IL NUCLEARE NON E’ LA RISPOSTA

In un mondo lacerato da guerre per il petrolio, i politici hanno cominciato a guardare sempre più alle fonti di energia alternativa, ma le loro scelte più importanti si sono indirizzate sul nucleare. Uno dei miti diffusi negli anni sostiene che la produzione di elettricità dal nucleare non contribuisce al riscaldamento globale, non inquina, costa poco ed è sicura. L’attivista antinucleare Helen Caldicott, nota in tutto il mondo, nel suo libro “Il nucleare non è la risposta” (Gammarò editori), svela i veri costi e le possibili conseguenze del nucleare, citando fatti che smentiscono la propaganda finanziata dall’industria nucleare. Il nucleare di fatto contribuisce al riscaldamento globale: il suo costo reale è proibitivo e a pagare il conto alla fine sono sempre i contribuenti. E poi semplicemente non c’è abbastanza uranio nel mondo per sostenere il nucleare sul lungo termine e la possibilità di un incidente catastrofico casuale o dovuto a un attacco terrorista supera di gran lunga qualunque possibile beneficio.

La prefazione è del Dr. Nicola Armaroli, Chimico e Ricercatore presso il Consiglio Nazionale delle Ricerche (CNR) di Bologna, esperto di questioni energetiche ed autore con il Dr. Vincenzo Balzani del libro “Energia per l’astronave terra”, (edizioni Zanichelli):

MARZO 2009. La nuova amministrazione federale degli Stati Uniti chiude definitivamente la strada al progetto Yucca Mountain, il deposito sotterraneo di stoccaggio permanente dei rifiuti radioattivi ad alta attività la cui gestazione è durata oltre 30 anni. Il sito è quasi terminato ed è costato più di 80 miliardi di dollari, ma la gestione del processo di conferimento e stoccaggio è considerata troppo dispendiosa e rischiosa. Il deposito Yucca Mountain, peraltro, è già virtualmente pieno: a malapena ospiterebbe i rifiuti già esistenti e oggi sparsi su tutto il territorio degli Stati Uniti. Per quelli “freschi” bisognerebbe partire con un nuovo progetto e servirebbero altri decenni di massicci investimenti, studi approfonditi e battaglie legali. Nessuno ha intenzione di procedere.

APRILE 2009. Gli Stati Uniti si smarcano dalla Global Nuclear Energy Partnership (GNEP), nata con lo scopo di produrre combustibile nucleare da parte dei paesi “affidabili” per distribuirli nel mondo ai paesi “utilizzatori”. L’iniziativa sollevava almeno due dubbi. Chi stila la classifica dei paesi “affidabili”? Chi può garantire che un paese resti “affidabile” per secoli, il tempo necessario a gestire un sistema nucleare? La storia, si sa, è complicata e piena di sorprese.

LUGLIO 2009. Nell’asta per l’assegnazione dell’appalto di 2 nuovi reattori nucleari in Ontario (Canada) le aziende costruttrici offrono prezzi tripli rispetto a quelli attesi dalla locale power authority. Salta tutto: nel paese primo produttore mondiale di uranio, non si faranno nuove centrali. Del resto in Australia, maggior detentore mondiale di riserve di uranio, non hanno mai costruito una sola centrale nucleare. Peccato, Canada e Australia sono paesi ricchi, tecnologicamente avanzati, pieni di uranio e dotati di immense aree disabitate. Due luoghi perfetti. Sulla carta.

Ho elencato solo i tre più recenti colpi assestati ad un settore industriale moribondo da 30 anni: la lista potrebbe continuare. Negli Stati Uniti, l’ultimo reattore nucleare civile (Watts Bar, Tennessee) è entrato in funzione nel 1996, dopo un iter durato un quarto di secolo. Un secondo reattore, nello stesso sito, dovrebbe essere acceso nel 2013, dopo un’odissea quarantennale. Il parco centrali mondiale è vecchio: la maggior parte degli impianti ha superato i 25 anni di età. Le circa 50 centrali in costruzione nel mondo, concentrate principalmente in Cina, Russia e India (non esattamente tre economie occidentali) non riusciranno a rimpiazzare gli impianti che dovranno essere chiusi per raggiunti limiti di età.

La tecnologia nucleare è ancora in funzione solo perchè, da 50 anni, gode di prodigiose iniezioni di denaro pubblico che la tengono artificialmente in vita. Nella seconda metà del XX secolo, l’idustria nucleare americana ha ricevuto oltre il 95% dei sussidi federali al settore energetico, principalmente di natura fiscale: oltre 140 miliardi di dollari. A livello mondiale, nello stesso periodo, il 60% dei fondi alla ricerca e sviluppo in campo energetico è andato al settore nucleare. Tutto questo senza contare i sussidi elergiti indirettamente dal settore militare, che per sua natura opera in regime di segretezza. Questa immensa profusione di denaro è ignota alla quasi totalità di quelli che hanno pagato il conto, cioè i cittadini contribuenti. E forse è meglio tenerli all’oscuro, dato che il risultato pratico è avvilente: l’energia nucleare costituisce oggi meno del 6% dell’offerta mondiale di energia primaria. Quale altra attività umana sarebbe ancora in piedi di fronte al bilancio investimenti/ricavi così miserevole?

Non esiste alcun rinascimento nucleare in nessun luogo del mondo: l’energia nucleare è in lenta ed inesorabile agonia, colpita a morte dalla sua insostenibilità economica, dalla sua inestricabile complessità, del legame ambiguo ma inscindibile con il nucleare militare (il caso Iran è emblematico). Una fine davvero ingloriosa per una tecnologia che pareva destinata a incarnare contemporaneamente il trionfo della tecnica, il successo del libero mercato, la grandezza dell’ingegno umano.

In Italia ci si sta attivando per far partire un nuovo piano nucleare civile. Su mezzi di comunicazione si sente spesso sostenere questa causa utilizzando tipicamente cinque argonentazioni:

  • L’energia nucleare prodotta per via nucleare è la più economica
  • La tecnologia nucleare non produce gas serra
  • Le centrali nucleari sono totalmente sicure
  • Il problema delle scorie radioattive è stato risolto
  • Il nucleare ci libera dalla dipendenza dal petrolio

Tutte queste 5 affermazioni sono false. Chi le pronuncia, o non sa quello che dice oppure mente sapendo di mentire. Dimostrare la loro infondatezza non richiede analisi particolarmente raffinate, prendiamo ad esempio l’ultima «verità». La Francia produce il 78% della propria elettricità per via nucleare, l’Italia zero, ma il consumo di petrolio pro capite è più elevato in Francia che in Italia. Il petrolio viene destinato al sistema dei trasporti e alla petrolchimica, l’uranio serve per alimentare centrali elettriche: l’uranio non è un surrogato del petrolio. Nè l’uranio ci libera dalla dipendenza energetica da fornitori esteri, altro mito da sfatare: nell’Unione Europea le riserve di minerali di uranio sono sostanzialmente nulle.

A dire il vero, lo scetticismo verso la fissione nucleare è alquanto diffuso nell’ambiente scientifico italiano, ma prevalse il silenzio e l’acquiescenza ad una propaganda nuclearista degna dell’Unione Sovietica: del colossale fiasco nucleare mondiale di oggi, in Italia, non è opportuno parlare. Punto e basta. In un Paese perennemente prigioniero del suo passato e incapace di progettare il proprio futuro, il dibattito tra favorevoli e contrari assume toni di una superficialità desolante: molte contrapposizioni ideologiche, pochissimi numeri e fatti. In un quadro così sconfortante, ben venga la traduzione italiana di un libro americano che costituisce uno dei più pesanti atti d’accusa mai scritti nei confronti dell’energia nucleare. Questo testo, molto documentato, aiuta il lettore italiano a capire perchè una tecnologia che sulla carta è perfetta (impiega ridottissime quantità di combustibile, produce piccoli volumi di rifiuti, non emette CO2 in fase di funzionamento) diventa in pratica così complessa, costosa, inquinante e potenzialmente pericolosa, da sconsigliarne l’impiego e lo sviluppo. In Italia dovremmo adottare la tecnologia EPR francese, quella che si sta cercando di far partire in Finlandia con risultati deprimenti. Il cantiere del reattore Olkiluoto 3 fu aperto su un sito che già ospitava due reattori nucleari, al fine di favorire un iter veloce: “solo” nove anni dalla richiesta di autorizzazione (2000) all’accensione (2009). In realtà gli anni sono già diventati 12 e forse non basteranno perchè nel frattempo il budget è lievitato di oltre 50% e si sono scatenate battaglie legali miliardarie tra il costruttore e il committente. Nel frattempo, l’autorità di controllo finlandese ha individuato centinaia di “non conformità” nel cantiere. Questo fiasco è accaduto in un paese tradizionalmente affidabile, efficiente, con bassa densità di popolazione, elevata fiducia dei cittadini nelle istituzioni e negli organi di controllo, esperienza decennale nella gestione di una filiera nucleare. Nessuna di queste condizioni è oggi presente in Italia, un paese in cui 12 anni spesso non bastano per costruire una scuola o un ospedale.

E’ francamente difficile trovare un luogo meno adatto dell’Italia per costruire centrali nucleari: alta densità di popolazione, elevata sismicità, rischio idrogeologico diffuso, gestione inefficiente delle risorse idriche in un quadro di riscaldamento climatico, presenza di vaste zone di interesse turistico poco inclini ad accogliere impianti industriali pesanti, una tradizione consolidata di gestione approssimativa, spendacciona, clientelare e poco trasparente delle grandi opere, elevata reattività sociale, bassa fiducia dei cittadini negli organismi di controllo, presenza di organizzazioni criminali dedite al traffico di rifiuti radioattivi. E come dimenticare che abbiamo una potenza elettrica istallata quasi doppia rispetto alla domanda di picco (ma l’italiano medio è stato convinto che siamo un paese alla disperazione elettrica…) e migliaia di MW di centrali a gas di grande potenza nuove di zecca? Come se tutto questo non bastasse, l’Italia non ha tecnologia (ci affidiamo a paesi stranieri), non ha il combustibile e, fatto ancor più rilevante, non ha le risorse necessarie per finanziare un piano nucleare da decine di miliardi di euro. Rimangono misteriose le ragioni per cui, in un paese che vive cronicamente alla giornata, si progetti di investire sul lunghissimo termine in un settore industriale decotto, nel quale nessun paese avanzato crede più. Non dimentichiamo poi che l’Italia ha già le sue centrali nucleari: quelle vecchie da smantellare. Una voragine di denaro pubblico della quale non si vede ancora il fondo, come più volte messo in luce dalla Corte dei Conti.

L’energia nucleare non è la risposta ma, piuttosto, è un groviglio di domande cui abbiamo cercato ostinatamente di rispondere per oltre 60 anni, senza mai giungere a conclusioni convincenti e definitive. Di fronte alla minaccia incombente della crisi energetica e climatica, nello scenario di un mondo sempre più fragile e complesso, è semplicemente insensato continuare  a spendere enormi quantità di energie intellettuali e risorse economiche per percorrere la strada più lenta, costosa, limitata, rigida e pericolosa che abbiamo a disposizione. E’ giunto il momento di uscire dal vicolo cieco in cui ci siamo infilati il 2 dicembre 1942 a Chicago, quando Enrico Fermi dimostrò la possibilità della fissione nucleare controllata. Bisogna avere il coraggio, l’onestà e la lungimiranza di dire basta e voltare pagina. Leggendo questo libro, capirete meglio perchè.

NICOLA ARMAROLI
Consiglio Nazionale delle Ricerche, Bologna

da Helen Culdicott
IL NUCLEARE NON E’ LA RISPOSTA

 Altri post possono essere consultati nella sezione: NUCLEARE

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1 commento

  1. Da un lato Berlusconi spara la fesseria più grande del terzo millennio “SCONFIGGERE IL CANCRO” (idiota lui e tutti quelli che lo applaudivano come pecore), dall’altro illude i suoi elettori, per un pugno di voti, con la promessa impossibile del ritorno al nucleare (povera Italia in che mani siamo) !!! E Scajola fa il pappagallo…


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