L’ETICA SECONDO AL CAPONE

«Io sono un delinquente onesto. Non ho mai fatto politica»
(Al Capone, Tribunale di Chicago – 17 ottobre 1931)

Alphonse Gabriel Capone, ex boss della Chicago anni’20, per gli amici Al, era considerato il simbolo della crisi della legalità. Il suo “successo” fu tale che alla sovranità sul crimine potè presto affiancare anche una posizione di supremazia economica e di potere sulle aree di sua influenza. Corruzione e protezione politica gli consentivano di avere agevole accesso agli ambienti istituzionali. Nel 1930 Al Capone, che da poco era entrato nella lista dei maggiori ricercati dell’FBI, fu dichiarato “nemico pubblico numero 1 della città di Chicago. Studiando il modo di neutralizzarlo si dibattè circa l’opportunità di tassare i redditi provenienti da attività illecita. Un pool di agenti federali del Dipartimento del Tesoro si misero alle sue costole analizzando ogni piccolo movimento finanziario sospetto, ma il boss non aveva nulla di intestato, agiva sempre attraverso prestanome e le contabilità illecite erano gestite tramite codici. Sinché non si trovò, per caso, un piccolo fogliettino nel quale era citato il suo nome. Fu la chiave di volta dell’intera operazione. Ottenuto l’avallo legislativo venne allestito un piano accusatorio tradottosi nel rinvio a giudizio per evasione fiscale, con 23 capi d’accusa. La difesa del gangster propose un patteggiamento, che fu però rifiutato dal giudice. Provò allora a corrompere la giuria popolare ma questa fu sostituita la sera prima del processo. Il 17 ottobre 1931, la nuova giuria lo giudicò colpevole e venne condannato a 11 anni.

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Nel BelPaese del Terzo millennio, la Procura di Roma nell’ambito di uno stralcio dell’inchiesta milanese Mediatrade-Rti sulla compravendita di diritti tv e cinematografici di Mediaset, ha invitato a comparire il “nemico pubblico numero 1” della legalità Silvio Berlusconi, suo figlio Pier Silvio, l’uomo d’affari e produttore egiziano-statunitense Frank Farouk Agrama, Andrea Goretti, Giorgio Dal Negro e Daniele Lorenzano, all’epoca dei fatti manager del gruppo o consulenti, insieme ad altri dirigenti del gruppo Fininvest. Lo stralcio è finito a Roma per competenza territoriale.  Il reato ipotizzato è frode fiscale per 16 milioni di euro in relazione ai bilanci di Rti (società Mediaset), con sede legale a Roma, relativi agli anni 2003-2004. Nell’invito a comparire insieme al figlio, Silvio Berlusconi avrebbe dato “direttive” per mantenere le “relazioni d’affari” con il produttore Agrama “nella fittizia intermediazione” nella compravendita dei diritti tv e cinematografici. La data di comparizione è fissata il 26 ottobre prossimo.

SORRIDI, DOMANI SARA’ PEGGIO

Non bastavano le vergognose dichiarazioni del genio della fantapolitica Silvio Berlusconi in visita a Israele il 3 febbraio scorso, quando con il suo discorso di fronte al Knesset, il parlamento dell’entità sionista, completò tutta la serie di servigi fatti ai padroni. E neanche tutte le servili genuflessioni dell’ex Special One di via della Scrofa, il fascista riformato Gianfranco Fini. Persino Benedetto XVI (265° papa della Chiesa cattolica) ha dovuto piegarsi al ricatto ebraico rinviando la beatificazione di Pio XII. Non bastavano neppure le gentili sottomissioni del pappagallo di Gerusalemme e ministro (inutile) Franco Frattini. O le lacrime a comando di qualche altro israeliano d’Italia. Ci mancava un altro raglio d’asino a completare l’album di famiglia, la proposta (leggasi: ebreata) di una legge per introdurre il reato di negazionismo, ordinata dal presidente della comunità ebraica di Roma, il filantropo ebreo Riccardo Pacifici. Premessa. Tale personaggio, dopo aver vinto le elezioni interne alla comunità ebraica italiana nella lista ultrà maggioritaria “Per Israele”, annunciò solennemente che l’unione delle comunità ebraiche italiane e la comunità ebraica di Roma avrebbero donato 300 mila euro di medicinali alle vittime della guerra in corso a Gaza, di cui 200 mila ai palestinesi e 100 mila ai bambini ed ai civili delle cittadine israeliane del sud di Israele colpiti dai razzi di Hamas. La notizia venne pubblicata sulle colonne del Manifesto il 4 gennaio 2009 (attualmente è irreperibile in rete, perchè rimosso, ma contiamo di farvene vedere una copia). Scandalizzato dall’eccessiva umanità, un italo-israeliano di destra, Shimon Fargion, un ebreo italiano emigrato a Gerusalemme, attacca Pacifici per la “troppa equidistanza”, furibondo all’idea di aiutare pure i palestinesi. Ma il bello deve ancora venire…

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