporter, numerosi attivisti proventienti da Europa e Stati Uniti – tra cui una decina di ebrei contro l’occupazione. Della Flotta faranno parte la BBC, la tv satellitare qatariota al Jazeera, al-Hiwar, Euro-News, emittenti dell’Europa dell’Est, media tedeschi, olandesi, svedesi e la nostra agenzia, Infopal.it. Si tratta, come lo definiscono gli organizzatori – the European Campaign to end the siege on Gaza, la IHH turca, Free Gaza e altri gruppi –  della più grande missione umanitaria per rompere l’assedio di Gaza allestita in questi anni di embargo contro la Striscia.

Sono 9 le navi – passeggeri e cargo – che battono bandiera “Freedom Flotilla” predisposte da Grecia, Turchia, Svezia, Irlanda, Algeria, European Campaign, e circa 50 i Paesi che stanno sostenendo economicamente e con materiali da inviare a Gaza l’intera missione. La European Campaign raggruppa 35 associazioni europee di solidarietà con il popolo palestinese, tra cui l’italiana Abspp onlus, promotrice, insieme alle altre, della spedizione umanitaria. Le navi cargo sono cariche di merci richieste dalla popolazione e dai ministeri di Gaza: carrozzelle a motore per gli invalidi – le tantissime vittime delle bombe non convenzionali israeliane -, medicinali, cemento, mattoni, legno da costruzione, generatori per corrente elettrica, desalinizzatori e potabilizzatori, tendoni per sfollati, 100 case prefabbricate, alimenti per bambini, giocattoli, equipaggiamento sportivo, vestiario. Il tutto, per un totale di oltre 15 milioni di euro.

Le tre navi turche, chiamate “One moment“, in ricordo del clamoroso gesto di Erdogan, che al vertice di Davos, due anni fa, interruppe il discorso di Peres e lasciò la sala, raggiungeranno il resto della flotta internazionale a Larnaca, a Cipro. La Turchia sta svolgendo un ruolo fondamentale nella missione, non solo attraverso gli aiuti umantari e le navi, ma anche per l’assistenza e la protezione politica che sta offrendo. E non solo: la Marina turca, infatti, scorterà la Flotilla fino alle acque internazionali. Inoltre, il governo di Ankara ha annunciato la creazione di un’isola galleggiante: Un”isola’ di navi turche contro le intercettazioni d’Israele. 

Ci si chiede quale sarà la risposta israeliana alla missione: attacco di forza bruta e plateale, per dimostrare al mondo chi comanda; arrembaggio delle barche e dei cargo con sequestro di merci e persone; assalto dal cielo e dal mare. I membri della Flotilla sono comunque determinati a portare fino in fondo la spedizione, resistendo in maniera nonviolenta, pacifica, alle provocazioni e alle aggressioni delle forze israeliane.

Che si riesca a giungere a Gaza o che la missione umanitaria venga bloccata e dirottata ad Ashdod o in altra località israeliana, per lo stato sionista sarà comunque una sconfitta: in un caso, verrebbe rotto l’assedio, nell’altro, confermerebbe di fronte a centinaia e centinaia di persone, giornalisti, politici  e attivisti, e al mondo intero la propria natura violenta, illegale e pericolosa. Inoltre, se ci dovessero essere morti e feriti, cargo confiscato, il danno all’immagine sarebbe ancora peggiore. E i dirigenti israeliani questo lo sanno bene, e stanno calcolando il loro gioco nella scacchiera del loro personale, disumano, Risiko.

da Angela Lano, INFOPAL

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