Afghanistan, 48ª BARA TRICOLORE

Un militare italiano è morto oggi in un attacco a colpi di mortaio in Afghanistan. Altri 5 militari italiani sono rimasti feriti, due dei quali in gravi condizioni. Il militare si chiamava Michele Silvestri, 33 anni, sergente del 21° Genio Guastatori di Caserta. L’attacco è avvenuto alle 18:00 circa (in Italia 14:30), contro la Fob (Forward Operative Base) “Ice” in Gulistan, nel settore Sud-Est dell’area di responsabilità italiana, assegnata alla Task Force South-East, su base del 1° Rgt Bersaglieri. La base Ice è presidiata dai bersaglieri della Brigata Garibaldi che, proprio in questi gironi, sta avvicendando la Brigata Sassari al comando della Regione ovest della missione Isaf della Nato: nell’avamposto Ice, in particolare, sono presenti gli uomini del 1° Rgt Bersaglieri di Cosenza e quelli del 21° Rgt Genio di Caserta, oltre a unità di altri reparti. Non è tardato ad arrivare il cordoglio dei coccodrilli del BelPaese. Il cameriere del nuovo ordine mondiale Giorgio Napolitano, appresa con profonda commozione la notizia del grave attentato in Afghanistan (come da copione), in cui ha perso la vita un militare italiano e altri cinque sono rimasti feriti mentre “assolvevano con onore” il proprio compito nell’ambito della missione Isaf, ha espresso i suoi sentimenti di solidale partecipazione al dolore dei familiari del caduto, rendendosi interprete per profondo cordoglio del Paese. È quanto scritto in una nota diffusa dall’ufficio della propaganda orwelliana del Quirinale. Ad oggi, salgono a 48 i militari italiani morti (50 nel macabro conteggio escludendone 2 per cause naturali e 1 per suicidio) dall’inizio della “missione umanitaria di pace” Isaf in Afghanistan, dal 2004. Di questi, la maggioranza è rimasta vittima di attentati e scontri a fuoco, altri invece sono morti in incidenti, alcuni per malore ed uno si è suicidato.

Cimitero Fornero, legalizzata la socializzazione delle perdite

Il Consiglio dei becchini, braccio armato dei mercati e delle banche, ha approvato “salvo intese” (cioè quando un testo non è ancora definitivo), il disegno di legge di riforma del mercato del lavoro. La formula “salvo intese”, pacata e suadente, che accompagna il messaggio promozionale del governo è un buon mezzo per infinocchiare l’opinione pubblica, apre a possibili cambiamenti in Parlamento, quartier generale dei camerieri dei banchieri, dove potrà essere modificato. Le Tv, i giornali e la catena della disinformazione non faranno altro che replicare supinamente il programma. Il cameriere del nuovo ordine mondiale, Giorgio Napolitano, che continua a seguire con la massima attenzione il percorso della riforma intrapreso dal governo, come la mucca quando guarda il treno passare, non ha dubbi: «Era un riforma da fare, non ci sarà una valanga di licenziamenti facili». E la sua convinzione è che «si arriverà ad un risultato di cui si potranno riconoscere meriti e validità». Nel suo ragionamento, il comunista che fu ex in anticipo, parte dall’assurdo che il problema non sta nell’articolo 18, ma nella crisi delle aziende: «I lavoratori rischiano di perdere il posto di lavoro non per via dell’articolo 18 ma per il crollo di determinate attività produttive». Un invito, quindi, a eliminare tabù e gabbie che blocchino la discussione su un nuovo modello sociale e lavorativo imposto dalla crisi e da un mondo radicalmente cambiato. Con tanti saluti allo stato sociale, oramai ridotto in brandelli dalla bramosia di iene e avvoltoi, lanciati in picchiata sulla carcassa Italia, a spolparla, come se la serpe della Grande Usura non avesse già fatto abbastanza. Il governo antioperaio ha quindi comunicato che si tratta “di una riforma lungamente attesa dal paese, fortemente auspicata dall’Europa e per questo discussa con le parti sociali con l’intento di realizzare un mercato del lavoro dinamico, flessibile e inclusivo”. La riforma Fornero (leggi il testo) non prevede il reintegro nel posto di  lavoro in caso di licenziamento per motivi economici, ma introduce un rito abbreviato per le controversie in materia. Finora la normativa prevedeva che un lavoratore potesse andare dal giudice, se riteneva insussistenti i motivi del licenziamento, al quale spettava soltanto il controllo circa l’effettiva sussistenza del motivo del datore, sul quale gravava l’onere di provare l’inutilità della singola posizione e l’impossibilità di adibire il lavoratore ad altra collocazione. Se i motivi economici non c’erano, l’attuale normativa prevedeva il reintegro del lavoratore, il risarcimento del danno e la corresponsione dei contributi. La novità del nuovo testo è ora che l’inesistenza del giustificato motivo oggettivo, accertata dal giudice, determina solo il pagamento di un’indennità tra le 15 e le 27 mensilità e non più il reintegro. In un contesto di crisi e di deriva politica, le imprese, di cui le multinazionali (tanto osannate nel ruolo mercatista del governo) sono la manifestazione più vistosa associate alle peggiori nefandezze, dallo sfruttamento della manodopera all’evasione fiscale, potranno così scaricare le loro incapacità gestionali sulla schiena dei lavoratori che pagheranno con la perdita del posto di lavoro le perniciose imprese del capitale finanziario. Il gruppo di comando del potere finanziario, lasciato arbitro della conduzione economica secondo i propri esclusivi criteri, si comporta in modo assolutamente pericoloso e, al limite, autodistruttivo. Nonostante i massicci incentivi alle banche messe all’ingrasso, alle assicurazioni, ai gruppi che controllano un’altra miriade di corporations, e nonostante l’enorme socializzazione delle perdite, i sostenitori delle infami politiche neoliberiste, stanno contribuendo all’arricchimento degli esclusivi interessi della borghesia industriale unitamente alla precarizzazione del mondo del lavoro, avvicinando i lavoratori all’orlo del baratro sociale.