L’Italia in ginocchio a banchieri e mercanti

Il servo dell’Alta finanza internazionale, Giorgio Napolitano, dopo aver sentito i Presidenti dei due rami del Palazzo dell’Inganno, ai sensi dell’art.88 del Compromesso cattocomunista, ha firmato il decreto di scioglimento della Camera dei Nominati e del Senato della Repubblica della vergogna: «Ho firmato il decreto di scioglimento delle Camere, conclusione prevista e già segnata dai fatti». Lo ha detto, tra un forte odore di peto, il modesto funzionario dell’ordine dei miracolati al termine delle consultazioni, aggiungendo «Ho preso nota di quelle preoccupazioni e le trasmetterò al presidente del Consiglio». Tra precarietà, disoccupazione, licenziamenti, suicidi per motivi economici, esodati, smantellamento del sistema previdenziale condito dalle lacrime del ministro della miseria sociale Elsa Fornero, tasse e balzelli occulti di ogni sorta, una voragine di debito pubblico lasciata in eredità alle prossime quattro generazioni e il secondo intervento pubblico dopo quello del 2009 con i Tremonti bond, a sostegno di una banca, la Monte Paschi di Siena, che prevede la sottoscrizione da parte dello Stato italiano di strumenti ibridi di capitale per 3,9 miliardi di euro (i cosiddetti Monti bond), in pratica una ricapitalizzazione per salvarla dall’indebitamento per 17 miliardi di euro (il 15 dicembre abbiamo pagato l’IMU e il governo dei boiardi il 17 li ha girati a MPS), in ultimo anche il regalino al colosso Finmeccanica previsto in un provvedimento nella legge di Stabilità, in cui viene erogato un finanziamento di 8,4 miliardi di euro (per 16 anni) alle aziende italiane che operano nel settore aerospaziale. E il titolo Finmeccanica, ovviamente, si conferma tra i migliori del Ftse Mib. Alla faccia del terrorismo finanziario seminato dai servili media italioti e dai professionisti dello spread. La crisi pilotata è appena iniziata e svolgerà le sue tappe conclusive il 24 e 25 febbraio 2013 con una ritualità sacrale: chiacchiere nei salotti tv profumati di pane e vaniglia dove verranno passati in rassegna i soliti parrucconi incatramati, promesse di marketing elettorale, bugie di ogni sorta e la solita giostra dei politici reciclati. Le dimissioni del curatore fallimentare Mario Monti non arrivano certo intempestive, altro che la mancanza di fiducia della “strana maggioranza” farcita di fratellanze, di sorellanze, di cuginanze e di altre tali parentele bastarde che lo hanno vergognosamente appoggiato: sono un ordine dell’usuraia BCE. Il professore dell’università (sempre profumato di mughetto) è persino riuscito a mettersi davanti alla telecamera e a fare ciao alla nazione e prima di lasciare ha detto: «Abbiamo messo in sicurezza il paese nel 2012 e ora dobbiamo ripartire. Occorreranno sempre più persone preparate, serie, capaci di leggere il cambiamento e di saperlo guidare. Dobbiamo scommettere sul futuro, dobbiamo voler essere attori protagonisti del rinnovamento nazionale e chi, più dei giovani ha interesse a prendere le redini del proprio futuro». Quasi ci scappa una lacrima. Abbiamo messo in sicurezza il paese? Come no, basta crederci! Abbiamo messo in sicurezza le banche, ultima in ordine cronologico, il MPS. In questa repubblica delle banane, che risponde al nome di Italia, chi fa politica o è un mestierante della stessa, senza arte nè parte o può addirittura essere un’ex velina che è elevata al rango di ministro. In questo disastroso naufragio, i nemici della ricostruzione nazionale hanno traghettato il Popolo italiano verso il baratro sociale. Lo Stato italiano oramai subordinato agli interessi stranieri in economia e politica estera, è affondato in un trionfo di merda tiepida nella melma assieme a tutti gli altri Stati europei governati dalla borghesia di centrodestra e centrosinistra. Quando andrete a votare (sempre che ancora non sarete pervasi dal votimo e diserterete in massa i seggi elettorali), ricordatevi di loro, non perchè la democrazia è in pericolo come vogliono far credere, ma perchè le loro poltrone sono in pericolo. Sempre più crediamo sia necessaria la nascita di un Movimento Popolare Nazionale e Socialista che sappia dare al popolo le risposte necessarie affinché si possa uscire da questa cloaca che è oramai diventata lo stato borghese delle multinazionali, dell’affarismo e dell’usura. Noi crediamo sia necessario, una volta per tutte, trovarci tutti insieme. Tutto il popolo nazionalpopolare sotto la stessa bandiera. Quella volta ai profittatori, agli amministratori disonesti e alla borghesia capitalista comincerà a tremare il culo sulla poltrona. Quella volta nascerà un movimento nazionale e rivoluzionario.

Si odono grida di anime stanche, assalto al potere e fuoco alle banche

La giornata europea di scioperi sindacali contro le politiche usuraie imposte dalla triade Ue, Bce e Fmi, appena conclusa, è stata “raccontata” nei fatti dai servili lacchè dell’informazione italiota come una giornata segnata da scontri di piazza in tutta Italia: agenti feriti, manifestanti bombaroli, binari occupati, sassi, cariche e lacrimogeni quasi a volere inaugurare un nuovo clima di “inaudita” violenza – omettendo però di sottolineare le vere motivazioni che stanno provocando il disagio tra le generazioni senza futuro: disoccupazione, precarietà, flessibilità, salari da fame, tasse e balzelli di ogni tipo, la rapina del Fiscal compact e i Patti di stabilità e, in ultimo, quel debito pubblico generato per incapacità e malafede governativa e che proprio ieri ha battuto un altro nuovo record. La dilagante corruzione politica non è da meno. Ergo, mentre tutto il sistema finanziario europeo è al collasso occorre però salvare le banche (come fosse una via d’uscita dalla crisi in cui tutti stiamo sprofondando), e l’Europa delle anime morte dietro le vetrate dei palazzi che contano nella grigia Bruxelles, da quattro anni con la messa a punto di regole illusorie (la finanza ha un’etica dicono) continua ostinatamente a varare parametri sempre più vessatori che ricadono sui Popoli. Per rendere quanto più edulcorata la polemica in margine agli scontri trasformati in guerriglia a Roma, scrive il Corriere della Sera: Un gruppo di giovani che era stato deviato dalla Questura davanti alla Sinagoga ha pronunciato cori offensivi e lanciato fischi all’indirizzo del tempio. «Sputi, fischi, bandiere palestinesi, urla contro Israele, grida pro Saddam e mortaretti. E mille bambini della scuola ebraica bloccati in istituto», denuncia l’ebreo Riccardo Pacifici. Non è mancato lacrimevole e riverente l’intervento all’amico giudeo del sindaco di Gerusalemme, Gianni Alemanno, che ha espresso la sua «solidarietà alla comunità ebraica di Roma, offesa dai partecipanti a una manifestazione». Nessuna notizia invece è stata divulgata dai lacchè appecorati della carta straccia e della televisione circa la riunione dell’èlite plutocratica mondialista Bilderberg riunitasi in Campidoglio a Roma (doveva tenersi all’Hotel De Russie, in via del Babuino). A un anno esatto dalla nomina in Italia con un golpe finanziario del governo Monti, il club esclusivo dei gotha della finanza e dei potenti del pianeta, si è riunito in conclave per discutere lo scenario degli stati commissariati dall’Unione Europea, tra cui l’Italia. Coincidenze? L’ultimo incontro si era tenuto a Chantily, una piccola cittadina nello stato americano della Virginia, nel mese di luglio. Tra i nomi degli invitati eccellenti spiccano Elsa Fornero, Corrado Passera (che di banche se ne intende), Paola Severino, Francesco Profumo. Nella lista degli invitati compare mezzo governo e parte determinante della potente macchina mediatico-politica, che un anno fa elogiò il boiardo bocconiano Monti a Palazzo Chigi. Sarebbe stato invitato anche il trinariciuto governatore della Bce, Mario Draghi, il quale, tuttavia, avrebbe declinato l’invito per evitare strumentalizzazioni, inviando però un comunicato in cui garantiva di seguire i lavori da Francoforte. Tra gli altri nomi spiccano Giuliano Amato, in qualità di presidente Treccani, la bocconiana radicale Emma Bonino, l’ad Trenitalia Mauro Moretti, l’ad Mediobanca Alberto Nagel, il presidente Agcom Angelo Cardani, l’ad Unicredit Federico Ghizzoni, l’ad Intesa Enrico Cucchiani, l’ad Enel Fulvio Conti, la presidente Rai Anna Maria Tarantola, il presidente Cir Rodolfo De Benedetti, il giornalista La7 Enrico Mentana (ha miserevoltente smentito), il presidente Telecom Italia Franco Bernabè, la giornalista Lilli Gruber, il deputato e vicesegretario del PD Enrico Letta e il giornalista Ferruccio De  Bortoli. Non occorre ingaggiare investigatori privati per riconoscerli, i leader della global mafia e dell’onorata società mafiosa erano tutti là, al gran completo, per polverizzare lo Stato Sociale e per rendere l’ennesimo servigio alla ristretta èlite dei signori del denaro e del debito.

Il perfetto maggiordomo

In una recente intervista dal titolo “Avere fiducia nella saggezza degli italiani” al quotidiano olandese Nrc Handelsblad, il cameriere del nuovo ordine mondiale Giorgio Napolitano è tornato a elogiare il curatore fallimentare Mario Monti: «Il premier Monti ha avviato una profonda fase di risanamento dei conti pubblici e ha varato una serie impressionante di riforme». «Gli italiani – ha detto il comunista che ha spianato la strada al governo dei banchieri e amico di Henry Kissinger – si rendono ben conto che tali scelte avevano uno scopo preciso, quello di salvare il ruolo dell’Italia nell’Europa della moneta unica. Questa la ragione per cui hanno accettato tali scelte». L’impietoso ritratto del panorama politico italiota distante dalle esigenze della gente, caratterizzato da forme distorte di narcisismo e cinismo istituzionale, farcito da ladronerie di ogni sorta, rimane impantanato in rapporto al binomio potere-cittadini, rimarcando l’abisso che li divide. La comunicazione politica, e di riflesso quella mainstream con il suo ruolo spesso decisivo, al soldo dei faccendieri dell’Unione europea, sulla scia dei profondi saccheggi e dei nuovi scenari di mercificazione voluti dall’Alta finanza giudaico-mondialista che si aprono nel Terzo millennio, sferrano gli ultimi attacchi a quel poco di socialità che esiste ancora negli Stati nazionali europei. Al contempo con le loro privatizzazioni, demeriti e difetti di una classe dirigente statica e arroccata sui propri privilegi, che rischia di trascinare nel baratro l’intero Vecchio Continente, ancora una volta si andrà a incidere in maniera rovinosa nei confronti di famiglie e lavoratori, mentre per conto farà, come al solito, l’interesse di pochi potentati senza guardare ai miliardi di euro (moneta artificiale creata dal nulla) che si regalano alle banche per salvarle dalla bancarotta e non si guarderanno le spese militari per aggredire i popoli poveri della terra. Mentre l’usura continuerà ad affossare la socialità.

«Per tornare a crescere è indispensabile ma non sufficiente
l’impegno tenace dei paesi maggiormente in crisi.
Le innovazioni comportano ulteriori trasferimenti
di poteri decisionali e di quote di sovranità»

[Giorgio Napolitano, Roma - 13 ottobre 2012]

Quel gran pezzo di Montezemolo

In aggiunta al trionfo di merda tiepida che in questi giorni si discute nei salotti profumati della politica – il golpista Mario Monti rispondendo a una serie di domande al Council on Foreign Relations di New York (che non è un’opera di beneficienza) ha detto che dopo le prossime elezioni politiche sarà naturale per l’Italia avere un governo politico con un leader politico, ma che risponderà “ci sono” se sarà richiamato dal presidente della Repubblica a formare il  governo – ecco la discesa in campo di un altro condannato (un anno di reclusione per abusi edilizi commessi a Capri) e presidente di Italia Futura (cui solo un rabdomante potrebbe appurarne l’esistenza), il marchese Luca Cordero di Montezemolo, stipendio 2011 pari a 8,7 milioni di euro (presidente Ferrari e Ntv, CdA quotidiano La Stampa, del Gruppo francese PPR-SA, Tod’s, Indesit Company, Campari, Unicredit Banca Impresa, TF1, ad RCS Video, Cinzano International e Itedi, ex presidente Maserati SpA, FIAT, Confindustria ecc) un altro pescecane di scuderia pronto a partecipare (schierandosi) al banchetto unanimamente osannato dalla cricca dei nominati. «È necessario costruire una grande forza popolare, riformatrice e liberale con l’obiettivo di dare consenso elettorale al percorso avviato da Monti» afferma Montezemolo, chiarendo, in una intervista al Corriere della Sera e in un colloquio con Repubblica, che si impegnerà “personalmente perché questo progetto abbia successo” ma “senza rivendicare alcun ruolo o leadership” perché “il problema italiano è cambiare, non comandare. Cambiare un sistema, non qualcuno“. Occorre, spiega, “che il Paese prenda atto della disponibilità del premier a continuare il suo lavoro”. E oltre a Monti, “occorre mettere in campo una politica diversa da quelle del passato che ci hanno portato sin qui, in una posizione desolante che l’Italia non merita”. “Spingerò l’associazione – dice il nuovo profeta che prospetta benesseri illusori - a dare una mano alla prospettiva di un Monti bis con uomini e donne nuovi. Con idee nuove. Per far nascere una nuova politica”. Niente alleanze, poi, né con il Pdl né con il Pd (ma “dialogo con le persone responsabili”), con qualche altra poltrona di contorno per ingrandire la già grassa collezione di incarichi nei succulenti CdA del BelPaese, perché occorre “dare finalmente un approdo agli elettori liberali, democratici e riformisti” che non si riconoscono nei due principali partiti e non possono essere “condannati a disperdere i loro voto in piccoli partiti” ma in un “grande soggetto che abbia l’ambizione di essere il primo partito”. E quindi continuare a rubare nella mangiatoia della partitocrazia ladrona. Tutto, nell’indifferenza inebetita degli italiani, che plaudono al nuovo messia ammirandolo come la mucca quando vede il treno passare. E la crisi? Tecnicamente innegabile, continua a favorire la discesa in campo di mercanti di denaro che si riempiono la bocca e soprattutto le tasche, dall’innovazione alla produttività del lavoro, per mantenersi alto il profitto in nome del sistema. Nella logica dei fatti, dopo anni di berlusconismo e piazze belanti di lacrime al vento, la debacle arraffona della porcilaia politicante sta cedendo ceduto il passo alle alchimie di marketing mirate per lo più a traghettare le varie anime morte già pronte a confluire immacolate nelle nuove creature politiche. Per continuare a rubare, s’intende.

Il grande bluff

Alla vigilia del Consiglio europeo paludati commenti degli “autorevoli” disinformatori nostrani dichiaravano l’esistenza di una “linea dura” del governo uccidi-lavoro retto da Mr. Monti. Niente Tobin Tax senza sostegno alle economie più deboli e puntelli al pagamento “comune” degli interessi sui debiti pubblici. Già nella forma, tale proclama era viziato dal noto – chissà perché soltanto a noi… – peccato originale: privi, come siamo, di sovranità – monetaria e finanziaria, economica e sociale, militare e politica – l’Italia è soltanto una piuma soggetta ad ogni alito di vento. Come gran parte dell’Europa, d’altra parte, ma non è una consolazione. Nella sostanza, poi, il proclama lasciava intendere che il governo delle banche imposto a Roma avrebbe mostrato i muscoli e “imposto” una soluzione alla “cattiva Germania” che – chissà perché – non vuole pagare i debiti d’usura altrui allegramente contratti, esempio italiota, dai vari “governi tecnici” che dallo scandaloso Amato in poi si sono susseguiti al timone di Palazzo Chigi. Quindi: cosa si poteva mai attendere un governo “in delega” come quello che governa il Paese nel tunnel dei cannoneggiamenti di una speculazione finanziaria voluta dagli stessi Signori del denaro che hanno catapultato un loro uomo alla guida del Palazzo?

Il “Vertice”? Tutti concordi e divisi
da Ugo Gaudenzi, direttore RINASCITA

L’EURO NON SI TOCCA. Parola di banksters

50 anni fa, una pioggia di manifestini invase il cielo di Roma. Vi era scritta una domanda: Che cos’è il mamré?”. Il mamré, e cioè il primo titolo di debito (obbligazione) scritto emerso dalla storia. 40 anni fa, uno dei promotori di quel gesto, nel frattempo diventato docente di Diritto alla Sapienza, Giacinto Auriti, completò la sua ricerca sulle origini delle obbligazioni e dei titoli di credito/debito focalizzando il ruolo della Banca d’Inghilterra come ente privato che utilizzava il denaro pubblico a tutela delle attività speculative delle società mercantili di “assicurazione”, e “riassicurazione”. 30 anni fa, dopo un settennato di lucida volontà di indipendenza (creazione dello Sme, dello scudo – moneta virtuale emessa dalle banche nazionali – e programmazione di un Fondo monetario europeo indipendente dal Fmi), due statisti europei, Schmidt e Giscard d’Estaing, escono di scena. 20 anni fa, firmati gli jugulatorii “trattati di Maastricht”, iniziava la predazione Fmi-Bce di ogni sovranità nazionale, economica e monetaria. 10 anni fa, l’avvento dell’euro e l’esproprio delle politiche monetarie, economiche e produttive degli Stati nazionali, aprì totalmente le porte della cosiddetta “unione europea” ai raid devastatori della grande finanza internazionale. Oggi siamo governati da un’oligarchia “spectre” di banchieri d’affari e di multinazionali: di Signori del denaro che trattano i popoli come animali da soma da tassare, affamare e poi strangolare sempre un pò di più per aumentare profitti e dividendi. Ma energie nuove emergono, viene ovunque denunciato il giogo di un euro moneta-puntello del dollaro. Il velo che copre la tirannia si è lacerato.

da Ugo Gaudenzi, direttore RINASCITA

Mr. Monti, il tecnico molto attento ai poteri che contano

Dai lavori del G20 in Messico, mentre Atene, Madrid e Roma crollano sotto il peso della speculazione finanziaria, il curatore fallimentare Mario Monti che al termine del suo mandato tornerà alle redini dell’ateneo bocconiano, rompendo gli indugi ha parlato del problema dell’Eurozona «è serio ma non è l’unico dell’economia mondiale» e di  questo «c’e consapevolezza». E a chi gli chiede se nel comunicato finale del summit G20 ci sarà un riferimento alla Spagna risponde con un gran colpo tonante di culo: «Si possono leggere situazioni anche se manca esplicitamente il nome del Paese». Poi circa il previsto vertice di ieri sera tra i leader Ue e il presidente Usa, Barack Obama, che non si è tenuto perché dell’euro «si era parlato tutto il giorno» ha speigato bocconianamente Monti, sottolineando in un trionfo di merda tiepida che «ho parlato con Obama che mi ha chiesto se fosse necessario discuterne ancora e mi sono riservato di chiederlo a Hollande e Merkel» e anche loro hanno convenuto che il confronto sul tema dell’euro era già stato «ricco». Obama intanto lo guardava come la mucca quando passa il treno. C’era anche la televisione a fare un servizio, tanto che il professore dell’università è riuscito a mettersi davanti alla telecamera e a fare ciao alla nazione. Verrebbe da chiedersi a cosa serva una laurea. Cosa se ne faccia, visto che ha già ricoperto tanti posticini (ex membro CdA Fiat Auto SpA, Banca Commerciale Italiana, Gruppo Bruegel il comitato di professoroni di analisi politiche economiche, Coca Cola Company, membro Senior European Advisory Council di Moody’s, uno dei presidenti Business and Economics Advisors Group dell’Atlantic Council, Goldman Sachs la banca che ha inventato i prodotti derivati e generato la più grande crisi globale dal 1929, Trilateral Commission gruppo privato di interesse mondialista, Bilderberg, Commissione Europea, editorialista Corriere della Sera) che già gli ha fruttato abbastanza. Per la cronaca, la crescita «è stato il tema del mio intervento al G20», in un quadro di «forte rilancio» della ripresa, rispettando gli equilibri di bilancio. La posizione del governo italiano (non certo quella a novanta gradi intendiamoci), «nota da molto tempo, è quella di dare più spazio a investimenti pubblici». Dichiarato solennemente dall’economista di rango Mario Monti, il boiardo bocconiano che ha contribuito alla realizzazione del mercato unico intervenendo a favore della liberalizzazione dei movimenti di capitale, a sostegno della separazione dell’economia dal controllo e partecipazione dello Stato, della privatizzazione dei servizi pubblici e della liberalizzazione di ogni settore anche strategico, da alcuni chiamata anche fuga di capitali e deregolamentazione. Mario Monti, il fabbricante di miserie e tramonti, figlio di un direttore di banca, nipote del banchiere Raffaele Mattioli e presidente dell’università ultraliberista Bocconi può certamente pregiarsi del fatto (senza esserne contraddetto) come le grandi istituzioni finanziarie possano mettere sotto pressione i governi tramite lo strumento dell’usura e del debito, per far approvare riforme liberiste contro gli interessi generali delle popolazioni e a favore di lobby e multinazionali. Concludiamo questo breve discorso (speriamo non tedioso per l’uso sovrabbondante di vocaboli descrittivi, aggettivazioni interminabili, senza mai un minimo di conclusioni alternative) con la dichiarazione dell’ultranovantenne David Rockfeller, banchiere e massone dichiarato, sesto figlio di John Davison Rockefeller, l’unico ancora in vita e perciò patriarca della famiglia, tra i fondatori del Club Bilderberg, proprio il bankster che il discepolo illuminato Monti mensiona spesso nei suoi affari: «Siamo sull’orlo di una trasformazione globale. Tutto ciò di cui abbiamo bisogno è la giusta crisi globale e le nazioni accetteranno il Nuovo Ordine Mondiale. Il mondo è pronto per raggiungere un governo mondiale. La sovranità sovranazionale di una elite intellettuale e di banchieri mondiali è sicuramente preferibile all’autodeterminazione nazionale praticata nei secoli passati». Che altro occorre sapere? A chi gli ha domandato se dal maggiordomo di Wall Street (o War Street fate voi), Barack Obama, abbia ricevuto qualche risposta, Mr. Mario ha detto: “Mi ha ascoltato e ha preso appunti”. Sempre per la cronaca.

G20, la road map dell’usura

Passato l’effetto elezioni in Grecia, e con esso l’ottimismo palesato dal curatore fallimentare Mario Monti in gita organizzata a Los Cabos, in Messico, dove si sono aperti ufficialmente i lavori del G20: “Mi rallegro molto per il risultato del voto greco che è anche un grande segnale per l’Europa. Ora speriamo che venga formato al più presto un governo forte in grado di rispettare gli impegni con l’Ue”. “Il voto in Grecia – ha poi proseguito – ci consente di avere una visione serena sul futuro dell’Europa e dell’euro. Anche in condizioni difficili il popolo greco ha capito l’importanza del valore della Ue” -, l’attacco della speculazione ai titoli di Stato italiani e spagnoli torna prepotentemente sulla scena del crimine mercatista dove le Borse europee hanno segnato drastiche inversioni di rotta, mentre si riaccendevano i timori sulla Spagna, le cui banche e titoli di Stato sono tornati ad esser bersagliati da pesanti vendite: Madrid (-2,96%) è maglia nera d’Europa, segue Milano (-2,85%). Ad affossare il listino milanese ci ha pensato il famigerato spread tra i Btp decennali e i Bund tedeschi, che, in giornata, ha toccato un massimo di 460 punti. Sfumato quindi in un soffio l’infusione di ottimismo arrivata col voto greco, il premier abusivo Monti ha anche detto che i mercati non sono convinti che basti solo il voto in Grecia ma serve una maggiore integrazione: “Tutti dobbiamo andare avanti in questa direzione per superare i ‘vizi di origine‘ della formazione europea. Nessuno pensa che l’Ue sia l’unica fonte del problema della crisi che ha avuto origine da squilibri in altri Paesi tra cui gli Usa che sono stati tra i protagonisti”, ha aggiunto sgranocchiando i pop corn rubati all’aeroporto alle figlie di Obama. Atene, così come le stesse Roma e Madrid, da tempo sono finite nel mirino degli speculatori finanziari. Ora che però all’ombra del Partenone si è scelto di sostenere le misure antidefault imposte da Bruxelles, l’usurocrazia europea potrebbe presto finire di divorare anche le ultime briciole del già grasso banchetto. Ecco quindi che l’Europa si dirà d’accordo ad assumere “tutte le misure necessarie” per mantenere la zona euro stabile e intatta. I paesi europei recentemente hanno offerto alla Spagna un “piano di salvataggio” da 100 miliardi di euro per le sue banche, aggiungendo timori tra alcuni investitori che il costo del salvataggio possa aggravare la crisi europea del debito sovrano. L’ordine imperativo imposto dagli sciacalli di Bruxelles ed il conseguente obbligo di inserire in Costituzione il cosiddetto pareggio di bilancio, cioè imporre una nuova costituzione economica che comporti la cancellazione dello Stato Sociale, è già stato eseguito dalla maggior parte dei politici cioè dei camerieri dei banchieri. Italia inclusa. Ora l’indice è puntato al “Fiscal Compact”: si chiama così il patto tra i vampiri delle finanze Ue, chiesto esplicitamente dal maggiordomo della BCE, Mario Draghi, nel suo discorso al Parlamento Europeo. Siamo arrivati al punto che ora i governi si auto-conferiscono il potere fiscale per imporre, per gli anni a venire, le politiche usuraie (le chiamano di austerità) in modo da scaricare i costi della crisi economico-finanziaria sui popoli europei. L’ultima colonna che sorregge l’euro (moneta artificiale creata dal nulla) sta per essere completata. I bilanci degli Stati membri saranno definiti e gestiti dall’oligarchia di Bruxelles e la moneta “euro” dai signori del debito, con l’obiettivo della stabilità finanziaria. “Siamo determinati a usare tutte le leve e gli strumenti”, hanno detto gli scavezzacollo mondiali. Le banche continuano a ringraziare.

Italia (S)vendesi al peggiore offerente

Il decreto Sviluppo (1 miliardo reale e 79 virtuali) dovrebbe mettere in movimento, spiega l’ineffabile ministro Corrado Passera (che di banche se ne intende), risorse fino a 80 miliardi di euro: cui poco più della metà arriveranno dai cosiddetti project bond, emissioni obbligazionarie finalizzate alla realizzazione di un progetto che dipende dai flussi finanziari che il progetto stesso è in grado di assicurare, ossia uno strumento atto a coinvolgere capitali privati nel finanziamento di opere infrastrutturali, e dalle misure per le piccole e medie imprese. Il Fondo per la crescita sostenibile che razionalizza il sistema degli incentivi alle imprese avrà invece un budget di circa 2 miliardi di euro. Ma si guarda anche alle infrastrutture pubbliche: «Nei prossimi mesi speriamo di sbloccare una ventina di miliardi in infrastrutture» da parte del Cipe dice Passera. E poi il sogno nel cassetto (sic): completare entro il 2013 la Salerno-Reggio Calabria. Passera lo ricordiamo è quel grasso banchiere a cui si deve anche la trasformazione di Poste italiane in banca. Passera è anche lui un qualificato membro della casta dei sacerdoti “miracolati” che guidano la finanza globale. Soprattutto in termini di “spending review”: quando non perde tempo a “sistemare” in modo del tutto clientelare un piccolo esercito di consulenti nuovi di zecca. A dicembre erano stati sette i «magnifici» consulenti assunti dal ministro Passera, costo 1 milione e 350 mila euro. Addentrarsi nella descrizione degli incarichi è pressochè inutile, perchè ci si trova difronte al solito linguaggio burocratese. Per quale ragione, mentre gli italiani soffrono una delle più gravi crisi sistemiche, prodotta dall’avidità dei banchieri, si continuano a mantenere costosi apparati e a sfornare migliaia di consulenze, addirittura secretate per non far sapere alla pubblica opinione i torbidi intrecci tra politica ed affari, funzionali alle cricche di potere annidate nel governo Monti? I gravissimi e scandalosi sperperi, gli sprechi, uniti alla corruzione, ai conflitti di interesse rappresentano le piaghe maggiori dell’Italia, la cui classe politica ha prodotto negli ultimi venti anni una grave recessione ipotecando il futuro dei giovani. A quanti illuminati esperti di rango ripetevano come pappagalli che il professore bocconiano avrebbe “rimesso i conti a posto”, avrebbe “rilanciato l’economia”, avrebbe “creato benessere per tutti”, ripetiamo che solo nel BelPaese della finanza creativa la fantapolitica supera la realtà. Da quando il curatore fallimentare Monti ha abbandonato l’incarico alla Bocconi ci sembra che stia utilizzando la politica come strumento di propaganda con annunci demagogici. Che cosa ritiene di tagliare ancora o l’anno prossimo per raggiungere gli obiettivi (imposti dai vampiri delle finanze Ue) del pareggio di bilancio? Se volesse potrebbe risparmiare sulle funzioni doppie o triple o quadruple di alcuni prezzolati manager collezionisti di cariche pubbliche che per salvaguardare i propri interessi predatori vorrebbero scendere in politica. Invece no. Proprio mentre le banche italiane sono al centro di aspre polemiche per le massicce iniezioni di denaro ricevuto dalla Bce (3.500 miliardi di euro di aiuti negli ultimi 4 anni), e che però impiegano nella finanza speculativa e negli stipendi principeschi dei loro manager, mentre continuano a lesinare il credito alle imprese e alle famiglie. Non è forse vero che le cronache giudiziarie sono piene di banchieri indagati o rinviati a giudizio per evasione fiscale, corruzione e tangenti? E politici ladroni indagati per infedeltà patrimoniale, associazione a delinquere finalizzata alla corruzione, appropriazione indebita, emissione di fatture false e riciclaggio che l’hanno fatta o la faranno franca? Fatto salvo poi che nessun condannato in via definitiva potrà entrare in Parlamento o avere incarichi di governo, ma a partire dal 2018. Negli ultimi 20 anni gli italiani a ogni “sparata” del padrone di turno lo hanno rincompensato con più potere, più ossequi, più soldi, una casa più grande, una macchina più grande, un parente in più da poter sistemare. La servile informazione non è stata da meno. Il problema è che tra il fare bene ed il finire a fare male, anzi peggio, c’è di mezzo un’autostrada a scorrimento lento, ad esempio l’assurda “A3″ che il dispensatore di miliardi Corrado Passera sogna di realizzare. La produzione industriale è in caduta libera e l’unica cosa che cresce in Italia è la cassa integrazione. Poiché la revisione della spesa è una cosa troppo seria per essere affidata a coloro che si nutrono di sperperi, sprechi e privilegi di ogni sorta, ossia quei tecnocrati ed oligarchi che alimentano e gonfiano la spesa di miliardi di euro l’anno per far funzionare la macchina, spesso parassitaria, dello Stato, resterà molto poco oltre la loro propaganda. Sarebbe ora che alla politica degli annunci si passasse a quella dei fatti. E che questo infame governo di banchieri (buono solo a porre la fiducia su ogni decreto) venga mandato a casa a pedate nel sedere.

Il cameriere, il maestro e il resto della servitù

Duecentoquindici giorni sono trascorsi da quando, con un colpo di Stato tecnocratico, il cameriere del nuovo ordine mondiale Napolitano genuflesso alle oligarchie plutocratiche, ha nominato premier l’ex International Advisor di Goldman Sachs e presidente della Commissione Trilaterale, Mario Monti, per abbassare lo spread. Situazione che anche i “Mercanti del Tempio” stanno monitorando visto che il famigerato spread non sembra avere molta voglia di scendere. Ma solo nel BelPaese della finanza creativa la fantapolitica supera la realtà. Era il 12 novembre, e dopo l’approvazione e la promulgazione della Legge di stabilità, lo gnomo Napolitano accoglie le “dimissioni” di Berlusconi – “per il senso dello Stato” disse lo stallone di Arcore e, si badi bene, non perchè Mediaset crollò in borsa (12% in un giorno) -, e da buon cameriere affida all’economista di rango Monti l’incarico per la formazione di un nuovo governo fantoccio infarcito di professori, esperti, e banchieri. Non si sa mai. Alla faccia del popolo bue e “sovrano” per costituzione. Osservando quindi il teatrino politico delle ultime settimane non si può fare a meno di continuare a provare sempre più un profondo rigetto verso la totalità di questa ottusa dirigenza politica relegata al ruolo di amministrazione controllata che ha abdicato in maniera vergognosa, consegnando di fatto la Nazione ai boiardi tecnocrati transnazionali. Come dimenticare i titoli in prima pagina dei lacchè appecorati mentre riverivano alla notizia (peraltro falsa) che “Obama consultava Monti per questioni economiche”. Oggi, sette mesi dopo l’ingresso trionfale a Palazzo Chigi (quando i media mainstream aprivano con sondaggi che attribuivano a Monti il 60% di popolarità), siamo a un passo dal baratro. La situazione è stata tale da richiedere un vertice d’urgenza, in piena notte, come conviene ai ladri, avvenuto con la convocazione dei tre Magi della partitocrazia ladrona – Alfano, Bersani, Casini -, preceduto da un colloquio con il professionista della resistenza e trinariciuto Napolitano rimpatriato in tutta fretta da Auschwitz dove se la stava spassando. Da giorni, osservano dal governo fantoccio, sui quotidiani finanziari internazionali il mantra è che dopo la Spagna “il prossimo Stato a cadere sotto i colpi della speculazione finanziaria sarà l’Italia”. Siamo in tanti a ripeterlo, da tempo, e forse questi ottusi profeti con un gran numero di lauree appese alle pareti del corridoio, più per decoro, finalmente se ne sono accorti. Meglio tardi che mai. I signori del denaro e della macelleria sociale, depositari del potere espropriatorio delle banche usuraie, dell’Alta finanza internazionale “con licenza di uccidere” l’etica e il sociale, annunciano l’ipotesi di intervento del Fondo Monetario Internazionale, per una sorta di commissariamento del governo tecnico che ha commissariato l’Italia. Una commedia in cui ci sarebbe da ridere, se la situazione delle nostre tasche non fosse sempre più triste. Tra lo spread che risale, i tassi di interesse oltre il livello di guardia, la progressiva demolizione dello stato sociale, i tagli ai servizi pubblici, la riduzione dei diritti dei lavoratori, lo strapotere del capitale finanziario che tende il cappio al collo delle famiglie italiane, per l’iniquità sociale che il sistema esprime senza contrasti e la lacrimevole “preoccupazione” del giocoliere della finanza bocconiana Monti, ora veniamo a sapere che il governo preferito dalle banche, intenderebbe “cedere quote dell’attivo del settore pubblico nazionale“. Incassando persino le lodi dal ministro vampiro delle Finanze, il tedesco Wolfang Schäuble, che ha definito il valletto Mario Monti «l’uomo giusto al  posto giusto». Tant’è. Come avvenne nel 1992, a bordo del panfilo Her Majesty’s Yacht Britannia della corona inglese, per una passerella di grande prestigio a cui il governo italiano (del bandito Giuliano Amato) infedelmente si rivolgerà alle mafio-massonerie della Cupola finanziaria mondiale durante la fase delle privatizzazioni selvagge per un maxi programma di dismissioni da parte dello Stato. Con il decreto legge n.333 dell’11 luglio 1992 (art.15) vennero trasformate in SpA le aziende di Stato Iri, Enel, Ina, e messa in liquidazione l’Egam. Al banchetto organizzato dal Ministero del Tesoro si decise che le società derivanti dalla trasformazione emettessero azioni del valore nominale di Lire 1.000 cadauna, una regalìa gradita ai voraci appetiti dei nuovi padroni. Venne quindi disintegrato un patrimonio non da poco, e con esso migliaia di posti di lavoro. Ma fu solo il prezzo da pagare, individuando con precisione il soggetto da leccare, per entrare al servizio nell’esclusivo club dell’euro. Qualcuno dovrebbe ricordare al patriottardo Napolitano che c’è un presidente del consiglio abusivo non eletto da nessuno, un esecutivo di banchieri nominato in quattro giorni, e imposto a totale sudditanza dalla BCE per garantire il valore dei nostri titoli pubblici comprati dalle banche francesi e tedesche, e che sta mandando in rovina l’Italia. Il primo nemico, ripetiamo, non è la classe politica corrotta, parassitaria, immorale e sempre più disposta al mercenariato nei confronti dei centri di potere esterni in cambio della perpetuazione dei suoi privilegi, ma le Banche, strutture operative del comando oligarchico che pianificano e concretizzano l’asservimento dei popoli mediante meccanismi capitalistico-finanziari della grande usura, o più semplicemente, nell’immaginario degli italiani, ossia decine di migliaia di pecoroni belanti negli stadi destinati comunque alla tosatura, l’economia canaglia strutturata dai centi del potere mondialista. Lo capiranno?

Un altro bankster che piace a tutta la “finanza bianca”

Circola insistentemente la notizia che la neo-presidente della RAI, Anna Maria Tarantola, sia stata in questi anni alla “Vigilanza” di Bankitalia, l’Interlocutrice italiana più rappresentativa per l’Isda. L’Isda non è un Carneade qualunque. L’Isda è l’acronomo di “International Swaps and Derivatives Association”. Come recita l’oggetto “sociale” è “un’organizzazione di operatori sul mercato dei derivati”. E, cioè, la “cupola” degli speculatori che di scommessa in scommessa svalutano o rivalutano – senza sborsare un soldo – i costi futuri del greggio, i titoli obbligazionari di uno Stato o di qualsiasi altra cosa. Un esempio. La benemerita Goldman&Sachs decise nei primi anni di questo secolo – ante, in parallelo e post guida di Mr. Draghi – di speculare sui titoli pubblici della Grecia. Avanzò un’opzione di acquisto di quei titoli ipotizzando di lucrare, a termine, sempre maggiori interessi usurai. Scommettendo, cioè, che quel debito non sarebbe stato pagato. Un sistema speculativo obbrobrioso, non regolamentato, che ha condotto la Grecia alla crisi attuale. Ecco, la G.& S. fa parte di quella “cupola”. Siamo arrivati dunque alla frutta. Un’esperta di derivati al controllo dell’informazione pubblica televisiva. Con un altro banchiere alla direzione generale. Mr. Monti e il suo governo affamapopolo aveva appena finito di lamentarsi (si badi bene: dopo averne dichiarato l’inesistenza nel 2011) della “perdita del sostegno dei poteri forti”. Ha subito provveduto. E, con i suoi compari europei, si è prodotto in un altro finanziamento (a danno dei cittadini) “salvabanche”.  Invece di operare per i lavoratori, per l’economia reale, per il benessere delle famiglie, si sostengono gli istituti speculativi artefici della crisi. Il suo è un governo golpista di manutengoli distruttori della nazione.

Sempre peggio. Ci infilano nella nave che affonda
da Ugo Gaudenzi, direttore RINASCITA

«È una persona di grandissimo valore, una lavoratrice formidabile, che ha fatto tutta la carriera in Banca d’Italia partendo dalla base, e ogni gradino se l’è guadagnato», è stato il commento usato all’Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano dove il vice direttore generale di Bankitalia SpA (dal 2009), Anna Maria Tarantola, membro di diritto della ristrettissima cerchia di osservanza montiana, si è laureata in Economia e Commercio nel 1969. Inutile dirlo, Tarantola è gradita al Vaticano, e con il chiodo fisso dell’etica nell’economia:

«Per prevenire i fallimenti del mercato e soprattutto i fallimenti etici, bisogna prestare molta attenzione alle regole», disse il 30 settembre 2011 in una lectio magistralis - “Etica, mercati finanziari e ruolo del Regolatore” - all’inaugurazione dell’anno accademico 2011-2012 della Facoltà di Diritto Canonico san Pio X, a Venezia, davanti a tutta la finanza bianca.

La crisi? Per Barack Obama la colpa è dell’Europa

«La crisi nell’Eurozona ha un impatto sull’andamento dell’economia e dell’occupazione americane». Lo ha detto il premio Nobel, Barack Obama, nel corso di un’intervento in Minnesota, commentando l’aumento della disoccupazione a maggio. Infatti, secondo le ultime stime rilasciate dal Dipartimento del lavoro Usa, il tasso di disoccupazione negli Stati Uniti a maggio è salito all’8,2% rispetto all’8,1% di aprile. Contro le previsioni il numero dei posti di lavoro creati è stato minore rispetto al previsto (69.000 unità) e il ritmo di creazione di posti di lavoro è sceso da una media del primo trimestre di 226.000 unità al mese a una media di 73.000 ad aprile e maggio. «Non possiamo avere il controllo di tutto ciò che avviene in altri parti del mondo, come i problemi in Medio Oriente e quello che sta accadendo in Europa», ha detto Obama. «La nostra economia sta comunque continuando a crescere, così come l’occupazione, anche se non così velocemente come vorremmo. C’è ancora molto lavoro da fare». La preoccupazione alla Casa Bianca è alle stelle, col secondo mandato di Obama (le elezioni presidenziali si terranno a novembre) che potrebbe essere messo seriamente a rischio dall’aggravarsi della crisi. Ma poi – di fronte all’offensiva dei repubblicani, che definiscono «fallimentari» le sue politiche – passa al contrattacco, spostando il tiro sul Congresso Usa che blocca le sue misure (sic) per rilanciare la ripresa. Il presidente ha quindi lanciato l’ennesimo appello perchè a Capitol Hill venga approvato il cosiddetto “To-Do List”, il provvedimento in cui l’amministrazione Obama elenca le misure più urgenti da prendere per rilanciare economia e occupazione, aiutando le imprese e le famiglie della middle class. Salvo poi prendersela anche con l’Europa che è incapace di risolvere i propri problemi. Problemi che inevitabilmente – sottolinea l’uomo più potente della terra che trova pure il tempo di rimboccare le coperte alla moglie Michelle ogni notte – hanno un impatto negativo sull’intera economia mondiale. Insomma, la campagna elettorale di Barack Obama è iniziata, ed il nuovo slogan - dopo il “Change”, “Hope”, “Win the future”, “We can’t wait”, “Yes, we can” etc. – in linea con la sua ideologia, oggi è “Forward“, che significa “Avanti” ed è, non casualmente, lo stesso nome della testata “The Jewish Daily Forward”, quotidiano degli ebrei socialisti fondato nel 1897 a New York e ancora oggi pubblicato come settimanale negli Stati Uniti. Dopo tre anni e mezzo, gli americani sottomessi alla dottrina criminale Bush hanno ben visto quale paese ha costruito il Profeta abbronzato, e se questa è l’America che doveva durare agli anni del terrorismo e dell’estremismo di presunta matrice islamica e delle prime pesanti difficoltà dell’economia, “fanculo, siamo stati fregati” avranno pensato. Oggi ci riprova. I costi delle guerre di Bush-Obama in Iraq e Afghanistan sono stati stimati per aver raggiunto i 4,4 trilioni di dollari. Per il pubblico la principale preoccupazione interna, giustamente, è la grave crisi della disoccupazione. Per le abominevoli istituzioni finanziarie al servizio dell’Impero del debito la principale preoccupazione è il deficit. Il risultato di tutto questo ci viene raccontato quasi ogni sera dai telegiornali, e ogni mattina, appena svegli, mentre prendiamo il caffè, sui quotidiani. Nell’estate del 2007 negli Stati Uniti scoppiò la crisi dei prestiti subprime, cioè quei mutui erogati quasi a chiunque ne facesse domanda. Poi a ottobre ci fu il crash. Grandi banche arrivarono sull’orlo del fallimento ed il governo Usa cominciò a versare fiumi di denaro per salvarle. Non è crisi, è truffa. Le banche fallite furono salvate quasi senza condizioni da una finanza fallita che impone le sue regole ai governi. Così la massa finanziaria generata sui mercati da titoli spazzatura, ovvero la bolla finanziaria, a metà del 2011 ha raggiunto un nuovo massimo superando i 700.000 miliardi di dollari. Ma questo Obama non lo dice, nel 2008 si limitava solo a ripetere che la recessione non era ai livelli del 1929. A livello globale le cose stanno andando ancora peggio che nella Grande Depressione. Negli Stati Uniti il tasso dei senza-lavoro è pari a circa 15 milioni di persone a spasso. C’è un solo precedente di ciò che accade quando l’economia Usa con il 9% di disoccupati torna in recessione, risale al 1937: poi scoppiò la Seconda guerra mondiale.

Bilderberg 2012, la global mafia che polverizza lo stato sociale

Si è conclusa l’annuale riunione dell’èlite plutocratica mondialista riunitasi in conclave dal 31 maggio al 3 giugno 2012, negli Stati Uniti del Nord, a Chantilly, in Virginia, nel lussuoso Hotel Westfields Marriott Washington Dulles. La novità della rituale conferenza del gruppo Bilderberg quest’anno è stata il cambio al vertice nella piramide oligarchica mondialista presieduta dal francese Henri de Castries, ad dell’AXA, la multinazionale nel campo delle assicurazioni. Il summit si è occupato principalmente di questioni politiche (elezioni Usa 2012), economiche e sociali, come l’evoluzione dello scenario politico in Europa (euro) e negli Stati Uniti (dollaro), l’austerity ma anche la cyber sicurezza, l’energia, il futuro della cosiddetta “democrazia”, della Russia, della Cina e del Medio Oriente (Siria e Iran) cui hanno presenziato risme di banchieri, politici, capi di stato, amministratori di multinazionali, direttori di grandi compagnie di trasporti e dell’energia, proprietari dei principali mezzi di comunicazione e giornalisti. Seguivano il direttore dell’Hotel con signora, un conte con contessa annessa e un cardinale senza signora. L’agenda Bilderberg è proseguita come previsto e come sempre sono stati banditi i mezzi di comunicazione per evitare la relativa copertura mediatica dell’evento e la conseguente diffusione di informazioni, immagini e video. L’incontro è stato riservato e le decisioni prese dall’élite sono le decisioni a cui noi tutti cittadini dovremo, semplicemente, conformarci. Quasi un’adunata di filantropi, insomma, in cui il pensiero dominante della cricca dei potenti non si deve disturbare. Il Capo del servizio d’ordine si aggirava a larghi passi, incazzato come una vespa, perchè non era stato usato abbastanza napalm verso la folla di cinquecento manifestanti che insidiavano civili e militari. Tra i 145 partecipanti del Bilderberg 2012 c’è anche qualche rappresentante per l’Italia, sempre pronti a contribuire allo sviluppo dell’umanità. Scorrendo la lista (guarda in basso), stilata in rigoroso ordine alfabetico, dalla parte orientata verso il culo del cavallo si scopre quindi che quest’anno i “rappresentanti italiani” più importanti al Bilderberg sono stati: Franco Bernabè, presidente e CEO di Telecom Italia; Fulvio Conti, ad e dg Enel; John Elkann, presidente Fiat. Ma non solo. A “sorpresa” appare poi il nome di Lilli Gruber, con abbondante décolleté ed esubero di collane, ex europarlamentare con la coalizione Uniti nell’Ulivo iscritta al gruppo del PSE nel 2004 candidatasi dopo aver denunciato la “carenza di libertà d’informazione in Italia”, e giornalista di La7 TV (di proprietà Telecom Italia). Qualcuno ricorderà certamente l’intervista (guarda il video) che la fatina inebetita fece all’ex international advisor di Goldman Sachs Mario Monti, quando in un trionfo di merda tiepida domandò al premier: «Ma lei è un massone?». Dopo una presenza fissa nel corso degli ultimi anni, il boiardo bocconiano non ha partecipato, dimessosi da Presidente europeo della Commissione Trilaterale pochi giorni prima dell’insediamento (eletto da nessuno) a Palazzo Chigi, e assente al meeting statunitense per ovvie ragioni di opportunità. E “miracolosamente” era presente anche Enrico Letta - nipote di Gianni (PdL) ex Goldman Sachs – deputato e vicesegretario nazionale del Partito democratico. Tutti avevano fame ma non si poteva dire. Finalmente sette camerieri in giacca bianca e grembiulino arrivarono con vassoi, e salmonarono e cavialarono i presenti. Al conte andò subito di traverso un crostino, e furono attimi di terrore. Il Capo del servizio d’ordine era già pronto a una tracheotomia mediante baionetta. Non ci furono altri disordini e si procedette continuando a mangiare e trincare.

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Esecutivo tecnocratico, esecutivo della morte

L’ignominioso e predone governo tecnocratico con a capo il prof. Monti – uomo della Goldman Sachs, ovvero uno dei centri di egemonia della finanza globale che ha polverizzato i residui dello stato sociale oltre ad aver condotto alla devastante crisi attuale – lo stesso governo che oltre a privare del futuro gli italiani, ne sta rubando anche i piccoli risparmi onde garantire le spirali egemoniche del mondialismo, con sospetta celerità sta varando delle norme tendenti a militarizzare la società al fine di prevenire i rigurgiti di un nuovo presunto “terrorismo”. Marcato il sospetto diretto a terrorizzare la popolazione, a depistarne le coscienze, al fine di permettere ai banditi che giostrano sul destino dei popoli di arraffare beni su beni in maniera indisturbata. Il sospetto diviene realtà, quando ci si accorge che l’esecutivo al potere, così come i precedenti, non agisce con tale celerità e prontezza a salvaguardare efficienza e qualità di ospedali, asili, propettive di lavoro, salari ed occupazione. Il vertice oligarchico al potere svilisce ancora una volta il bene comune a favore dei propri profitti ed interessi. Liberiamoci una volta per tutte da questa banda divoratrice! Liberiamoci del capitalismo sfruttatore! Combattiamo per una nuova stagione di libertà! Edifichiamo adesso, subito, il socialismo popolare, nazionale e rivoluzionario! Il Popolo in lotta contro il mondialismo assassino e i suoi centri di potere!

da COMUNITÀ POLITICA AVANGUARDIA

Crack “Lehman Brothers”, nessun colpevole vostro onore?

Il più grande fallimento della storia economica americana, quello dell’ex società americana Lehman Brothers attiva nei servizi finanziari a livello globale, non avrebbe nessun responsabile. È, in estrema sintesi, quello che si evince da un estratto di una nota interna della Securities and Exchange Commission (SEC), l’ente federale statunitense preposto alla vigilanza della borsa valori, analogo all’italiana Consob, di cui è entrata in possesso l’agenzia Bloomberg. Si tratta soltanto di indiscrezioni di cui l’ente federale americano non ha commentato l’autenticità. Ma, se fossero confermate, sarebbero senza dubbio destinate a fare discutere. Tanto il mondo politico quanto quello degli investitori, infatti, ormai da anni stanno facendo pressione sull’agenzia federale, per capire se Lehman Brothers Holdings Inc., la terza banca per dimensioni negli Stati Uniti, che aveva fatto la storia della finanza mondiale per secoli e si era lanciata nella “finanza creativa”, costruendo centinaia di migliaia di contratti derivati, entrando così nel mondo dell’impacchettamento dei mutui subprime concessi a chi non aveva un quattrino, ma aveva “diritto” a comprare casa, abbia presentato in modo scorretto la propria salute finanziaria nel periodo che ha condotto al suo clamoroso crack. Ma, stando al documento, la Sec terminerebbe le proprie indagini affermando che non c’è la necessità di intraprendere alcuna azione legale contro la banca o i suoi ex dirigenti. Tali conclusioni risulterebbero fortemente in contrasto con il lavoro di Anton R. Valukas, presidente dello studio legale Jenner&Block a Chicago, ex procuratore degli Stati Uniti nel distretto settentrionale dell’Illinois e membro della American College of Trial Lawyers, l’esaminatore nominato nel 2009 dal Tribunale fallimentare nel crack Lehman Brothers, da 610 miliardi di dollari, e per il quale nel marzo 2010 ha concluso il cosiddetto rapporto “Valukas Report“. Che, al contrario, ha descritto diversi stratagemmi contabili (le celebri Repo 105) con i quali la banca d’affari americana sarebbe stata tenuta artificialmente in vita, distraendo gli investitori nel perverso business delle “polizze assicurative a capitale garantito“, la nuova frontiera dell’investimento in cui giocolieri della finanza si erano buttati a capofitto. Una bufala, naturalmente. La “garanzia” era costituita da obbligazioni bancarie, non dalla compagnia assicurativa. I dirigenti della Sec, stando ad alcune fonti citate dall’agenzia di stampa statunitense, non avrebbero comunque intenzione di porre formalmente la parola fine alla questione, pur non avendo riscontrato prove di alcun illecito. La defunta banca d’investimenti annunciò che “finalmente” sarebbe stata in grado di rimborsare i suoi creditori: «Siamo orgogliosi di annunciare l’uscita di Lehman dal Chapter 11 e l’ingresso nella tappa finale del processo di fallimento, la distribuzione dei fondi ai creditori», dichiararono il marzo scorso in una nota i vertici di Lehman Brothers. La società disse che avrebbe iniziato a rimborsare i creditori dal mese di aprile, distribuendo circa 65 miliardi di dollari, a fronte di richieste per oltre 300 miliardi. Parola di bankster…

Afghanistan, la seconda guerra degli Avatar a stelle e strisce

La guerra in Afghanistan ha preso inizio il 7 ottobre 2001. E non è ancora finita. L’amministrazione americana del criminale di guerra Bush giustificò l’invasione dell’Afghanistan, nell’ambito del discorso sulla guerra al terrorismo dopo gli attentati dell’11 settembre 2001 (perchè è in Afghanistan che i 19 uomini cattivi che dirottarono i 4 aeroplani si erano addestrati), con lo scopo di distruggere Al-Qaeda e catturare o uccidere lo sceicco del “terrore” Osama bin Laden (creatura della CIA), negando quindi all’organizzazione la possibilità di circolare liberamente all’interno dell’Afghanistan attraverso il rovesciamento del regime talebano. Per il suo (in)degno successore, invece, il premio Nobel 2009 per la pace orwelliana Barack Obama, l’unica promessa mantenuta è stata il cagnolino per la figlia Malia. La guerra fa bene all’economia, che significa anche che la guerra fa bene agli Stati Uniti. E poi, finchè Dio sta dalla parte degli Stati Uniti, chiunque si opponga è un anti-americano senza Dio. La collaborazione CIA-talebani venne svelata a Londra da Selig Harrison del Woodrow Wilson International Center for Scholars, un esperto americano dell’Asia meridionale e membro di numerose fondazioni e istituzioni legate al Dipartimento di Stato. Durante un convegno – “Terrorismo e sicurezza regionale: sfida in Asia” – dichiarò che la CIA ha lavorato in collaborazione con il Pakistan per creare il mostro dei talebani. Il Governo degli Stati Uniti finanziò quel programma con 3 miliardi di dollari, accettando la richiesta del Pakistan di decidere come spendere quei fondi. La creazione dei gruppi islamici reclutati è stata sostenuta dai servizi segreti pakistani dell’ISI e dalla CIA. Con l’insediamento dei talebani a Kabul si concretizzò anche il progetto di sfruttamento dei giacimenti che si stavano attuando in Asia centrale, dove in base alle stime delle multinazionali nel solo bacino del Mar Caspio si trova una riserva di petrolio pari a 60 miliardi di barili, abbastanza per soddisfare le esigenze di tutta l’Europa per oltre dieci anni. E la via migliore di accesso a queste risorse passa attraverso l’Afghanistan. In quest’area le multinazionali Unocal (Usa) e Delta Oil (Arabia Saudita), attraverso il consorzio GentGas (Pakistan), hanno progettato per il trasporto di petrolio e gas da queste aree verso il sud continente indiano, attraversando quasi 1300 Km di territorio afghano e pakistano. Eppure nonostante tutto questo e altro, che era pubblico e ufficiale, gli Stati Uniti sono rimasti fino a maggio 2001, il primo paese donatore umanitario, versando in totale con l’ultima rata, la bella cifra di 124 milioni di dollari. Strano vero? Ai popoli jugoslavo, iracheno o palestinese, solo per fare qualche esempio, della sensibilità dei liberatori non ci sono tracce. Oggi l’Aghanistan è un paese fantasma, e dopo l’Angola è il paese più minato al mondo. In compenso si sta facendo la “guerra”, peraltro silenziata dai media mainstream, bombardando un paese e un popolo già distrutti e devastati, bombardando case di fango e spendendo 2.200 miliardi al mese. Si inneggia a grandi e significative vittorie militari su chi? Su una popolazione oramai stremata da oltre 10 anni di guerra di invasione e occupazione atlantica, su un paese che non ha campi coltivati o colture di alcun genere, tranne le mine. In Afghanistan la guerra che Barack Obama considera centrale nella lotta al terrorismo va male. I «fronti interni» dei Paesi colonia impegnati in prima linea mostrano qualche crepa, Karzai crea più problemi di quanti ne risolva. Le perdite delle forze di invasione atlantica salgono: 5.004 militari morti dall’inizio della guerra, dei quali 1.985 sono soldati americani. Degli oltre 50.000 soldati americani feriti in più di dieci anni di guerra in Afghanistan, almeno in 2.500 hanno perso un arto e ognuno di loro è costretto a “combattere una seconda guerra“, una volta tornato a casa, per affrontare i necessari trattamenti medici per rimanere in vita e costruirsi (sic) un nuovo futuro. I soldati di ritorno dalla guerra afghana stanno raccontando le loro verità. Si tratta di rivelazioni scomode per tutti quei governi che continuano a definire «missione di pace» il conflitto in corso nel paese. Dal 2007 gli scienziati stanno lavorando per creare arti artificiali che funzionino esattamente come quelle naturali. Le ferite dei sopravvissuti spesso sono raccapriccianti. Un ordigno improvvisato è composto da un contenitore di plastica pieno di nitrato di ammonio interrato sotto strati di sabbia e terra, che esplode provocando un micidiale spostamento d’aria, talmente potente da distruggere muri di cemento e piegare il metallo, seguito da una vampata capace di incenerire le palpebre e le dita. L’esplosione trancia braccia, gambe e strazia i volti, schiaccia ossa e denti, danneggia il cervello, strappa via pelle e lacera bulbi oculari, timpani, polmoni, viscere e altri organi interni. Al Walter Reed di Bethesda o al Brooke di San Antonio, due dei centri principali per il trattamento dei feriti gravi, i pazienti spesso arrivano in coma. Altri tornano a vestire la divisa, magari dietro una scrivania. Intanto la vita va avanti. E la guerra pure.

Mayali sul Titanic

La “crisi del debito” e la “recessione” – i due mastodontici iceberg provocati dagli eurocrati dell’Alta finanza mondialista e apolide – navigano spediti verso l’Europa e quello che sembrava impossibile è non solo diventato possibile, ma auspicabile vista l’inefficacia dei disastrosi piani di salvataggio voluti dai vampiri dell’usura e dai giocolieri delle finanze per alcuni paesi dell’eurozona. Da mesi dicono che sono necessarie iniziative per la crescita economica. Si sono viste? No. Ogni sforzo è stato finalizzato a ripagare i debiti contratti con le grasse banche che non hanno fatto nulla o quasi per risolvere i problemi di tutti quegli Stati risucchiati nell’abisso del debito pubblico. E ora ci si (ri)trova difronte al grande fallimento dell’euro, la moneta vampira creata dal nulla, emerso sì come l’espressione più tangibile non solo di un’Europa che nelle migliori delle intenzioni agiva per difendere meglio gli interessi dei suoi cittadini (sic), ma soprattutto come un’alternativa al dollaro come moneta mondiale. La volatilità valutaria che ha caratterizzato i rapporti fra le grandi monete mondiali (dollaro, sterlina, yen, yuan) negli ultimi anni ha comportato un enorme spostamento speculativo di capitali tra un blocco valutario e l’altro. L’Europa si sarebbe trovata così nella situazione di poter iniziare a promuovere un ordine monetario globale multilaterale per modificare la struttura del sistema monetario internazionale facendo immediata concorrenza al dollaro. Per vari fattori, tra cui i mancati accordi per la suddivisione dei profitti generati dal potere del signoraggio, il messaggio politico è costato all’Europa milioni di euro in mancati guadagni. Nell’eurozona quindi i movimenti speculativi di capitali per lucrare a danno dei Popoli si sono triplicati.

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Azione!

Dal 15 al 22 maggio, Zerozerocinque lancia una settimana di net global mob. Un movimento globale che richiama oltre 500.000 attivisti in tutto il mondo e che chiede da anni l’introduzione di una tassa sulle transazioni finanziarie (TTF), per far pagare gli speculatori finanziari e ridurne libertà d’azione. In Italia e in oltre 30 Paesi, dall’India al Brasile dalla Danimarca al Sud Africa, le campagne che da anni promuovono l’introduzione di una Tassa sulle Transazioni Finanziarie chiedono ai cittadini dei propri paesi di informarsi, di attivarsi e di promuovere questa causa che non è più solo una brillante idea ma un progetto politico da realizzare. Far sentire il consenso dell’opinione pubblica per questa tassa è decisivo per le scelte politiche che i nostri Governanti stanno operando. La settimana si concluderà proprio alla vigilia del “vertice sulla crescita nell’Unione Europea” che il 23 maggio riunirà a Bruxelles i capi di Stato e di Governo dell’Europa a 27. Un appuntamento istituzionale cruciale per le sorti di tutti noi, cittadini europei e per il futuro del nostro continente. La posta in gioco è altissima. È in discussione il modello di convivenza e sviluppo che l’Europa – tutt’altro che ripresasi dal recente tracollo finanziario, con un indebitamento pubblico insostenibile, una economia stagnante e un livello di disoccupazione allarmante – vorrà seguire nell’immediato futuro. Tra i temi del vertice del 23 maggio anche la TTF. Il tempo per una TTF europea è ormai maturo! Dalla data della presentazione della direttiva da parte della Commissione Europea sono passati quasi otto mesi, il dibattito tra detrattori e sostenitori della proposta si è avvalso di notevoli contributi che dimostrano la fattibilità e l’utilità di questa tassa. L’impossibilità di una decisione unanime in seno al Consiglio Europeo è chiara da tempo. Troppo forte l’ostilità del Regno Unito (che si oppone con veemenza a qualsiasi riforma di quella finanza che con pratiche sempre più predatorie e svincolate dall’essere funzionali all’economia reale ha portato l’Europa sull’orlo del baratro, rendendo interi Stati ostaggio dell’umore turbolento dei mercati e impoverendone i cittadini) e altre economie finanziarie preoccupate per l’eventuale, inverosimile, fuga di capitali di carattere meramente speculativo (che nutrono, va ribadito, poco appetito per investimenti nell’economia sana). Perseguire quindi l’unanimità a tutti i costi dei Paesi Membri sulla TTF serve solo ai detrattori della tassa per fare arenare il processo di riforma. Ma un’alternativa all’apparente empasse esiste! Si tratta della procedura di cooperazione rafforzata, una procedura decisionale che può essere promossa da 9 Paesi Membri proprio per bypassare le reticenze di altri stati verso interventi legislativi che rafforzino l’integrazione in alcune aree, tra cui quella fiscale. Non è un caso che 9 Paesi Membri dell’UE tra cui l’Italia si sono recentemente rivolti con una lettera aperta alla Presidenza danese dell’Unione Europea per accelerare il dibattito sulla proposta di direttiva sulla TTF. Una cifra simbolica o un chiaro riferimento alla cooperazione rafforzata (sostenuta anche dal Parlamento Europeo) e alla decisione di andare avanti ad ogni costo, qualora il consenso unanime fosse definitivamente tramontato? Quella della cooperazione rafforzata è una strada più che percorribile: nell’attuale scenario dei negoziati europei a porte chiuse sulla TTF è il vero inizio di un percorso riformatore. Un percorso cui altri Stati potrebbero unirsi in seguito. La campagna Zero Zero Cinque insieme a tutte le campagne europee chiede con forza che l’Italia e gli altri Paesi che sostengono l’introduzione della tassa europea sulle transazioni finanziarie applichino la procedura della cooperazione rafforzata e implementino una misura capace di riportare la finanza al servizio dell’economia reale, ostacolando con efficacia lo sregolato e dannoso strapotere del casinò finanziario.

da ZEROZEROCINQUE

“Derivati per tutti”, il traffico cartaceo criminale dei banchieri

JPMorgan Chase&Co. è una società finanziaria con sede negli Stati Uniti, a New York, ed è leader nei servizi finanziari globali con un patrimonio stimato in oltre 2.100 miliardi di dollari, un raggio d’azione esteso in 23 Stati Usa e 60 paesi nel mondo, e con un portafoglio per oltre 90 milioni di clienti. La struttura è articolata in segmenti su ben sei unità business: Investment Bank, Financial&Services Retail, Card Services, Asset&Wealth Management, Commercial Banking, Treasury&Securities Services. Le due principali banche d’affari controllate sono la JPMorgan Chase Bank N.A e la Chase Bank Usa N.A. Dopo la crisi finanziaria dei subprime (nell’aprile 2009, il FMI ha stimato in 4.100 miliardi di dollari Usa il totale delle perdite delle banche ed altre istituzioni finanziarie a livello mondiale) che ha avuto gravi conseguenze, ancora in evoluzione, sull’economia mondiale, la JPMorgan Chase (ma non solo) il 28 ottobre 2008 ha affondato gli artigli nell’ambito del TARP (Troubled Asset Relief Program), il maxi-prestito concesso dal governo federale Usa, ossia la madre di tutte le leggi anticrisi, per un importo complessivo pari a 25 miliardi di dollari sotto forma di Preferred Stock/Warrants, a tasso di interesse agevolato. Tant’è. Per il Gruppo si trattò di una buona notizia giacchè avevano urgenza di uscire dalla voragine in cui erano stati risucchiati e sfuggire così alle restrizioni governative come quella di rinunciare ad altri programmi di aiuto federali, o il limite che veniva posto ai già grassi stipendi dei manager. Jp Morgan è la regina dei “derivati”, alla pari con Goldman Sachs. Sotto il profilo finanziario, i cosiddetti derivati sono una formula utile per chi svolge un’attività imprenditoriale, perchè possono coprire certi rischi. Un contratto derivato è un accordo con il quale due parti, in genere una è la banca e l’altra un’azienda, convengono di scambiarsi determinati valori a certe scadenze con modalità prefissate. Sono sempre collegati (ma non sempre in maniera corretta e spesso accade che gli importi e i meccanismi di rimborso non siano corrispondenti) ad un’operazione “sottostante” di finanziamento a breve o lungo termine, della quale modificano la struttura. Le scioccanti perdite rivelate giovedì scorso (2 miliardi di dollari) dalla più grande banca americana nel trading di derivati, JP Morgan appunto, e che potrebbero salire a 3 miliardi nel clima di volatilità dei mercati, hanno scosso la finanza e la politica riaprendo il dibattito (sic) sugli eccessi speculativi e i pericoli che seminino nuove crisi. La prima bocciatura arriva da Fitch, che ha tagliato la valutazione su JP Morgan da «AA-» a «A+». Uno schiaffo assestato all’amministratore delegato James Dimon, finora celebrato come il nuovo re di Wall Street, il cui spostamento d’aria rischia ora di far venire un accidenti a tutte le altre grandi banche americane che avevano assicurato di aver migliorato la gestione del rischio.

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Equitalia, la ruota dell’usura: vuoi comprare una vocale?

La politica, questa sconosciuta scienza maestra alla italica porcilaia parlamentare, può uscire dal pantano in cui si è cacciata, solo se si rimette seriamente al servizio del popolo. Come? Ricollocandosi al di sopra dell’Alta finanza di cui è divenuta schiava, e al di sopra dei banchieri, che sono stati finora i principali artefici della rovina a cui stiamo andando incontro. Senza fare dell’argomento un ritorno stucchevole all’elogio dell’arte della politica, cui astuti e grassi governanti sanno bene barcamenarsi, tutto ha però una misura. In questo frattempo, di rigore e di austerità, si sarebbe potuto arrivare a qualcosa. E invece è apparso chiaro che non hanno imparato nient’altro, non sanno fare altro, se non ciò che gli riesce meglio: togliere ai pensionati, punire i lavoratori, rubare ai giovani il futuro. Così, nel tentare di caratterizzare e difendere l’attività politica come una cosa molto più rara e preziosa di quel che comunemente pensino, sempre al servizio dei cittadini, nel marasma di una tv in preda alla idiozia, si continua a vedere presunti politici che vanno in barca e cucinano il risotto, che si girano la bandana, che sfruttano tutte le occasioni che gli si presentano pur di ottenere maggiori vantaggi personali, all’industria del pettegolezzo con attrici, veline e showmen che si candidano al ruolo della politica e che invece di vergognarsi di fare vedere in giro la loro faccia, al chiuso dei pollai dei salotti televisivi, senza contraddittorio, parlano e straparlano di problemi esistenziali della gente, rispondendo con saccenteria da calci in culo agli operai cassintegrati o agli studenti incazzati neri, o addirittura assistendo indifferenti alle urla di disperazione di gente a cui è stata tolta la speranza di un lavoro. Al centro: la ricerca spasmodica della visibilità. Per rimanere a galla nella diarrea politica.

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