UN’ALTRA EUROPA. SOCIALISTA

Esistono parole impronunciabili e parole indubbiamente abusate. Impronunciabile, nei mesti tempi correnti, è sicuramente la parola socialismo: da vocabolo usuale, qual’era fino alla fine del Novecento, si è tramutato in tabù di cui anche la sola memoria può essere imbarazzante. Il socialismo è stato l’afflato vitale che ha accompagnato l’uomo nella determinazione dell’identità politica delle società civili e nazionali in cui è stato inserito nel corso della sua esistenza storica; la sua ombra si è proiettata con vigore sul secolo ventesimo e ha permeato il pensiero e le dottrine politiche dell’Europa, ponendola così all’avanguardia planetaria della spinta elevatrice che l’uomo esercita su sé stesso in quanto individualità necessariamente sociale. Chi parla ancora oggi di socialismo, nel nostro continente?

Solo una ridotta di uomini liberi, che ha fatto della consapevolezza e della conoscenza delle scienze sociali ed economiche imprescindibili capisaldi teorici, che ha preservato la volontà di agire e pensare per il bene del popolo, che conserva l’istinto alla ricerca della libertà, che non si lascia ammaliare dal luccichio della moda, che sa di rappresentare – in quanto socialista – l’unico possibile canale di indirizzo politico e sociale delle nazioni: questa ridotta è quanto abbiamo definito essere la sinistra nazionale.

Il resto, se ve ne è ancora, è grottesca comicità: politicanti che del socialismo non hanno che mutuato il nome e che non hanno il pudore per evitare di professarlo pubblicamente. La memoria non ci inganna, e ricordiamo perfettamente di aver udito un Massimo D’Alema sostenere di “sognare” il socialismo: era il 1999, annus horribilis, e il governo di Roma era partecipe dell’aggressione all’ultimo stato ad indirizzo politico socialista d’Europa: la Jugoslavia di Milošević. Anche qui la memoria ci viene in soccorso, e ricordiamo il nome di colui che il governo di Roma si trovava a presiedere. Altri hanno, per fortuna, perso anche questo vezzo, e il socialismo è scomparso anche dal vocabolario politico di coloro che pretendono di rappresentare gli interessi del popolo.

Esistono tuttora decine e decine di movimenti, partiti, organizzazioni, associazioni e consorterie che di tale idea sono stati in passato teorici promotori; oggi invece di socialismo non si occupano più, avendolo soppiantato con istanze ben più à la page: 1) gli ogm 2) i diritti degli omosessuali; 3) la potenza del segnale televisivo di Rete Quattro; 4) la caccia ai cetacei; 5) l’intonazione di “Bella ciao”; 6) le modifiche del calendario venatorio; 7) l’anamnesi dei soggetti titolari di porto d’armi; 8.) le fiaccolate e i girotondi; 9) il monachesimo tibetano; 10) l’olivicoltura. E quindi, in questo disgraziato ma ameno Paese, ci si vede costretti – se si vuole sentire parlare di privatizzazioni, ad esempio – a pendere dalle labbra di un (pur encomiabile, per certi versi) Giulio Tremonti; oppure, se si vogliono udire istanze identitarie a difesa della nostra sovranità politica, culturale, militare, monetaria, ci si deve aggrappare ai proclami di qualche vetero-leghista, di qualche tradizionalista cattolico, di qualche sostenitore della cosiddetta “decrescita”. Perché i primi che avrebbero il diritto-dovere di farlo, coloro che ne avrebbero davvero il titolo, coloro che di tali idee sono i naturali portatori, cioè i socialisti nazionali d’Europa, sono relegati al silenzio e all’emarginazione.

Dalla propaganda che li umilia, dalla censura che ne nega l’esistenza, dall’inerzia in cui le difficoltà della vita li hanno confinati, dalle sterili diatribe che ne logorano le potenzialità. Se socialismo è quindi parola impronunciabile, senza aver varcato il checkpoint interiore che separa pericolosamente la dignità dalla libertà, parola abusata è senz’altro Europa. Chi ha avuto modo di intrattenersi con la letteratura non conformista di questo secondo infinito dopoguerra ricorderà senz’altro l’ostilità provata nei confronti di tale espressione vocale. La ricorderà definita come una “vecchia baldracca che ha puttaneggiato in tutti i bordelli e che ha contratto tutte le infezioni ideologiche, (…) il cui ventre ha concepito e generato la rivoluzione borghese e la rivolta proletaria”, mera “espressione geografica” cui non attribuire alcun valore in un’epoca in cui “anche le copisterie, le lavanderie, le tavole calde e gli hotels delle stazioni termali si chiamano Europa”; cui ripudiare persino il nome, legato com’era allo “spagnolo infeudato ai preti”, al “budello italiota o franzoso o tedesco-occidentale”, all’ “inglese giudeo o giudaizzato”. Ma era – ed è – l’errore che risiede nel timore di sapersi ri-appropriare del senso delle parole: abiurare l’Europa, il suo senso e il suo divenire storico equivale a non definirsi “nazionalisti” perché tali si sono definiti anche Regan, o Sharon, o Badoglio.

Occorre distinguere tra l’Europa che è e l’Europa che vogliamo: quella che Rinascita non manca di ricordarci ogni giorno, quella “volontà unica, formidabile, capace di perseguire uno scopo per migliaia di anni”. Di cui non occorre vergognarsi, perché non è nostra la colpa del suo declino e del suo disfacimento, che anzi vengono quotidianamente denunciati. L’Europa che vogliamo non è certo quella dei parametri di Bruxelles; quei parametri che prevedono un “pacchetto di allargamento” patrocinato dalla Commissione Europea che altro non fa se non eseguire gli ordini d’oltreatlantico per strappare terreno alle potenze nemiche. Commissione che nel suo rapporto annuale stila un “resoconto dei progressi (sic) compiuti” dai Paesi candidati, elogiando le privatizzazioni in corso in Serbia o il rispetto dei diritti umani in Turchia al fine di accelerarne l’integrazione sotto l’ombrello atlantico e il conseguente distacco dalla Russia o dall’Iran. Hanno persino l’impudenza di lasciarsi passare per magnanimi, nel loro dedicarsi alla cura dei Paesi candidati a cadere nelle loro grinfie. Ma altro non sono che killer e stupratori seriali di popoli, spietati e luciferini nella loro furbizia quando tentano di mascherare la loro indole pretendendo dello smalto rosa sulle unghie delle vittime: gli chiedono di limitare le emissioni di CO2, o di controllare il finanziamento pubblico ai partiti, o l’indipendenza della magistratura. Salvo poi possederne il corpo e l’anima, violentandone quindi l’economia e azzerandone l’identità politica e culturale.

E’ l’anti-Europa, con cui i socialisti sono chiamati a fare i conti; per riappropriarsi del diritto di poter pronunciare ad alta voce il nome del nostro continente, della nostra Patria più grande, senza che ciò richiami nei nervi e nei muscoli la fatica della sopravvivenza cui oggi il liberalismo capitalista ci costringe; senza che ciò richiami alle orecchie il fruscio del denaro di Bruxelles o il tintinnio delle catene cui i patrioti vengono legati; senza che ciò richiami agli occhi l’azzurro spento della bandiera della Bce o il luccichio policromo delle nostre tristi città; senza che ciò rievochi negli animi il deserto lasciato da chi ha cancellato con la violenza una civiltà millenaria. E’ questo il compito che sottende il cammino politico e culturale della sinistra nazionale: congiungere l’impronunciabile col verbo abusato, cogliere il senso originario e imprimere uno slancio nuovo e popolare a quanto non potranno mai sottrarci, a quanto scorre nelle nostre vene: l’Europa e il socialismo.

da Fabrizio Fiorini, RINASCITA

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4 commenti


  1. GIUSTIZIA!

  2. Il 30 Aprile 2010, ricorrerà il 65esimo dell’assassinio di Giuseppina Ghersi.

    13 anni. Rapita, stuprata e uccisa dai partigiani comunisti a Legino (SV).

    In 65 anni di omertà i giornali locali le hanno dedicato, in due distinte occasioni, solo brevi trafiletti.

    Il Comune di Savona si è rifiutato di concedere alla memoria di questa innocente uno spazio pubblico e non ha neppure accettato l’istituzione di una Giornata in suo Ricordo.

    Noi pensiamo che 65 anni di silenzio siano inaccettabili.

    Crediamo che la storia di Giuseppina vada conosciuta e diffusa specie presso i giovani perché simili atrocità possano essere comprese ed evitate in futuro.

    Sappiamo che non ricordare Giuseppina equivale ad ucciderla due volte e PERCIò VI INVITIAMO A CONDIVIDERE L’INDIRIZZO DEL VIDEO (RIPORTATO QUI SOTTO) SULLE VOSTRE BACHECHE IL 30 APRILE!

    IL 30 APRILE condividete questo video sulle vostre bacheche!
    ———————————————————–

    NOI LO STIAMO FACENDO
    CHIEDIAMO A VOI DEL BLOG DI SOSTENERCI IN QUESTA BATTAGLIA PER LA VERITA’ E PER LA GIUSTIZIA
    NOBIS

  3. Conoscevo la triste storia di quella ragazzina 13enne e c’è da rimanere senza parole nel leggerne i particolari per come quel gruppo di partigiani comunisti l’hanno massacrata in nome dell’odio e della vendetta personale. Fatti come questo nell’Italia del dopoguerra ce ne sono stati a centinaia, efferati e tutti rimasti senza giustizia. QUESTA E’ L’ITALIA! Purtroppo. Quando, forse un giorno si avrà l’onestà morale e intellettuale di raccontare tutte le vicende senza antepore l’ideologizzazione di parte, tutti quei delitti saranno giudicati con un solo nome: ASSASSINIO. E la giustizia, quella vera e imparziale, darà una svolta alla storia.

  4. […] Noi crediamo sia necessario, una volta per tutte, trovarci tutti insieme. Tutto il popolo sotto la stessa bandiera. Quella volta ai profittatori ed alla borghesia capitalista comincerà a tremare il culo sulla poltrona. Quella volta nascerà un movimento nazionale, popolare e rivoluzionario. […]


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