L’ultimo samurai

A oltre un anno dal disastro (11 marzo 2011) nella centrale nucleare di Fukushima, nel reattore 2 (l’unico che i “liquidatori” sono stati finora in grado di esaminare da vicino perchè ha livelli di radiazione “relativamente bassi” ed è accessibile con sonde) della centrale è stata registrata una contaminazione pari a 72.9 sievert per ora. Gli esseri umani potrebbero morire entro un mese se esposti a 7 sievert ed entro alcuni giorni in caso di esposizione a 20 sievert. Tuttavia, tanto per farsi un’idea dell’entità della contaminazione nella scala di valori, un uomo troverebbe la morte nel giro di 5 minuti. Secondo una dichiarazione del direttore generale Junichi Matsumoto della famigerata Tokyo Electric Power Co (Tepco), società che gestisce l’impianto, è l’effetto del combustibile (che fuso) è trapelato nel recipiente di contenimento. La situazione negli altri due reattori maggiormente danneggiati è tuttora sconosciuta. Gli alti livelli di radiazione all’interno della camera del reattore 2 lo rendono inaccessibile ai “liquidatori”, ma alcune parti dell’edificio sono accessibili per pochi minuti alla volta, se i lavoratori indossano una protezione completa. L’acqua radioattiva è già fuoriuscita in mare diverse volte e giorni fa i “liquidatori” hanno scoperto una nuova perdita di 120 tonnellate d’acqua altamente radioattiva dai tubi in una unità di trattamento. Il nucleare in Giappone sta vivendo momenti decisivi. In questi giorni si sta discutendo in merito ai risultati degli stress test effettuati, in particolare riguardo la possibilità che i livelli di sicurezza raggiunti consentano la riapertura delle centrali atomiche. Dopo lo spegnimento avvenuto domenica della 6ª unità dell’impianto di Kashiwazaki-Kariwa, la cui motivazione sarebbe legata a questioni sulla manutenzione ordinaria, secondo una prassi che prevede il fermo delle centrali ogni 13 mesi per controlli, l’unico ancora in attività su 54 reattori presenti in tutto il Giappone, è quello gestito dalla Hokkaido Electric’s, il numero 3 della centrale di Tomari sull’isola di Hokkaido, il cui spegnimento è stato fissato per il prossimo 5 maggio. Secondo un sondaggio del quotidiano giapponese The Asahi Shimbun, il 57% dei giapponesi non vuole la riapertura degli impianti nucleari, mentre l’80% non ha più fiducia nelle misure di sicurezza del governo.

San Raffaele, la “creatura” da 1,5 miliardi di debiti

Nelle settimane scorse ne avevamo già parlato, oggi, non possiamo non tornare sull’argomento, visto che i debiti accumulati dall’ospedale San Raffaele, nella formigoniana Lombardia, hanno raggiunto la cifra record di 1.476 miliardi di euro. Dall’esame dei conti effettuato dal CdA della Fondazione Monte Tabor «targato» Banca Vaticana, la holding che guida il Gruppo, è emerso che i debiti hanno sfiorato il miliardo e mezzo di euro (500 milioni in più dalle stime iniziali), di cui 431 milioni di euro legati a leasing, factoring e garanzie connesse, cioè passività relative a garanzie concesse dalla Fondazione per conto di società del Gruppo. Per la prima volta è stata certificata nei bilanci una voragine di 210 milioni di euro. E dato che il tempo stringe ai superconsulenti, Enrico Bondi e Renato Botti – assistiti dall’avvocato Franco Gianni – restano soltanto due settimane per scongiurare di dover portare in Tribunale i libri del gruppo ospedaliero fondato da don Luigi Maria Verzè (il “Maria” se lo è aggiunto lui).

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Arcipelago Murdoch: il regno della paura sta crollando in pezzi

Un dominio di tirannia personale. Rupert Murdoch è fondatore e proprietario di un vasto conglomerato economico specializzato nel settore dei mezzi di comunicazione di massa, probabilmente la maggior compagnia del campo a livello mondiale: la News Corporation. Nel 2010 la rivista americana Forbes ha stimato il suo patrimonio in 6,3 miliardi di dollari, facendo di lui il 117° uomo più ricco del mondo. Quest’anno – secondo Forbes – risulta essere il 90° dirigente d’azienda più facoltoso al mondo (NA NVSA) con una compensazione totale pari a 15,20 miliardi di dollari. Dopo aver iniziato con giornali, magazines e stazioni televisive in Australia, suo paese di origine, le produzioni di Murdoch si espansero nel Regno Unito e negli Stati Uniti, per poi approdare in quasi tutti gli angoli del pianeta (il suo gruppo editoriale raggiunge ogni giorno circa 4,7 miliardi di persone, i ¾ della popolazione globale). Intercettazioni telefoniche di bambini uccisi, corruzione di poliziotti, distruzione prove di reato, minacce: l’impero di Murdoch è entrato nel sottobosco criminale.

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TAV, Torino-Lione: Cronache di guerra in Val di Susa

I costi a carico dell’Italia, per la parte di collegamento fino a Torino, secondo il dossier (Corte dei Conti, Risultanze del controllo sulla gestione dei debiti accollati al bilancio dello Stato contratti da FF.SS, RFI, TAV e ISPA per infrastrutture ferroviearie e per la realizzazione del sistema Alta Velocità – scaricabile in basso, ndr) presentato nel 2006 all’Unione Europea si attesterebbero intorno ai 17 miliardi di Euro. Ma il dossier presentato all’Unione Europea nel 2010, porta le stime dei costi a 35 miliardi di euro, a carico dell’Italia, escludendo una grande varietà di opere connesse, quale il raccordo al nodo torinese, infrastrutture per ospitare i lavoratori e decine di opere sussidiarie che un cantiere di 20 anni comporterebbe. Ma restiamo ai 35 miliardi e vediamo che cosa potrebbe succedere, attenendoci all’esperienza italiana delle linee ad alta velocità. Le spese della Roma-Firenze sono cresciute di 6,8 volte rispetto ai preventivi, quelle della Firenze-Bologna di 4 volte, quelle per la Milano-Torino di 5,6 volte. Stiamo parlando di dati ufficiali, ben noti, e sui quali la stessa magistratura sta cercando risposte. Se, in base a questa esperienza scegliamo il moltiplicatore più basso, quello dell’incremento dei costi della TAV Firenze-Bologna, e moltiplichiamo per 4 le spese preventivate, i 35 miliardi diventano una cifra da fantascienza finanziaria.

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Purtroppo s’è fatta l’Italia, ma non si fanno gli italiani

Unexpected Israel” è l’evento che si tiene a Milano dal 13 al 23 giugno per celebrare i 150 anni dell’Unità d’Italia. La manifestazione prevede eventi culturali, un’installazione multimediale in Piazza del Duomo e il Business Summit Italia-Israele. Questo è quanto si trova davanti agli occhi chiunque apra il sito web Unexpected Israel. In quanto Italiana, mi sorge subito una domanda: ma cosa c’entra l’unità nazionale con Israele? Nel periodo delle guerre d’indipendenza e della proclamazione del Regno, nell’area oggi occupata da Israele vi era una zona, quella palestinese, con circa 500.000 abitanti, di cui 400 mila arabi musulmani, 60 mila arabi cristiani e appena 20 mila arabi ebrei. I capisaldi del sionismo in nuce apparvero nel pamphlet Roma e Gerusalemme: l’ultima questione nazionale scritto nel 1862 dal tedesco Moses Hess, massone ebreo come il suo ex-collega Karl Marx. Hess pretendeva l’instaurazione in Medio Oriente di uno stato ebraico, che sarebbe stato utile alle potenze europee, garantendone gli interessi e favorendo la civiltà occidentale nel mezzo del barbaro Oriente. Ecco dunque il primo punto di contatto fra l’Italia e Israele: la formula di Massimo D’Azeglio secondo cui fatta l’Italia, bisognava fare gli Italiani, venne fatta propria da Hess, che riteneva si dovesse prima creare uno stato ebraico e poi plasmarne il popolo trasformandolo in una nazione.

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BANCHE CENTRALI: USURA GLOBALIZZATA

Il governatore di Bankitalia SpA, Mario Draghi
che succede al tecnocrate francese Jean Claude Trichet
alla presidenza della Banca Centrale Europea 

Le banche centrali, come la Banca d’Italia e la Banca Europea sono istituti che hanno la funzione dell’emissione del denaro, ovverosia hanno la delega dello Stato a stampare biglietti di banca ed a coniare monete metalliche. Tali banche, contrariamente a quello che tutti credono, non sono un organo dello Stato, controllato dal popolo attraverso i parlamenti, ma sono società private, indipendenti, strettamente collegate fra di loro. Gli azionisti di tali enti nazionali di emissione sono infatti i più importanti istituti di credito privati e assicurazioni: nel caso della Banca d’Italia, sono Banca Intesa SpA, Unicredito Italiano SpA, San Paolo IMI SpA, Banco di Sicilia SpA, Assicurazioni Generali ed altri ancora (scaricabile in basso, ndr). La situazione non è stata sempre questa poiché le principali banche, dette di Prevalente Interesse Nazionale, sono state le azioniste di maggioranza della Banca d’Italia, fino a qualche decennio fa, ma esse erano “irizzate”, cioè sotto il controllo statale dell’I.R.I., l’Istituto per la Ricostruzione Industriale. Tale istituto era stato creato con successo dal fascismo allo scopo di nazionalizzare molte primarie industrie italiane per evitarne il fallimento per la crisi economica internazionale del 1930 e per attenuare le gravi ripercussioni per la nostra economia soprattutto sul piano occupazionale. La Banca d’Italia era quindi in pratica, sia pure indirettamente, sotto il controllo del governo. Ma con la privatizzazione delle banche di Preminente Interesse Nazionale, in effetti è stata privatizzata anche la Banca d’Italia. E di conseguenza è venuta meno la funzione di controllo che essa deve esercitare sul comportamento delle banche ormai tutte private del paese, poiché queste sono i suoi proprietari.

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NAPULE E’ MILLE CULURE

Lettere al blog. Giriamo ai lettori del blog, scusandoci per i problemi tecnici e di aggiornamento che stiamo effettuando in questi giorni, la mail di Michele Frascogna da Napoli, che scrive: Napoli è una delle città a maggior densità di risorse culturali e monumenti nel mondo che ne testimoniano la sua evoluzione storico-artistica. Il centro storico è stato annoverato dall’UNESCO tra i patrimoni mondiali dell’umanità con la motivazione: «Si tratta di una delle più antiche città d’Europa, il cui tessuto urbano contemporaneo conserva gli elementi della sua storia ricca di avvenimenti. I tracciati delle sue strade, la ricchezza dei suoi edifici storici caratterizzanti epoche diverse conferiscono al sito un valore universale senza uguali, che ha esercitato una profonda influenza su gran parte dell’Europa e al di là dei confini di questa».

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Don Luigi Maria Verzè S.p.A

La Fondazione Centro San Raffaele del Monte Tabor è un ente privato non profit, fondato nel 1971 dal Presidente Don Luigi Maria Verzé. Riconosciuto nel 1972 dal Ministero della Sanità e dal Ministero della Pubblica Istruzione quale Istituto di Ricovero e Cura a Carattere Scientifico, il San Raffaele è accreditato con il SSN. La sede principale è la struttura sanitaria di via Olgettina 60, zona Milano-Due, su una superficie di oltre 300.000 mq, a poco più due passi (civico 65), casualmente, il quartier generale del bunga bunga. La Fondazione conta un gran numero di attività nel campo medico e correlati, tuttavia i bilanci delle attività sanitarie non sono pubblici. Fanno parte dell’ospedale anche le sedi distaccate San Raffaele Turro e dei due poliambulatori Cardinal Schuster e San Donato Milanese. Fanno parte della Fondazione: HSR Resnati SpA, Editrice S.Raffaele, Ospedale S.Raffaele, i dipartimenti di biotecnologie (DiBit – DiBit2); Università Vita Salute S.Raffaele; Parco Scientifico Biomedico (Roma); Associazione Italiana per la Solidarietà tra i Popoli (AISPO); Science Park Raf (Milano); Laboraf, società di diagnostica; Telbios, telemedicina e formazione a distanza; MolMed, impresa specializzata in medicina molecolare; la rivista medica Kos, la rivista L’Ala. Il San Raffaele conta più di 700 medici e 1300 infermieri. Quel che si profila nel futuro a breve del San Raffaele, è un commissario che gestisca un piano di ristrutturazione finanziaria per l’indebitamento di oltre 800 milioni di euro e che oggi schiaccia il gruppo. Le indiscrezioni parlano di un’imminente richiesta di “concordato in prosecuzione”, che i creditori bancari avanzeranno al Tribunale civile in cambio della loro disponibilità ad erogare all’istituto un nuovo finanziamento da 120 milioni di euro. Una procedura complessa che si adotta nei casi in cui un’azienda di particolare rilevanza versi in condizioni di crisi finanziaria, quindi non ancora fallita, e che possa scongiurarne il crack solo a patto che la gestione sia sotto stretta osservazione. Andiamo con ordine.

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Sete di profitto – Le banche mettono le mani sull’acqua

Il mondo della finanza, istituti di credito in testa, non si lascerà sfuggire l’occasione d’oro offerta dal governo, che ha dato vita ad una privatizzazione forzata del comparto idrico. Che dovrà concludersi entro il 2015. Senza fare troppo rumore, le banche stanno mettendo le mani su una delle risorse vitali del Paese (e del mondo intero). Dopo aver acquisito piccole quote nelle principali società idriche del settore, ora si avvicina il momento di fare il grande salto. Restano due ostacoli da superare: le tariffe (troppo basse) e il referendum per l’acqua pubblica. Poi sul resto ci si può mettere d’accordo. La svolta è arrivata con l’operazione San Giacomo, nuovo polo dell’acqua controllato da Iren (frutto della fusione tra la ligure-piemontese Iride e l’emiliana Enìa) in partnership con F2i, il fondo di private equity guidato da Vito Gamberale e partecipato al 55% da Intesa SanPaolo, Unicredit, Merryl Lynch e sette fondazioni bancarie. F2i nella nuova società – che ha inglobato la genovese Mediterranea delle Acque – avrà una quota del 35%, con l’opzione di salire al 40%. Altro socio di rilievo con l’8% è la Cassa Depositi e Prestiti, a sua volta partecipata al 30% dalle stesse fondazioni. Manovre che segnalano gli appetiti del mondo creditizio verso un boccone troppo ghiotto per farselo sfuggire, specie in periodi di vacche magre. E il ministro per le Politiche europee (dal 2008 al 2010, ndr), Andrea Ronchi, lo ha offerto su un piatto d’argento con un decreto del 2009, poi convertito in legge, avviando una vera e propria privatizzazione forzata del comparto. Infatti entro il 2015 i comuni dovranno scendere al 30% nelle società quotate in Borsa (al 40% entro giugno 2013), mentre nelle aziende a totale capitale pubblico l’azionista privato dovrà salire al 40% entro quest’anno. In caso contrario scatta l’obbligo di gara per l’affidamento del servizio. Una rivoluzione per il settore, che riverserà in Borsa partecipazioni per oltre due miliardi di euro nei prossimi tre anni e mezzo, rimettendo in gioco gli attuali assetti proprietari. Sempre che il referendum non rovini la festa.

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ELOGIO ALLA FOLLIA DELLA LOBBY OLIGARCHICA

Si sprecano gli aggettivi utilizzati dal mondo sindacale e del lavoro per commentare l’applauso che sabato scorso ha accolto l’ad di Thyssen, Harald Espenhahn, da parte dell’assise (a porte chiuse) di Confindustria a Bergamo. Il 6 dicembre 2007, dopo più di tre anni da quella maledetta e tragica notte in cui persero la vita Antonio Schiavone (36 anni), Roberto Scola (32 anni), Angelo Laurino (43 anni), Bruno Santino (26 anni), Rocco Marzo (54 anni), Rosario Rodino (26 anni), Giuseppe Demasi (26 anni), operai della ThyssenKrupp di Torino, giunse l’udienza finale e la pronuncia della sentenza al processo di primo grado davanti alla II Corte d’Assise torinese iniziato il 15 gennaio 2009, che riconobbe l’omicidio volontario con dolo eventuale per i sette operai morti nel rogo dell’acciaieria, condannando l’amministratore delegato della multinazionale tedesca, Herald Espenhahn, insieme con altri dirigenti, a 16 anni e 6 mesi di reclusione. La lettura fù l’ultimo atto di un processo durato 2 anni e 3 mesi, racchiusi in 87 udienze, per arrivare a una sentenza che segnerà la storia del diritto. «È stato considerato alla stregua di un assassino», ha detto Emma Marcegaglia definendo la sua condanna «un unicum in Europa e rischia di allontanare gli investimenti esteri nel nostro Paese». Espenhahn è stato molto applaudito dagli industriali italiani, ha riferito la stessa Marcegaglia, sottolineando al contempo «tutto l’impegno a favore della sicurezza sul lavoro».

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IL CONSUMO CHE CI DIVORA

Facendo astrazione dalla situazione politica italiana e guardando alla stampa estera, il sistema di mercato così com’è stato codificato nel mondo occidentale sembra di fronte a un bivio. Da un lato, la crisi economica annunciata negli Stati Uniti nel 2007 con lo scoppio della bolla immobiliare (e finanziaria), divenuta crisi produttiva e mondiale in seguito al crollo di Lehman Brothers nel 2008 sembra essere molto lontana da una soluzione. Dall’altro, il disastro ambientale di Fukushima con il pericolo della contaminazione nucleare, temibile conseguenza del terremoto e dello tsunami che hanno di recente colpito il Giappone, ha portato al centro del dibattito mondiale l’energia pulita e la sostenibilità ambientale dello sviluppo. In mezzo a queste due crisi sta il consumo tirato da una parte e dall’altra come un elastico da allungare senza fine.

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ThyssenKrupp, il senso della GIUSTIZIA e dello STATO

Torino, 6 dicembre 2007: dopo più di tre anni da quella maledetta e tragica notte in cui persero la vita Antonio Schiavone (36 anni), Roberto Scola (32 anni), Angelo Laurino (43 anni), Bruno Santino (26 anni), Rocco Marzo (54 anni), Rosario Rodino (26 anni), Giuseppe Demasi (26 anni), operai della ThyssenKrupp e con loro le famiglie delle vittime, che hanno testimoniato ad ogni udienza il loro grido di rabbia e di dolore, uniti per ottenere Giustizia e Verità, vedono giungere finalmente l’udienza finale e la pronuncia della sentenza al processo di primo grado davanti alla Corte d’Assise iniziato il 15 gennaio 2009. Le richieste del pm Guariniello: condanna a 16 anni e 6 mesi di reclusione per l’ad Herald Espenhahn. Il reato ipotizzato, per la prima volta in un caso di incidente sul lavoro, è omicidio volontario con dolo eventuale; condanna a 13 anni e 6 mesi per i quattro dirigenti Marco Pucci, Gerald Priegnitz, Raffaele Salerno e Cosimo Cafueri; condanna a 9 anni per il responsabile dell’area tecnica Daniele Moroni. Questi ultimi cinque rispondevano di omicidio colposo.

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GLI INCIDENTI NUCLEARI: THREE MILE ISLAND

Prima della fusione accidentale del nucleo di Three Mile Island, l’industria nucleare diceva che la possibilità che accadesse una fusione del nucleo era la stessa che una persona venisse colpita da un fulmine in un’area da parcheggio. Tutto è iniziato alle 4 di mattina del 28 marzo 1979. La fusione alla centrale di Three Mile Island in Pennsylvania fu innescato quando un errore meccanico e uno spegnimento automatico delle pompe idriche principali del sistema di raffreddamento secondario fecero chiudere le valvole, con ciò causando un surriscaldamento dell’acqua del sistema di raffreddamento primario che ricopriva il nucleo radioattivo. Questo ebbe veloci conseguenze a cascata, in una sequenza di eventi automatizzati e di interpretazioni umani errate, che portarono al surriscaldamento al surriscaldamento e alla fusione del nucleo di 100 tonnellate di uranio. Durante l’incidente, acqua di raffreddamento altamente contaminata venne pompata attraverso una valvola verso la base del reattore e da lì in una cisterna collocata in un edificio ausiliare adiacente, dove grandi quantità di gas radioattivo vennero espulse nell’atmosfera esterna da una valvola difettosa. Il clima caldo al tempo dell’incidente peggiorò la situazione di crisi, con venti deboli e masse d’aria fredda a livelli più alti che impedivano all’aria calda di sollevarsi, producendo le condizioni ideali per l’intrappolamento delle emissioni radioattive [1]. Ormai è un fatto assodato che grandi quantità di radioattività sono derivate dall’incidente di Three Mile Island. Ma l’industria nucleare e il governo non hanno raccolto stime sulle fughe di isotopi specifici, e ad oggi non ci sono informazioni disponibili su quali di essi siano fuoriusciti nè la reale quantità di radiazioni rilasciate nell’ambiente.

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SERBIA: LA NATO UCCIDE ANCORA

L’incidenza di neoplasie maligne in Serbia è in drastico aumento. Aumenta soprattutto il tasso di mortalità. Le analisi di questi giorni dimostrano che mentre nei Paesi sviluppati questo tasso sta diminuendo di circa 1% ormai da più di un decennio, in Serbia aumenta del 2,7% all’anno. Soltanto nel 2010 sono morte 3.500 persone, mentre negli anni precedenti la cifra si aggirava intorno alle 2.000 persone morte. Le cause di tale situazione sono da una parte la prevenzione tardiva e le strutture insufficienti (si attende anche sei mesi per un risonanza magnetica), e dall’altra anche le conseguenze dell’inquinamento dell’ecosistema dovuto ai bombardamenti della Nato del 1999.

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ENERGIA NUCLEARE, RADIAZIONI E MALATTIE

Poche, probabilmente nessuna, fra le stime sui costi dell’energia nucleare tengono conto degli oneri in termini di salute dell’umanità. Anche quando le centrali nucleari operano a regime, si tratta di oneri non insignificanti. Minatori, lavoratori e residenti nei pressi delle miniere e delle raffinerie, nonchè i lavoratori coinvolti nei processi di arricchimento necessari per creare il combustibile nucleare, rischiano tutti l’esposizione a quantità dannose di radiazioni, a cui consegue un aumento dell’incidenza del cancro e delle malattie connesse. La fuoriuscita ordinaria o accidentale di radiazioni dalle centrali nucleari, così come l’inevitabile dispersione di scorie nucleari, sono eventi in grado di inquinare l’acqua e la catena alimentare, esponendo a rischio contaminazione uomini e animali, oggi e per le generazioni a venire. Incidenti come quelli accaduti a Three Mile Island e a Chernobyl condannano migliaia, se non milioni, di persone a pagare il costo dell’energia nucleare con la propria salute. La comprensione della natura delle radiazioni è un fattore chiave per avere un’idea precisa degli impatti dell’energia nucleare sulla salute.

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REATTORI NUCLEARI, volete la bomba atomica sotto casa?

All’indomani della catastrofe che ha investito il Giappone, la propaganda nuclarista italiota cerca di rifilare al popolino bue l’idea che l’avvio di un nuovo percorso nucleare nel BelPaese sia necessario, e che in ogni caso il costo in bolletta per i consumatori italiani è aggravato del 30% in più rispetto agli “altri”, perchè non abbiamo centrali nucleari per una scelta “sciagurata” compiuta con il referendum del 1987, sull’onda emotiva della tragedia di Chernobyl. Mentre il rischio nucleare in Giappone, dopo il grave terremoto che ha colpito l’isola asiatica (il Paese si trova a dover risolvere diversi incidenti in numerosi reattori nucleari, danneggiati a causa del sisma), è considerato estremamente elevato, Germania e Svizzera – e ripetiamo Svizzera -, bloccano il loro programma nucleare. Solo l’Italia continua a mentire spudoratamente utilizzando lo strumento della propaganda filogovernativa e telecratica cercando, con estremo imbarazzo e senza alcun rimorso o vergogna, di ribaltare a suo favore l’intera drammatica vicenda manipolando mediaticamente l’opinione pubblica nazionale. I nostri reattori? Saranno i migliori è la retorica del governo sulla crisi nucleare giapponese. A tal proposito, la fata inebetita, Stefania Prestigiacomo, da Bruxelles fa sapere che dopo l’incidente di Fukushima la «linea del governo non cambia». Ed è la ministra dell’Ambiente, figuriamoci poi quello dello Sviluppo Economico, Paolo Romani: «Tutti i paesi eccetto Austria e Italia hanno le centrali nucleari: quelle di nuova generazione non verranno sicuramente spente. Un ripensamento potrebbe esserci per impianti di “vecchissima generazione” come Fukushima». Affermazione falsa del ministro, poichè l’impianto nucleare giapponese, in fiamme, non è di “vecchissima generazione”, ma di III^ Generazione (quella tanto caro ai nuclearisti italioti) cioè un modello variato di reattore ad acqua leggera di II generazione. Dal canto suo la silente opposizione, rispolvera l’arma referendaria voluta dall’IDV. Da un mare di stupidità a una montagna di bugie, l’incidente della centrale nucleare di Fukushima ha riacceso il dibattito in Italia sull’eventuale ritorno, o meno, all’energia atomica.

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OGM, VOGLIONO DISTRUGGERE L’EUROPA

Gli esperti degli Stati membri dell’Unione europea, riuniti a Bruxelles nel Comitato permanente per la sicurezza alimentare e la salute animale (Scfcah), sugli Organismi geneticamente modificati (Ogm) hanno approvato a maggioranza qualificata alcune nuove norme che consentiranno la contaminazione, con tracce fino allo 0,1% di materiale transgenico non autorizzato, dei mangimi importati nell’Unione. Un passo che pone fine alla tolleranza zero per quegli Ogm approvati solo nei Paesi terzi, quali Usa e Brasile, e che si applica a quei prodotti che sono dal ameno tre mesi in fase di valutazione da parte dell’Agenzia europea per la sicurezza alimentare (Efsa) prima di ricevere il via libera definitivo della Commissione Ue. L’industria del bestiame Ue dipende fortemente dai mangimi prodotti al di fuori del blocco dei Ventisette, che l’anno scorso ne hanno importato 51 milioni di tonnellate, circa la metà dei quali è costituita da soia geneticamente modificata, prodotta da Brasile e Argentina, e sviluppata dalla multinazionale statunitense della biotecnologia Monsanto. Una decisione questa apertamente condannata dalle associazioni ambientaliste che attribuiscono alla scelta un precedente pericoloso. E che dimostra come l’Unione europea e i soloni di Bruxelles si muovano sempre a rimorchio dei diktat delle grandi multinazionali statunitensi.

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STRATEGIA DELLA DISTRAZIONE DI MASSA

Solamente un anno fa, in Iran, si compiva uno dei più grandi fallimenti politici occidentali: la mancata “rivoluzione colorata” coincidente con la rielezione di Mahmud Ahmadinejad, tentato golpe finanziato dal sionismo globale. Quell’evento dimostra l’avvenuta inversione di una tendenza plurisecolare risalente alla Pace di Westfalia, cioè da quando il Sacro Romano Impero venne soppiantato dagli imperialismi di matrice protestante. Ormai è divenuto fin troppo chiaro il declino di un sistema di sfruttamento coloniale che ha consentito, ad una minoranza di parassitai guerrafondai, il pressochè completo controllo politico, economico e finanziario del pianeta. Nel corso del suo ultimo viaggio effettuato in America, il presidente della Repubblica Islamica dell’Iran, rivolgendosi direttamente alle masse statunitensi, ha denunciato il complotto trascorso alla cronaca col nome di “11 settembre“; per la prima volta, quindi, il Capo di un Paese fino a un trentennio addietro assoggettato al colonialismo ebraico-americano ha ricambiato con la stessa moneta la dirigenza di quel medesimo sistema. Obama, in particolare, che fin dal suo giorno del suo insediamento alla Casa Bianca aveva strombazzato ai quattro venti slogans mendacemente conciliativi col mondo islamico, non ha mai perso occasione per tentare di aizzare il popolo iraniano contro la propria dirigenza politica. Oggi, le stesse masse statunitensi cominciano a sospettare la natura strumentale del sì detto “11 settembre” (la demoniaca cospirazione concepita e guidata dalla triade Cheney-Rumsfeld-Wolfovitz); chè non è possibile conciliare uno stato di guerra globale permanente, sventolando incredibili feticci come al Qaeda, i Taliban, Bin Laden, con un malessere sociale senza precedenti. Ciò accede poichè a dirigere la politica statunitense non c’è più una lobby sionista: quello di Washington è un governo esclusivamente sionista; ciò dimostra che gli STATI UNITI DI ISRAELE, oggi, sono un fatto definitivamente compiuto.

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QUELLA PERIZIA CHE INCHIODA RADIO VATICANA

Torniamo ai fatti. Nel centro di trasmissione di Santa Maria di Galeria svettano le antenne ed i ripetitori di Radio Vaticana, l’emittente che porta in tutto il globo la parola del papa, una delle infrastrutture installate ha la forma della croce, proprio come quella che è stata gettata sulle spalle delle persone che risiedono intorno ai trasmettitori. Non solo i residenti della zona erano costretti ad ascoltare salmi e recite del rosario quando si trovavano ad alzare la cornetta del citofono - come testimoniato da diverse inchieste televisive - ma soprattutto sono stati vittime di un’impennata nel livello di mortalità nei quartieri adiacenti. Dal canto suo la Santa Sede ha sempre declinato ogni tipo di responsabilità, oggi però i risultati di una perizia disposta dal gip romano Zaira Secchi sembrano smentire il ritornello diffuso per anni dai rappresentanti dell’emittente. Continua a leggere…

OIL CRIMES: BP, GOLDMAN SACHS AND VATICAN

[Le immagini pubblicate su YouTube mostrano un tratto di una spiaggia della Grande Isle, in Louisiana, in cui il petrolio non sarebbe stato rimosso, ma sepolto, coperto con altra sabbia. L'accusa nei confronti della BP è che invece di ripulire le spiagge, come si è impegnata a fare, in molti casi ricorra a questi mezzi di pulizia, meno costosi e sicuramente più veloci]

Il quasi totale blackout dell’informazione indipendente, e l’arresto di chiunque venisse sorpreso a fotografare o filmare la devastazione, mostra come la crisi petrolifera della Halliburton-British Petroleum (BP) sia criminalmente controllata, implicando alcuni tra i nomi più importanti di Wall Street. Secondo un resoconto ad opera del titubante ma comunque affidabile regista di documentari James Fox, intervistato a Grand Isle, nel Golfo del Messico, da Mel Fabregas per il Veritas Radio Show: “Stanno arrestando tutti quelli con una telecamera, o quelli che lontano dalle telecamere sono sorpresi a parlare con un reporter”, ha detto Fox. Un altro reporter ha detto a Fox “E tu chiami questo un paese libero? Proprio qui, negli Stati Uniti d’America, non c’è libertà di stampa. Non c’è libertà di parola. Stanno chiudendo lo spazio aereo sopra la fuoriuscita di petrolio, in modo che i reporter non possano sorvolarlo per constatare quanto siano effettivamente gravi le perdite di petrolio”. Pezzi sospetti di questo puzzle mortale vedono la partecipazione della Halliburton, la seconda compagnia di servizi mondiale nel campo del petrolio, con sedi principali a Houston e Dubai, alla cui negligenza è stata attribuita la tempestiva esplosione. Continua a leggere…