Nel BelPaese dei “Figli di…”, la disoccupazione record: +9,8%

Per il ministro del lavoro, Elsa Fornero, non è stato un bel Primo Maggio, nel senso che «l’assenza di lavoro è un grandissimo problema», ha detto ai microfoni dello speciale di Radio Anch’io, e «dobbiamo riflettere ma soprattutto agire» ha aggiunto. «Aver modificato l’articolo 18 in maniera importante, senza ripudiarlo, permetterà di dare all’economia quel dinamismo di cui oggi soffre la mancanza» ha concluso. La riforma Fornero (leggi il testo) non prevede il reintegro nel posto di  lavoro in caso di licenziamento per motivi economici, ma introduce un rito abbreviato per le controversie in materia. Finora la normativa prevedeva che un lavoratore potesse andare dal giudice, se riteneva insussistenti i motivi del licenziamento, al quale spettava soltanto il controllo circa l’effettiva sussistenza del motivo del datore, sul quale gravava l’onere di provare l’inutilità della singola posizione e l’impossibilità di adibire il lavoratore ad altra collocazione. Se i motivi economici non c’erano, l’attuale normativa prevedeva il reintegro del lavoratore, il risarcimento del danno e la corresponsione dei contributi. La novità del testo è ora che l’inesistenza del giustificato motivo oggettivo, accertata dal giudice, determina solo il pagamento di un’indennità tra le 15 e le 27 mensilità e non più il reintegro. Senza dimenticare la vergognosa norma contenuta nel ddl di riforma del lavoro per la quale “disoccupati e familiari a loro carico appartenenti a un nucleo familiare con reddito complessivo inferiore a 8.263,31 euro” non saranno più esentati dal pagamento dei ticket sanitari. «Sono troppi», si leggeva nella relazione tecnica dell’ex membro della Banca Mondiale (che non è un ente di beneficienza). Le cose bisogna conoscerle. In effetti alla psicolabile ministro delle lacrime (di coccodrillo) Fornero piacerebbe dirle a tutti, ma non è facile. Forse adesso sta cominciando a cambiar qualcosa, può vivere meno nascosta. Ma da qui a essere serena, la strada è lunga. La parola d’ordine è quindi categorica: smantellare lo stato sociale, nell’interesse delle banche e delle lobbies finanziarie europee.

Intanto il tasso di disoccupazione generale a marzo è risultato al 9,8%, in rialzo dello 0,2% su febbraio e di 1,7% su base annua. In un mese 35 mila disoccupati in più. È il tasso più alto da gennaio 2004 (inizio serie storiche mensili) e il più alto dal terzo trimestre 2000. Il tasso disoccupazione giovanile (15-24 anni) a marzo è al 35,9%. Il numero dei disoccupati a marzo è di 2 milioni e 506 mila (+2,7% su febbraio, +23,4% ovvero +476 mila unità su base annua e +66 mila su base mensile). I dati arrivano dall’Istat e confermano una tendenza emersa già nei giorni scorsi: un giovane su tre è disoccupato. E dati allarmanti arrivano anche in ambito europeo. Secondo Eurostat, la disoccupazione è aumentata al 10,9% nella zona euro nel mese di marzo rispetto al 10,8% di febbraio e al 9,9% nel marzo 2011. In Italia, il tasso è passato dal 9,6% al 9,8%. Ancora una volta, lo Stato con la disoccupazione più alta nella Ue-27 è la Spagna, al 24,1% (23,8% al mese precedente). Nonostante la propaganda del curatore fallimentare Mario Monti e della partitocrazia ladrona che senza un’oncia di vergogna lo sostiene, gli esoterismi accademici dei professori banchieri non risolvono i problemi della nazione. La situazione in Italia è peggiorata e gli italiani hanno fatto un altro passo in avanti verso il baratro.

Non c’è solo “equità” tra le balle mediatiche del governo Monti. Con regolarità ormai quotidiana, infatti, il volto piangente del governo, la ministro Elsa Fornero, esterna e crea allarme sociale, contribuendo a far crescere il disagio generale o peggio, nel disinteresse della politica, il suicidio finale. Tanto per dare un quadro dello spessore del personaggio, la Fornero, come il giuslavorista Pietro Ichino (docente ordinario di diritto del lavoro all’Università statale di Milano, e dal 2008 senatore del Pd) invoca la flexsecurity, uno di quei mantra posticci che è divenuto la pozione magica che spopola tra le imbelli tecnocrazie politiche europee e considerato il rimedio alla crisi del modello sociale. Già, perché se la parte “flex” è chiara (e sperimentata in tutta la sua brutalità), dove sarebbe la “security” se nel ddl di riforma targato Fornero è stata legalizzata la socializzazione delle perdite con i licenziamenti per motivi economici e poi, entro maggio, per quelli disciplinari?

Sarà forse una questione genetica ma i figli di questi ministri incartapecoriti, che stanno somministrano all’Italia dosi mai viste di delirio senile, sono tutti ma proprio tutti dei grandi fenomeni della natura, una sfida alle leggi della statistica. Nemmeno uno “sfigato” come disse il viceministro al lavoro Michel Martone (che fece una carriera lampo diventando docente con una sola pubblicazione), durante un convegno dedicato alla giornata dell’apprendistato a Roma, davanti al sorriso inebetito dell’ex sindacalista tutta casa e Ior, Renata Polverini. Lui, «l’enfant prodige» del giuslavorismo e del governo Monti, con una famiglia di peso e sponsor come l’indegno ex ministro (del lavoro) Maurizio Sacconi ed il mancato premio Nobel per l’economia, il nano Renato Brunetta (definito “cretino” in un fuorionda dal ministro Giulio Tremonti). Insomma, tutti autentici geni con uno o più posti fissi e con compensi che i comuni mortali possono solo sognare. Figli di un sistema malato, fondato sul nepotismo e sulla clientela e ostile al merito:

SILVIA DEAGLIO (figlia di Elsa Fornero). A soli 24 anni, mentre già svolgeva un dottorato in Italia, ottiene un incarico presso il prestigioso Beth Israel Deaconess Medical Center di Harvard, il prestigioso college di Boston. La figlia del ministro inizia ad insegnare medicina a soli 30 anni. Diventa associata all’università di Torino a 37 anni con sei anni di anticipo rispetto alla media di accesso in questo ruolo. Il concorso lo vince a Chieti, nel 2010, nella facoltà di Psicologia, prima di essere chiamata a Torino, l’università dove insegnano mamma e papà, nell’ottobre 2011. alla professoressa Deaglio ha certamente giovato nella valutazione comparativa il ruolo di capo unità di ricerca all’Hugef, ottenuto nel settembre 2010 quando era ancora al gradino più basso della carriera accademica, e a ridosso dell’ultima riunione della commissione di esame che l’ha nominata docente di seconda fascia. Come detto, l’Hugef è finanziato dalla Compagnia di San Paolo, all’epoca vicepresieduta da mamma Elsa Fornero.

GIOVANNI MONTI (figlio di Mario). A poco più di 20 anni è già associato per gli investimenti bancari per la Goldman Sachs, la più potente banca d’affari americana, la stessa in cui il padre Mario ricopre il ruolo apicale di  International Advisor. A 25 anni è già consulente di direzione da Bain & company, dove rimane fino al 2001.  Dal 2004 al 2009, vale a dire fino al suo approdo alla Parmalat, Giovanni Monti ha lavorato prima a Citigroup e poi a Morgan & Stanley: a Citigroup è stato responsabile di acquisizioni e disinvestimenti  per alcune divisioni del gruppo, mentre alla Morgan  si è occupato in particolare di transazioni economico-finanziarie sui mercati di Europa, Medio Oriente e Africa, alle dipendenze dirette degli uffici centrali di New York.

MICHEL MARTONE (figlio di Antonio). Figlio di Antonio Martone, avvocato generale in Cassazione, amico di Previti e Dell’Utri e Brunetta, già  nominato da Brunetta presidente dell’authority degli scioperi, ruolo da cui si è dimesso dopo essere stato coinvolto come testimone nell’inchiesta P3. Il superaccomandato Michel Martone ha una carriera universitaria molto rapida: a 23 anni vince un dottorato all’università di Modena. A 26 anni diventa ricercatore di ruolo all’università di Teramo. A 27 anni diventa professore associato. Al concorso, tenutosi tra gennaio e luglio 2003, giunse al secondo posto su due candidati, in seguito al ritiro di altri 6. Presentò due monografie, una delle quali in edizione provvisoria (ossia non ammissibile); ottenne 4 voti positivi su 5, con il parere negativo di Franco Liso, contro i cinque voti positivi ricevuti dall’altra candidata, 52enne con due lauree e 40 pubblicazioni. Tuttavia fu Martone ad ottenere il posto da ordinario. A 37 anni diventa viceministro del governo Monti.

PIERGIORGIO PELUSO (figlio di Annamaria Cancellieri). Appena laureato viene catapultato subito all’Arthur Andersen. Un fenomeno della natura. Da lì balza a Mediobanca. Passa poi per diversi enti e dirigenze bancarie tra cui Aeroporti di Roma (consigliere d’amministrazione), Gemina (consigliere) Capitalia, Credit Suisse First Boston e Unicredit per finire, poco tempo fa, alla Fondiaria Sai dove ricopre il ruolo di direttore generale con compenso da 500mila euro all’anno.

Poi ci sono i politici…

I laureati “più anziani” sono gli ex ministri Claudio Scajola (quello del mezzanino delle libertà di via del Fagutale a Roma con vista su un rudere, il Colosseo, pagato a “sua insaputa“), laureato in Legge a Genova a 53 anni, e Mario Baccini (eletto nel 2008 con il PdL, poi Udc e quindi Misto), 110 e lode in Lettere a 52 anni alla Lumsa (Libera università Maria Santissima Assunta) di Roma con tesi su Amintore Fanfani.

Hanno poi agguantato una laurea triennale Stefania Prestigiacomo a 40 anni (Scienza dell’amministrazione alla Lumsa) e il sindaco incapace Gianni Alemanno a 46 (Ingegneria dell’ambiente a Perugia). Alessandra Mussolini, dopo la laurea in medicina a 32 anni, l’anno scorso è stata bocciata all’esame di abilitazione; l’ha ripetuto e ce l’ha fatta. Daniela Santanchè, dottore in Scienze politiche a Torino a 26 anni, è scivolata sul «master» alla Bocconi che esibiva sul sito ufficiale del governo: in realtà era un corso di 24 giorni per diplomati con licenza media.

Gianfranco Fini ha una laurea in Pedagogia ottenuta a 23 anni e a pieni voti a Roma, ma senza frequentare le lezioni: nel 1975 i neofascisti del Msi (lui era diventato fascista nel ’68 perché al Manzoni di Bologna gli avevano impedito di vedere Berretti Verdi, dove «John Wayne parte per il Vietnam a combattere eroicamente i musi gialli comunisti», diceva) venivano picchiati se osavano mostrarsi a Magistero, feudo dell’ultrasinistra.

Altre curiosità: Giorgio Napolitano si laureò in Legge nel 1947, prima che i carri armati sovietici salvassero la pace nel mondo entrando a Budapest con i fiori nei loro cannoni, con una tesi di Economia politica sul «mancato sviluppo del Mezzogiorno». Marco Pannella si è laureato in legge a 25 anni (come Silvio Berlusconi), ma per farlo nel ’55 dovette emigrare da Roma a Urbino e sfangò un 66 grazie a una tesi sul Concordato scritta da amici. La sua collega radicale Emma Bonino invece è bocconiana come Monti e Corrado Passera, che di banche se ne intende.

Tornando all’argomento del nostro discorso, il ministro Fornero, che sull’articolo 18 ha già fatto più volte retromarcia, si ritiene espressione del “nuovo” ma quella sensazione di incompetenza totale e di inadeguatezza, già percepita nei primi giorni del suo incarico, è diventata ormai certezza. Se per assumere bisogna licenziare, la premessa è un pò strana. Ora, il ministro ci spieghi, perchè il licenziamento per motivi economici o disciplinari non è “discriminatorio” e non rientri, di conseguenza, fra i licenziamenti che prevedono il reintegro.

E che fine fa, nei confronti dei lavoratori, il famoso “merito” che “gli avvoltoi del mercato” esaltano come unico elemento discriminante? Del resto, è sempre la Fornero a commentare: “Ci diranno che riduciamo le tutele: è vero”. Anche se, aggiunge, la platea dei beneficiari degli ammortizzatori sociali si estenderà. Come, non è dato sapere.

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