
«L’avverto, signor giudice. Dopo questo interrogatorio lei diventerà forse una celebrità, ma la sua vita sarà segnata. Cercheranno di distruggerla fisicamente e professionalmente. Non dimentichi che il conto con Cosa Nostra non si chiuderà mai. È sempre del parere di interrogarmi?». Fu Tommaso Buscetta, ex capo della mafia siciliana, esponente di massimo prestigio della cupola mafiosa dell’organizzazione e della struttura di “Cosa nostra”, successivamente arrestato e collaboratore di giustizia durante le inchieste coordinate dal magistrato Falcone, a dirglielo. Il 23 maggio 1992, alle ore 17:58, presso il km 5 dell’autostrada A29, nei pressi dello svincolo di Capaci, a pochi chilometri da Palermo, una carica di cinque quintali di tritolo posizionata nel tunnel scavato sotto la sede stradale viene azionata con un telecomando da Giovanni Brusca, il sicario incaricato da Salvatore Riina. L’esplosione sventrò l’asfalto e scagliò in aria uomini e macchine. Persero la vita il magistrato antimafia Giovanni Falcone, 53 anni, la moglie Francesca Morvillo, 46 anni, e tre agenti della scorta: Vito Schifani, 27 anni, Rocco Dicillo, 30 anni, Antonio Montinaro, 30 anni. Da allora, dalla più infame delle stragi di mafia, sono passati vent’anni che non hanno cancellato la profonda ferita, la voglia di commemorare e di ringraziare ancora quanti hanno messo a rischio la loro vita, con grande coraggio, a quanti sono caduti da eroi per difendere la legalità e il senso del dovere dei servitori dello Stato.




























































