Disoccupazione, una bomba sociale a tempo

Un rapporto congiunto dell’International Labour Organization (ILO) e l’Organizzazione per Cooperazione e lo Sviluppo Economico (OCSE), dice che dall’inizio del 2008 (con la crisi dei mutui subrime deflagrata negli Stati Uniti) la crisi economica mondiale ha bruciato 21,3 milioni di posti di lavoro e, a fine 2011, l’esercito dei senza lavoro contava tra le proprie fila 101 milioni di disoccupati. Inoltre viene sottolineato che, se l’occupazione continua a crescere al ritmo attuale dell’1,5% sarà “impossibile recuperare tutti i posti di lavoro persi”. Il rapporto evidenzia, inoltre, la gravità della disoccupazione giovanile: “In tutti i paesi del G20 il tasso di disoccupazione giovanile è da due a tre volte superiore a quello per  gli adulti, con una media del 19,2%, che non include i  giovani scoraggiati e quelli che prolungano i loro studi a causa della mancanza di un impiego. Ma ci sono variazioni significative tra i paesi, si va da circa il 7% in alcuni per arrivare fino al 50% in altri”. Infine, “È ormai chiaro che la strada passa attraverso una migliore integrazione delle politiche economiche e sociali”. Al tempo stesso la crisi sul lavoro sta anche avendo ricadute negative sull’atteggiamento dei consumatori, sulla domanda e sulle spese delle famiglie, mettendo ulteriore pressione alla crescita economica. Il tasso di disoccupazione generale in zona Ocse è rimasto stabile all’8,2% nel mese di marzo con circa 45 milioni di persone senza lavoro, 800.000 in più rispetto a marzo 2011 e 14,1 milioni oltre il dato di marzo 2008. Questa stabilità – sottolinea una nota dell’organizzazione – maschera un tasso in rialzo per alcuni Paesi compensato dal ribasso nel Nord America. Il tasso di disoccupazione dei paesi dell’eurozona è salito di 1/10 di punto al 10,9% a causa soprattutto degli incrementi di 3/10 di punto in Portogallo (15,3%) e Spagna (24,1%) e di 2/10 di punto in Italia (9,8%) dove il tasso risulta il più alto dall’inizio delle serie storiche mensili da gennaio 2004 e il più alto dal terzo trimestre 2000: 2 milioni e 506 mila disoccupati (+2,7% su febbraio, +23,4% ovvero +476.000 unità su base annua e +66.000 su base mensile).

Sempre secondo l’Ocse il tasso di disoccupazione giovanile per marzo 2012 è stato del 22,1%, pari a 3,345 milioni di giovani senza lavoro. Nell’Unione europea a 27, è stato del 22,6%, pari a oltre 5,5 milioni di giovani disoccupati. La persistenza della crisi sta aggravando i problemi strutturali in termini di alti livelli di disoccupazione giovanile, nella maggior parte dei casi in aumento, e di elevata incidenza della disoccupazione di lunga durata: la disoccupazione giovanile (15-24) in Spagna, Grecia e Portogallo nei primi mesi del 2012 ha raggiunto rispettivamente il 51,1%, il 51,2% e il 36,1%. In Francia (21,8%), Regno Unito (21,9%), Svezia (22,8%), Polonia (26,7%) e Irlanda (30,3%) più di un giovane su cinque non ha un impiego. Con il tasso record del 35,9% segnato a marzo, l’Italia è al 4° posto tra i 33 paesi dell’Ocse nella poco invidiabile classifica della disoccupazione giovanile: 534.000 senza lavoro.

Nell’area Ocse sono quasi 11 milioni i giovani senza lavoro, pari a un tasso di disoccupazione giovanile del 17,1%, non molto meno rispetto al massimo del 18,3% segnato nel novembre 2009, contro il 12,4% del maggio 2007. In Italia, si racconta che un disoccupato in Danimarca continui a percepire il 90% dello stipendio: in realtà riceve il 90% del salario medio di un lavoratore dell’industria, cioè un mensile di 1600 euro lordi. La flexsecurity, ossia uno di quei mantra posticci nato in Danimarca e che in Italia sta legalizzando le politiche di precarizzazione del lavoro, è divenuta la pozione magica divulgata da gerontocratici intellettuali di orientamento neoliberista in Europa, essendo considerata il rimedio alla crisi del modello sociale.

Già, perchè se la parte “flex” è chiara e sperimentata in tutta la sua brutalità, con la “security” invece è stata legalizzata la socializzazione delle perdite con i licenziamenti per motivi economici e disciplinari. Dopo aver prolungato l’età pensionabile, impedito ai giovani l’ingresso nel mondo del lavoro anche per la qualità dell’istruzione che è troppo bassa e il quadro è “sconsolante” perchè non conoscono la lingua, “neanche la loro”, e i rudimenti della matematica, lasciato nel limbo gli esodati (il termine viene associato, in particolar modo, a quei lavoratori che hanno già perduto il posto di lavoro e senza pensione con età compresa tra 50 e 65 anni, o sono entrati nelle liste di mobilità contando su uno “scivolo pensionistico” e che non riescono a rientrare nel mercato del lavoro), eliminato le tutele dell’articolo 18, il ministro Elsa Fornero afferma che in Italia si protesta un pò troppo. La bomba sociale è già stata innescata.

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