Ammortizzatori sociali: un regalo alle grandi industrie

Durante i dibattiti televisivi dell’ultima campagna elettorale, abbiamo spesso sentito i rappresentanti del centro-sinistra attaccare i rappresentanti del governo in carica allora e i rappresentanti del centro-destra sulla questione del cosiddetto “precariato“, tanto che i cittadini si sono convinti che il problema del lavoro precario sia stato introdotto dal governo Berlusconi. Non è di sicuro nostra intenzione difendere il governo Berlusconi, ma crediamo sia necessario chiarire da dove proviene la precarietà nel mondo del lavoro italiano. Precarietà e flessibilità sono termini attuali, ma anche se si chiamavano o altro sono esistiti da sempre. Specialmente dopo la fine della Seconda Guerra mondiale. Da allora gli industriali hanno cominciato a ricattare lo Stato e a richiedere i cosiddetti “ammortizzatori sociali“. Con la compiacenza dei governi democristiani, poi di quelli del centrosinistra ed infine con l’astensione delle organizzazioni sindacali di regime, si sono create strutture legislative nel campo del lavoro che sulla carta avrebbero dovuto favorire i lavoratori nei momenti di crisi, ma che di fatto favorivano quasi sempre gli industriali ed il padronato. Abbiamo parlato di “astensione” delle organizzazioni sindacali di regime. E’ il termine migliore che abbiamo trovato. Di fatto, questi apparati burocratici hanno sempre girato la testa dall’altra parte in cambio di agevolazioni, quali permessi ed esoneri sindacali, assegnazione di stanze per riunioni all’interno delle aziende, monte-ore per direttivi e avanti ancora. Molto spesso abbiamo assistito al passaggio di sindacalisti ad incarichi dirigenziali nelle aziende ove operavano. In compenso, come abbiamo detto, di fronte a strumenti che favorivano quasi sempre gli industriali chiudevano gli occhi. Andiamo adesso a vedere quali sono stati i principali ammortizzatori sociali, che tra l’altro non sono che i padri della precarietà e della flessibilità.

Uno dei primi ammortizzatori sociali di massa è stato la cassa integrazione. In pratica, di fronte ad una temporanea crisi di lavoro, i lavoratori rimanevano a casa con lo stipendio ridotto. Naturalmente di fronte all’opinione pubblica si faceva credere che il maggior beneficiario fosse l’operaio che poteva stare a casa e prendere lo stesso una parte dello stipendio. Quello che non veniva mai detto all’opinione pubblica era che chi non ci rimetteva niente erano gli industriali, in quanto la cassa integrazione era pagata dall’INPS (ecco perchè i conti dell’istituto erano sempre in rosso).

Gli industriali hanno sempre cercato di far pagare alla comunità le loro incapacità organizzative, il non sapere “stare” sul mercato, le speculazioni sbagliate. Ci sembra di sentirli quando si incontravano con il governo per avere la cassa integrazione: o la cassa integrazione o gli operai incazzati nelle piazze. La risposta è facile da intuire.

Il controllo sulla cassa integrazione è sempre stato praticamente nullo da parte delle organizzazioni sindacali e, quindi, in cassa integrazione finivano coloro i quali nelle aziende erano conosciuti come “teste calde“. Ruffiani, amici dei capi, amici degli amici, erano sempre indispensabili e non ci rimettevano mai. Spesso la cassa integrazione diventava un sistema di punizione per i refrattari. Grazie alle scappatoie offerte dalle varie leggi sulla cassa integrazione le eventuali rotazioni diventavano incontrollabili.

Un altro degli ammortizzatori sociali che negli ultimi anni industriali privati e di Stato hanno più usato è stato quello del prepensionamento. In questo caso, la crisi del lavoro o di mercato si risolveva regalando ai lavoratori un certo numero di anni di contributi previdenziali, affinchè raggiungessero l’età pensionabile. L’azienda “offriva” al lavoratore un’indennità che praticamente era niente di fronte al guadagno avuto grazie al non pagamento di 3, 4 o 5 anni di stipendio, alla riduzione della quota del TFR di alcuni anni ed al non pagamento di contributi previdenziali dovuti. Era un contentino per il lavoratore ed una bella fetta di guadagno per le grandi industrie. Anche qui a pagare la parte maggiore del provvedimento era naturalmente l’INPS (quindi la Comunità).

Più avanti si è “inventato” un ammortizzatore sociale che in pratica era una via di mezzo fra la cassa integrazione e il prepensionamento: la mobilità. Ancora una volta si dava, con una legge, la possibilità al padronato di far pagare le proprie incapacità prelevando i soldi direttamente dalle tasche del popolo italiano. Per rimediare ad una crisi il lavoratore veniva posto in mobilità e praticamente licenziato. Il periodo di mobilità variava a seconda degli accordi e si poteva avere una mobilità corta (in genere tre anni) o una mobilità lunga (5 o 7 anni). Alla fine del periodo di mobilità, il lavoratore raggiungeva i requisiti contributivi necessari al pensionamento.

Durante questo periodo il lavoratore veniva retribuito più o meno come fosse in cassa integrazione e comunque poteva essere chiamato a lavorare per altre unità produttive. Non poteva rifiutare nessun lavoro, pena l’annullamento della mobilità. Spesso gli operai venivano chiamati a lavorare da enti pubblici i quali dovevano erogare al lavoratore solamente la differenza fra quota dovuta per mobilità e lo stipendio reale per quel tipo di lavoro. Regioni, comuni, provincie ed enti pubblici vari potevano così “assumere” lavoratori pagando loro più o meno 500.000 lire al mese. Non c’era diritto alle ferie ed alla malattia. I contributi erano a carico dell’INPS. Sfruttamento vero e proprio.

Con la mobilità, quindi, gli industriali non pagavano più stipendi, gli enti locali potevano rimediare mano d’opera a costo praticamente nullo; l’INPS (leggi la Comunità) continuava a pagare.

Ciliegina sulla torta. Nella legge sulla mobilità era previsto che le aziende pagassero una quota per ogni lavoratore che veniva posto in mobilità. Questa quota veniva annullata in caso si firmasse un accordo fra azienda ed organizzazioni sindacali. Guarda caso, l’accordo si firmava sempre. Magari una schifezza contestata dai lavoratori, ma si firmava. Naturalmente il più delle volte i lavoratori erano quasi costretti ad accettare in quanto la firma di un accordo significava il pagamento di un’indennità da parte dell’azienda. Senza accordo, questa indennità non ci sarebbe stata. Quindi meglio poco che niente. Quando si dice il caso. In questi ultimi anni, con qualunque colore di governo c’è stato un duro assalto ai diritti acquisiti dei lavoratori senza che da parte delle organizzazioni sindacali ci sia stata una reazione altrettanto dura.

Dall’inizio degli anni ’90 ad oggi, grazie alle leggi dei governi Amato, Dini, Prodi ed infine Berlusconi, le pensioni sono diventate quasi un’elemosina. L’età pensionabile viene alzata ad ogni legislatura. Precarietà e flessibilità sono diventate la prassi nella nuova legislazione del lavoro.

Quando assistiamo a dibattiti televisivi dove politici, industriali e pseudo sindacalisti, con pancia piena e il loro culo ben piazzato su comode poltrone, lanciano ai lavoratori il vergognoso messaggio secondo il quale devono rassegnarsi a non avere più un lavoro sicuro, ma devono abituarsi a lavorare di qua o di là, a seconda delle esigenze di lor signori, viene la voglia di prenderli per il colletto della giacca e farli correre a pedate! Ci domandiamo se è possibile obbligare una persona con famiglia a trasferirsi in un’altra città, magari perchè il Tanzi di turno ha fatto bancarotta.

Oppure ci domandiamo se è possibile che la borghesia imprenditoriale italiana possa tranquillamente delocalizzare le sue aziende in paesi dove il costo del lavoro è praticamente zero, possa licenziare i lavoratori che in Italia lavorano, magari possa proporre ai lavoratori italiani di andare a lavorare in Romania con lo stipendio eguale ai lavoratori di quel Paese e possa poi rivendere i suoi prodotti in Italia a “prezzi italiani”.

Poi questi figuri vengono dipinti come persone che tengono alto il nome dell’Italia nel mondo. Qualche volta in Italia non pagano nemmeno le tasse! Hanno le loro residenze nei paradisi fiscali. Il povero Cristo, l’operaio, il proletario, non possono fare tutto questo. Deve andare a lavorare a 15 anni e non ha certo il tempo di organizzare festini. Deve subire gli umori degli imprenditori, deve sottostare a leggi che vengono fatte per compiacere gli industriali e che vanno sempre contro gli interessi dei lavoratori.

Confindistria, FMI, Banca centrale europea, Commissione europea, propongono e i governi nazionali (!?) eseguiscono!

Innalzamento dell’età pensionabile, maggiore flessibilità, meno diritti nelle fabbriche, licenziamenti a piacere, nessun dovere da parte del padronato: queste le richieste minime del sistema mondialista.

Pensionati, disoccupati e lavoratori possono ancora assistere senza reagire agli sprechi dello Stato, o agli insulti alla povertà che vengono dal mondo dello sport? Possono ancora assistere all’indecoroso e vergognoso spettacolo dei parlamentari che si aumentano lo stipendio per alzata di mano? Ci domandiamo anche perchè i pensionati riuniti in assemblea non possano aumentarsi la pensione. Quando gli ultras degli stadi capiranno che invece di scontrarsi coi tifosi avversari dovrebbero cacciare dagli stadi quei presidenti/profitatori che usano lo sport per i loro interessi economici?

Noi crediamo sia necessario, una volta per tutte, trovarci tutti insieme. Tutto il popolo sotto la stessa bandiera. Quella volta ai profittatori ed alla borghesia capitalista comincerà a tremare il culo sulla poltrona. Quella volta nascerà un movimento nazionale, popolare e rivoluzionario.

da Fabio Pretto, AVANGUARDIA

3 commenti

  1. Credo che non solo la “borghesia capitalista” sia privilegiata da tale sistema ma anche le baronie dell’apparato statale e della p.a. che navigano nell’oro senza responsabilità oggettive.

  2. [...] continuino a rassicurare tutti. Rassicurano le famiglie degli operai che tirano a campare con gli ammortizzatori sociali e non arrivano più alla cosiddetta quarta settimana del mese. Rassicurano i pensionati che vedono [...]

  3. [...] (da lui nominato) vuole licenziamenti di massa, perché vuole superare la cassa integrazione (pagata con i contributi dei lavoratori e non dagli industriali), che salvaguarda il rapporto di lavoro, sostituendola con l’indennità di disoccupazione. [...]


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